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Società e comunicazione di fronte all'IA: è uno scontro di potere, da che parte stiamo noi?

19 ore fa
Tempo di lettura: 6 min

Meno due: lunedì 9 novembre entra nel vivo il ciclo "Capire l'IA", promosso dall'Associazione La Porta di Vetro di Torino. È il primo dei quattro incontri a tema e affronterà una delle questioni più controverse e complicate che ruotano attorno allo sviluppo e diffusione dell'Intelligenza artificiale: "Società e comunicazione". A confrontarsi dalle ore 18 presso SocialFare, in via Maria Vittoria 38, la docente del Politecnico di Torino Caterina Mele e Michele Ruggiero, giornalista, presidente de La Porta di Vetro.

Ad anticipare gli argomenti, alcuni dei quali faranno certamente capolino nell'incontro e nelle domande del pubblico, pubblichiamo un intervento di Savino Pezzotta, sempre puntuale con le sue osservazioni sulla IA, in particolare alla luce dei risvolti attuali e in prossimità sul mondo del lavoro.

Insieme al titolo dell'incontro abbiamo coniugato la domanda finale che Pezzotta srotola a fine articolo e che rivolge a sé stesso come a tutti noi.


di Savino Pezzotta

Nella mia vita ho visto molte trasformazioni del lavoro. Ho visto gli effetti delle grandi ristrutturazioni industriali degli anni Ottanta. Ho visto la stagione delle privatizzazioni degli anni Novanta, l’ingresso dell’Italia nella globalizzazione, la chiusura di fabbriche che sembravano destinate a durare per sempre. Ho visto l’affermarsi del lavoro flessibile dopo il Pacchetto Treu e le successive riforme del mercato del lavoro. Ogni volta ci è stato detto che eravamo di fronte a passaggi inevitabili, che il progresso avrebbe portato benefici per tutti. Non sempre è andata così.

Molti lavoratori ricordano bene quegli anni. Ricordano quando la produttività cresceva ma i salari restavano fermi. Ricordano ristrutturazioni presentate come modernizzazione che si traducevano in riduzione degli organici. Ricordano la precarietà raccontata come opportunità e vissuta, invece, come insicurezza. Per questo guardo all’intelligenza artificiale senza pregiudizi ma anche senza ingenuità.

Oggi ci viene detto che l’IA aumenterà la produttività, migliorerà l’efficienza e renderà più competitive le imprese. Può essere vero. Ma la domanda che mi pongo è la stessa che mi sono posto davanti a ogni grande trasformazione degli ultimi quarant’anni: chi beneficerà della ricchezza prodotta e chi ne sosterrà i costi?


Dietro i numeri persone reali

Una recente ricerca conferma che il rischio di sostituzione cresce rapidamente e colpisce soprattutto alcune professioni amministrative e impiegatizie. Dietro queste categorie statistiche ci sono persone reali. C’è la lavoratrice che organizza pratiche in un comune, l’impiegato che gestisce procedure in una piccola impresa, l’addetta che prepara documenti e fatture in uno studio professionale. L’intelligenza artificiale entra anzitutto nella loro vita quotidiana. Non stiamo parlando di un futuro remoto. In molte aziende il cambiamento è già iniziato.

Nella logistica gli algoritmi organizzano i tempi e i percorsi. Nei call center monitorano le prestazioni. Negli uffici automatizzano attività che richiedevano esperienza e competenza. Sempre più lavoratori si trovano a dover rispondere a sistemi che valutano, classificano e indirizzano il loro lavoro senza spiegare i criteri con cui prendono le decisioni. Qui emerge il vero tema. Non siamo di fronte soltanto a una questione tecnologica. Siamo di fronte a una questione di potere.

Dietro il dibattito sull’intelligenza artificiale si combatte una battaglia concreta per il controllo della ricchezza, dell’organizzazione del lavoro e del tempo delle persone. Chi decide come utilizzare questi strumenti? Chi controlla i dati? Chi raccoglie i benefici derivanti dall’aumento di produttività? Chi stabilisce le regole?

Il conflitto sociale del XXI secolo passa anche da queste domande. La storia del movimento dei lavoratori insegna che ogni innovazione apre una contesa sulla distribuzione dei benefici. Negli anni del miracolo economico italiano furono la contrattazione collettiva e le lotte sindacali a trasformare gli aumenti di produttività in salari più alti, diritti sociali e tutele collettive. L’innovazione non produsse automaticamente giustizia. Fu necessario conquistare quella giustizia attraverso il conflitto democratico e la contrattazione. Anche oggi il problema è lo stesso.

Perché l’IA non arriva in un mercato del lavoro equilibrato. Arriva dentro un sistema già segnato da disuguaglianze crescenti, salari stagnanti, lavoro povero e precarietà diffusa. Arriva in una fase storica nella quale milioni di persone percepiscono di avere meno potere contrattuale rispetto al passato. Pensare che la tecnologia risolva automaticamente questi problemi significa non avere imparato nulla dalle trasformazioni precedenti.


I rischi odierni

Dovremmo ricordare anche la crisi finanziaria del 2008. Anche allora si sosteneva che il mercato fosse in grado di autoregolarsi. Alla fine, il conto è stato pagato da lavoratori, pensionati e famiglie. Quando la politica rinuncia a governare i processi economici, qualcuno continua a guadagnare, ma molti altri vengono lasciati indietro. È questo il rischio che vedo oggi.

