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La fortuna di essere nati dalla parte giusta e che vive in pace del mondo

Pensieri sulla quotidiana fragilità degli ultimi


di Luisella Fassino


Ogni mattina mi sveglio continuando a pensare esattamente quello che stavo pensando quando, poche ore prima, Morfeo mi aveva accolto fra le sue braccia. La mia giornata inizia sempre così: con un problema da risolvere. Anzi, con i problemi degli altri da risolvere.

A volte mi chiedo se faccio davvero il mestiere del consulente del lavoro o se, inconsapevolmente, sia diventata un po' assistente sociale, un po' psicologa, un po' mediatrice e, a intervalli, consulente.

Domani sarà diverso. E, nello stesso tempo, sarà esattamente uguale. Potrei lamentarmi. Potrei dire che il tempo non basta mai, che le norme cambiano troppo in fretta, che i portali informatici funzionano quando decidono loro, che le responsabilità aumentano ogni anno e che, spesso, chi svolge questo mestiere porta sulle proprie spalle anche le preoccupazioni degli altri. Sarebbe tutto vero. Eppure, mi considero una persona immensamente fortunata. Non per il lavoro che faccio. Non perché abbia avuto l'opportunità di studiare o di esercitare una professione che amo. Mi considero fortunata perché sono nata dalla “parte giusta del mondo”. E anche ricca e che da più di ottant'anni è in pace. E ciò mi offre l'opportunità di dire che non ho mai avuto paura di addormentarmi. Ho sempre avuto un tetto sopra la testa, un letto pulito nel quale coricarmi ogni sera, acqua potabile ogni volta che aprivo un rubinetto, cibo sufficiente per non conoscere mai la fame e qualche moneta per affrontare la quotidianità. Sono cose così normali da sembrare scontate. E invece rappresentano un privilegio enorme.

Ho avuto la fortuna di nascere donna in un Paese dove ho potuto studiare, lavorare, costruire una professione, assumere responsabilità e conquistare, giorno dopo giorno, la mia libertà e il mio spazio nella società. Non ovunque nascere donna o uomo, che sia, significa poter scegliere il proprio destino.

Sere fa, tornando a casa, questo pensiero ha smesso di essere un ragionamento, un concetto astratto, ed è diventato un volto. Davanti all'ufficio ho visto un uomo. Avrà avuto poco più di quarant'anni. La pelle scura, i capelli neri, il volto scavato. Era senza dubbio proveniente da uno di quei Paesi che noi europei scegliamo come meta di vacanze o di safari, mentre per molti dei loro abitanti rappresentano un luogo da cui fuggire con partenze che troppo spesso non contemplano un ritorno. Era piegato sul contenitore dei rifiuti dell’umido.

Non rovistava con la frenesia della disperazione. Lo faceva con una lentezza quasi rispettosa. Raccoglieva un piccolo pezzo di cibo, lo osservava per un istante, poi lo sfiorava lentamente con il palmo della mano, quasi volesse liberarlo da ciò che vi era rimasto attaccato e, insieme, cancellare il fatto che qualcuno lo aveva gettato via. Solo allora lo portava alla bocca. Un pezzo alla volta, per masticarlo con una lentezza che a noi frenetici non è nota.

Poi ricominciava. Con la stessa pazienza. Con la stessa cura. Mi sono immobilizzata. La prima reazione era quella di tirare diritto. Era uno sconosciuto. Era sera. Eravamo soli. Avevo paura di quella disperazione. Sono rimasta un istante a misurare la prudenza che, soprattutto noi donne, impariamo quasi senza accorgercene a portarci dentro ogni volta che ci troviamo davanti a un uomo che non conosciamo. Poi alzò gli occhi.

In quello sguardo non c'era alcuna minaccia. C'era soltanto una disperazione così profonda da disarmare, una dopo l'altra, tutte le mie paure. Mi sono avvicinata. Gli ho teso qualche soldo. Lui li ha presi con discrezione, quasi con pudore. Non ricordo se abbia pronunciato una parola. Ricordo soltanto i suoi occhi. Erano occhi smarriti. Occhi stupiti, che sembravano aver visto troppa strada, troppe rinunce e troppa fame. Forse perché, quando la fame diventa un'abitudine, anche la speranza impara a parlare sottovoce. Ho ripreso la macchina e sono tornata a casa.

La cena è rimasta sul tavolo. Io non sono riuscita a mangiare. Continuavo a pensare a quanto sia sottile il confine fra ciò che consideriamo normale e ciò che, invece, per milioni di persone rappresenta un privilegio irraggiungibile. Forse ogni tanto dovremmo fermarci. E dovremmo ricordarci che esistono persone per le quali il vero problema non è arrivare puntuali a un appuntamento, ma chiudere la giornata con qualcosa da mangiare. La vita mi ha insegnato che il lavoro, lo studio e l'impegno possono cambiare molte cose. Possono costruire una professione, regalare soddisfazioni, farci crescere come persone. Ma ci sono privilegi che non abbiamo conquistato, eredità che il destino ci ha consegnato senza alcun merito. Li abbiamo semplicemente ricevuti: diritti ottenuti prima ancora dei doveri.

La verità è che nessuno di noi ha alcun merito per essere nato dalla parte giusta del mondo. È stata una fortuna assegnata al buio, una volontà superiore, che i nostri limiti di esseri umani non ci darà mai la possibilità di comprendere.

Ma una cosa è certa: le fortune più grandi sono proprio quelle che non ci accorgiamo di avere. Sono quelle che ci accolgono ogni sera senza chiedere nulla in cambio: una doccia che porta via la stanchezza della giornata, un letto pulito che ci aspetta, l’accogliente silenzio di una casa, la rassicurante consapevolezza che domani potremo ricominciare. Le consideriamo cose normali. Normali non sono. Sono privilegi. Privilegi che non abbiamo conquistato con il talento, con il lavoro o con il sacrificio. Ci sono stati consegnati il giorno in cui siamo venuti al mondo, semplicemente perché il destino ha scelto per noi un luogo anziché un altro.

Forse dovremmo fermarci un momento nella frenesia della nostra quotidianità e, con gratitudine, pensare che tutte le fortune nascono proprio da qui, sviluppando un nuovo talento: la capacità di riuscire a vedere, ogni tanto, ciò che la consuetudine ci ha insegnato a ignorare.


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