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Sanità in crisi tra bassi stipendi e fughe degli operatori


di Chiara Laura Riccardo e Emanuele Davide Ruffino



La situazione sanitaria sta sfuggendo di mano, con asincronismi sempre più evidenti, tra realtà e approcci normativi. Partiamo da un dato: l’Italia risulta essere l’unico paese europeo in cui gli stipendi medi lordi annui sono diminuiti rispetto al 1990 e, come ricordava Piero Angela, “nel nostro Paese, così come non si premia il merito, non si punisce chi trasgredisce”.


Il 55° Rapporto Censis riporta un calo delle retribuzioni del 2,9%, rispetto ad aumenti del 33,7% in Germania e del 31,1% in Francia. Un calo, questo, progressivo tutto italiano che viaggia di pari passo con l'andamento del PIL italiano. Inoltre, sembra che il 30,2% degli italiani dichiari di collocare al primo posto tra i fattori che frenano l’inserimento nel mondo del lavoro, le retribuzioni disincentivanti che i datori di lavoro (pubblici e privati) oggi offrono in cambio delle prestazioni professionali, anche negli ambiti dove è richiesta competenza specifica e/o specialistica. In proposito non mancano esempi illuminanti.


Facciamo un po’ di conti


In tempi di pandemia, lo sguardo si è ripetutamente posato sulla situazione retributiva delle professioni sanitarie e ciò che si è visto non è edificante. Lo stipendio delle professioni sanitarie italiane continua a collocarsi agli ultimi posti della graduatoria europea con anche alcuni disequilibri tra regioni. I professionisti italiani hanno una busta paga media di circa 27.382 euro annui, cifra molto lontana da quanto si registra in Francia (32.092 euro) e in Spagna (34.212 euro), per non parlare poi di Germania (45.000 euro), Irlanda (48.167 euro) e Lussemburgo (91.920). Il che rende quasi superflua la domanda sulla fuga di professionisti preparati dalle nostre Università all’estero.


Le professioni sanitarie oggi sono di fatto quelle che risentono di uno stipendio inferiore rispetto a tutti i settori, uno stipendio oggi non più adeguato alla quantità e qualità di lavoro svolta. Secondo l’Osservatorio Jobpricing 2022, nell’ambito della sanità lo stipendio medio di un medico si aggira tra i 2.000 e i 3.000 euro mensili, mentre quello di un professionista sanitario di area infermieristica, tecnica, riabilitativa o preventiva varia dai 1.900 euro lordi mensili nel settore pubblico ai 1.500 euro netti mensili nel settore privato.Retribuzioni, queste, che non si discostano molto dallo stipendio di un operaio (pari a 1.464 euro mensili netti) o di un magazziniere (pari a 1.300 euro netti al mese).

In questa cornice, le Regioni ed i relativi servizi sanitari sia del settore pubblico che del privato convenzionato/accreditato, rilevano da alcuni mesi un vero e proprio esodo dalle professioni sanitarie, fenomeno in gran parte connesso alle retribuzioni considerate non più conformi alle attuali condizioni di lavoro. E dunque, negli ultimi tempi, tra licenziamenti e pensionamenti la tenuta del Servizio Sanitario Nazionale è sempre più a rischio e le professioni sanitarie in generale stanno diventando sempre meno allettanti per le giovani generazioni e sempre più difficili da sostenere per chi già le pratica.


Come affrontare il problema

Bisognerebbe tenere conto del fatto che la passione, da sola, non basta quando non vengono posti in essere altri tipi di riconoscimenti a fronte di condizioni di lavoro sempre più critiche ed usuranti dal punto di vista psicofisico. Se a ciò si aggiungono le sempre più frequenti aggressioni fisiche che coinvolgono anche il personale delle associazioni di volontariato (Croce Rossa Italiana compresa), perché il servizio non risponde agli standard attesi (il problema è che ogni cittadino ha in mente un suo standard diverso dagli altri), l’allontanamento da certi servizi, in particolare quelli emergenziali, è ancor più spiegabile.


Se il problema è conosciuto, occorre esaminare le cause per cui non si pone, a questo, un rimedio. Non si può chiedere agli operatori di lavorare tanto, a basso costo e sottoposti a continui maltrattamenti, quando il mercato offre loro condizioni decisamente più favorevoli. Essendo in periodo elettorale, verrebbe da pensare che l’ammontare di voti rappresentati dagli operatori sanitari non rappresentino più un bacino di grande interesse. Il personale in oggetto ammonta a 724.245 unità (di cui 670.803 a tempo indeterminato, 38.568 unità con rapporto di lavoro flessibile e 14.874 personale universitari). Ma davvero tutto si fonda su parametri numerici?


In questo caso però non si tratta di difendere il posto di lavoro, ma di prendere coscienza di situazioni di oggettiva difficoltà non più sopportabili e non limitarsi a chiedere maggiori finanziamenti che poi verrebbero distribuiti a pioggia con logiche ormai stereotipate. Il mercato del lavoro si muove seguendo condizioni che le normative faticano a formalizzare e, se da un lato bisogna continuare a tutelare situazioni a rischio di sfruttamento (sempre più frequenti), dall’altro bisogna cogliere le dinamiche che si stanno realizzando per attivare condizioni favorevoli per gli operatori.


Elemento fondamentale del welfare


La sanità rappresenta sempre più un fattore caratterizzante le nostre società post moderne. Prima del 1958, non esisteva il Ministero della Sanità/Salute e la spesa sanitaria sul PIL rappresentava ancora meno dell’1%. Ma oggi è un elemento fondamentale del welfare e caratterizzante la qualità della vita, cui non è più sufficiente rispondere aumentando il numero di prestazioni. Di conseguenza, tocca alla società stessa interrogarsi se le professioni sanitarie dell’epoca Covid-19 sono eroi o elementi da sfruttare fino all’esasperazione, permettendo nel contempo fasce di improduttività.


Il primo errore è proprio quello di affrontare la sanità come un unicum indivisibile: le stesse regole non possono valere per gli infiniti settori che la caratterizzano. E per raggiungere maggiore razionalità nel settore e rispondere alle esigenze dei pazienti, occorre trasferire le decisioni dai tavoli generalisti a tavoli specifici, dove si possono raggruppare le competenze necessarie per conoscere e affrontare le singole problematiche. Questo per continuare, anche in un periodo come quello odierno, primariamente determinato dalla scarsità di risorse, a “fare qualità”, parte fondamentale di ogni azienda e servizio sanitario.


Si tratta di un approccio culturale di non facile impostazione. Tuttavia, la realtà richiede con sempre più urgenza una risposta alle frequenti domande su che cosa dovrebbero fare le istituzioni per rafforzare la sanità.

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