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Tfr, pensioni e le tasse occulte dell’inflazione

di Emanuele Davide Ruffino e Roberto Carignano

In molti Paesi, dove i fondi pensione rappresentano la più consistente forma di risparmio dei cittadini, i giochetti della finanza preoccupano moltissimo, perché, se in passato a variare erano soprattutto le componenti azionarie, oggi anche gli investimenti in titoli di Stato, finora ritenuti sicuri e quindi dominanti nei fondi di accumulo a basso rischio (i cosiddetti protettivi) barcollano. L’oscillazione repentina dei tassi di interesse ha comportato significative variazioni dei titoli obbligazionari, riducendo, finanche sotto il livello del capitale investito, il valore di alcuni fondi previdenziali. E ciò, insieme alla sempre più scarsa credibilità del sistema bancario, sta generando non poche preoccupazioni tra i risparmiatori.

Tassazioni criptate

L’inflazione, nelle sue varie declinazioni (inflazione da costi, da domanda, da profitti, da salari, da squilibri settoriali, da fisco, da eccesso di moneta) rappresenta una diversa dislocazione della ricchezza, in quanto comporta la perdita di valore del denaro accumulato in capo ai creditori, con un trasferimento a vantaggio dei soggetti in posizione debitoria. In pressoché tutto il mondo, i primi possessori di debiti sono, chi più chi meno, gli Stati: ecco perché si parla di tassa occulta. I primi ad essere randellati sono i cosiddetti bot-people: i possessori del debito pubblico che non essendo avvezzi alle operazioni finanziarie si fidano dello Stato e degli enti pubblici nazionali ed internazionali. Se nel breve periodo l’inflazione avvantaggia i detentori del debito pubblico, nel lungo periodo si corre però il rischio di creare una disaffezione tale da non riuscire più a collocare i prossimi titoli, con conseguenze imprevedibili.

Un segnale era già emerso valutando gli effetti del ritardo della corresponsione del TFR ai lavoratori.[1] In mancanza di inflazione, il ritardo rappresentava solo uno spostamento dell’incasso nel tempo, mentre oggi comporta una netta riduzione del potere d’acquisto: si può richiedere un anticipo alle banche, ma ciò comporta un costo per interessi intorno al 5%. Un mercato da 7 miliardi in cui entra in gioco anche l’INPS quale alternativa agli Istituti di credito che offre un tasso dell’1% più una commissione dello 0,5%. E, se i tassi dei BTP rimangono intorno al 4%, forse al povero “risparmiatore forzato” conviene: si riprende i suoi soldi (in questo periodo scarsamente o per nulla rivalutati) a poco più dell’1% e li reinveste ad un tasso netto superiore al 3% ... se non cambiano le situazioni.


Questioni al vaglio dell'Osservatorio previdenziale

L’anticipo del TFR a dipendenti pubblici e statali ancora in servizio, è un’operazione a bassissimo rischio sia per le banche, ma ancor più per l’INPS, che di fatto detiene detti fondi per conto del dipendente destinatario del prestito. D’altronde anche l’obbligo di accedere alle pensioni con il sistema contributivo, solo ad una certa età, nonostante si siano versati contributi sufficienti per superare abbondantemente i limiti sotto i quali lo Stato rischierebbe un intervento di sostegno, rappresenta un trattenimento forzoso, a rischio di deprezzamento in periodi inflattivi. È sicuramente prudenziale, per le autorità pubbliche, fissare un trattamento economico previdenziale per i lavoratori che maturano il requisito anagrafico e contributivo (rispettivamente 64 e 20 anni) superiore a 2,8 volte il trattamento minimo, pari a circa 1.410 euro mensili (ma si pensa, per aumentare la platea, di abbassare il limite a 1,5 o 1,6 volte il trattamento minimo).

Il problema che si trova sul tavolo il neonato "Osservatorio previdenziale" per monitorare l'andamento e la composizione della spesa previdenziale e di formulare proposte per la revisione del sistema pensionistico, voluto dalla ministra Marina Elvira Calderone (ma già previsto anche nella riforma Dini) sarà, oltre quello di separare gli aspetti previdenziali da quelli assistenziali (il 46,5% delle pensioni liquidate dall’INPS presentano un carattere previdenziale), quello di creare staffette generazionali, per riequilibrare il sistema.

Nel continuo dilagare della spesa pubblica, il settore pensionistico, in Europa, sembra essere l’unico su cui occorra applicare norme rigidissime e nessun bonus, se non per accontentare qualche pressione di natura corporativa. In questo contesto di forte incertezza, non stupisce che le quotazioni dell’oro raggiungano nuovi massimi, quale unico bene rifugio dei, sempre più tartassati e sempre meno numerosi, risparmiatori (la propensione al risparmio delle famiglie italiane nel 2022 è crollata all’8,1%: nel 2021 era al 13,1% - dati Istat).

La panacea di stampare moneta

Molti governi, con l’evidente scopo di mantenere una pace sociale, reagiscono agli aumenti delle materie prime energetiche calmierandone i prezzi con riduzioni delle aliquote fiscali o con sussidi pubblici, impedendo così al prezzo di ridurre la domanda e nel medio-lungo periodo far crescere l’offerta di forme alternative e meno inquinanti.

Oggi si discute su quale sia il taumaturgico livello di inflazione ottimale: il 2% anelato dalle banche centrali, ma c’è chi come Olivier Blanchard, capo economista del Fondo Monetario Internazionale che ritiene accettabile un limite innalzato al 4% per permettere alle Banche Centrali un maggiore margine d'azione.

La storia è ricca di processi inflattivi, dal blocco dei porti della Fenicia per l’eccessivo arrivo di argento dalla penisola iberica (VI secolo a.C.), alla svalutazione della moneta bronzea del periodo tolemaico (Egitto III secolo A.C.), all’impatto conseguente all’aumento degli stipendi ai militari (Atene V secolo a.C. e Roma II secolo d.C.).

In ogni fase storica vi erano poi i dilettanti della “limatura” che provocava lo svilimento e il conseguente abbassamento progressivo del valore intrinseco. Emblematico fu il processo inflattivo dei “luigini”, realizzato attraverso una smisurata truffa monetaria: nella Repubblica di Genova esistevano diversi feudi che godevano del diritto di monetazione che subappaltarono spesso a speculatori che condussero ad una sostanziale perdita di valore della moneta francese. A farne le spese fu soprattutto l’Impero ottomano, dove il Luigino era usato anche come amuleto. Carlo Maria Cipolla la definì la truffa del secolo.

Coniare moneta, azione sicuramente utile per regolare e sostenere le fasi cicliche dell’economia, non può però essere considerata come la soluzione di tutti i problemi, specie se non si collega a precisi vincoli di bilancio o di conversione (nell’epoca delle criptovalute, solo i più anziani si ricordano la dicitura “pagabili a vista al portatore”).

La cosiddetta Reflazione, intesa quale tentativo di stimolare l’economia, attraverso l’immissione di nuova moneta, può sicuramente costituire un’ipotesi allettante, ma non è scevra da rischi. Le autorità, non più solo quelle politiche, ma anche quelle monetarie sembrano invece ricercare più il consenso a breve che non la costruzione di equilibri consolidabili nel tempo e così, la tassazione occulta dell’inflazione può tornare utile.


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