Se l’aumento di produttività prodotto dall’intelligenza artificiale finirà esclusivamente nei bilanci delle grandi piattaforme tecnologiche e dei grandi gruppi economici, assisteremo a una nuova concentrazione della ricchezza e del potere. Se invece una parte di quel valore verrà redistribuita attraverso salari migliori, riduzione dell’orario di lavoro, investimenti nella formazione e nuove tutele, allora la tecnologia potrà diventare una risorsa per tutti.

D’altra parte, la questione riguarda anche il modo in cui concepiamo il lavoro. La tradizione del cattolicesimo sociale, dalla Rerum Novarum alla Laborem Exercens, e oggi al grande dono che ci ha fatto Papa Leone XIV con la Magnifica Humanitas, ci ricorda che il lavoro non è una merce e non può essere ridotto a una variabile dipendente della tecnica o del mercato. Il lavoro è una dimensione essenziale della persona. Attraverso il lavoro le donne e gli uomini partecipano alla costruzione della società, sviluppano capacità, assumono responsabilità e contribuiscono al bene comune.

Per questo ogni innovazione va giudicata non soltanto in base all’efficienza che produce, ma anche agli effetti che genera sulla dignità umana. Quando il lavoro viene considerato semplicemente un costo da comprimere o una funzione da automatizzare, non si impoverisce soltanto il lavoratore. Si impoverisce l’intera comunità.


Il sindacato deve governare i cambiamenti

Nella cultura sociale cristiana la persona viene prima dell’economia e il lavoro viene prima del capitale. È un principio antico, ma forse non è mai stato così attuale. Perché il rischio dell’intelligenza artificiale non consiste soltanto nella sostituzione di alcune mansioni. Il rischio più profondo è abituarci a giudicare l’essere umano con gli stessi criteri con cui valutiamo una macchina: efficienza, velocità, prestazione.

Una società costruita soltanto su questi parametri può diventare più ricca, ma non necessariamente più giusta o più umana. Per questo il sindacato non può limitarsi ad accompagnare i cambiamenti. Deve contribuire a governarli. Dobbiamo entrare dentro gli algoritmi come nel Novecento siamo entrati dentro l’organizzazione del lavoro. Dobbiamo contrattare gli effetti dell’intelligenza artificiale prima che siano altri a decidere unilateralmente chi vince e chi perde.

L’Autunno caldo del 1969 non riguardava soltanto i salari. Riguardava il potere dentro i luoghi di lavoro. I lavoratori chiedevano di partecipare alle decisioni che condizionavano la loro vita. Oggi quella domanda ritorna. Non riguarda soltanto la catena di montaggio. Riguarda gli algoritmi che organizzano prestazioni, tempi, valutazioni e perfino percorsi professionali. Si parla molto di riqualificazione professionale. È giusto farlo. Ma sarebbe un errore trasformare tutto in una responsabilità individuale.

Non possiamo dire a chi perde il lavoro di cavarsela da solo frequentando qualche corso di aggiornamento. Non possiamo scaricare sulle persone l’intero costo dell’adattamento tecnologico. Una società giusta accompagna le trasformazioni. Non abbandona chi le subisce. Dopo tanti anni, trascorsi accanto ai lavoratori ho imparato una lezione semplice. Ogni innovazione viene presentata come una questione tecnica. In realtà riguarda sempre rapporti sociali, distribuzione della ricchezza, equilibri di potere e dignità delle persone.


Con o contro i lavoratori?

Per questo la domanda decisiva non è se l’intelligenza artificiale sostituirà alcuni lavori. In parte sta già accadendo. La vera questione è un’altra: il futuro verrà costruito con i lavoratori o contro i lavoratori? Da questa scelta dipende molto più dell’organizzazione del lavoro. Dipende la qualità stessa della nostra democrazia. Ogni volta che una trasformazione economica concentra potere in poche mani, si indeboliscono anche la partecipazione e la coesione sociale. In oltre cinquant’anni di vita sindacale ho visto cambiare le fabbriche, le imprese, le tecnologie e perfino il linguaggio dell’economia. Una cosa però non è mai cambiata: il bisogno di riconoscere il valore della persona che lavora.

Il lavoro non è soltanto reddito. È riconoscimento, appartenenza, partecipazione. È uno dei modi attraverso cui ciascuno contribuisce al bene comune e trova il proprio posto nella società. L’intelligenza artificiale ci pone oggi davanti a una nuova frontiera. Possiamo subirla come una necessità tecnica oppure governarla come una scelta democratica. La grande lezione della storia italiana del lavoro, dalle conquiste dell’Autunno caldo alle battaglie contro la precarietà, è che nessun progresso diventa davvero umano senza partecipazione, contrattazione e giustizia sociale.

Per questo la domanda decisiva non è che cosa può fare l’intelligenza artificiale. La domanda è quale società vogliamo costruire attraverso di essa. Ho sentito dire molte volte che il progresso non si può fermare. È vero. Ma ho imparato che il progresso può prendere strade molto diverse. Alcune allargano la libertà delle persone. Altre concentrano ricchezza e potere. L’intelligenza artificiale non farà eccezione. Non mi chiedo se arriverà. È già arrivata.

Mi chiedo da che parte starà. E soprattutto da che parte sapremo stare noi.

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