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Politiche ambientali e interventi sull'auto visti dalla parte di un imprenditore

di Giuseppe Scalenghe

Una premessa è d'obbligo per non creare equivoci: che il nodo delle politiche per l’auto e per il risparmio energetico sia al centro dell'attenzione della politica e della società civile è un fatto indiscutibile, ma è altrettanto discutibile la distorsione di visuale che ha assunto l'obiettivo di fondo, al punto che si rischia creare problemi più importanti di quelli che vorrebbe risolvere. Per questo, credo che sia utile puntualizzare una serie di concetti e reindirizzare le politiche in atto.

In proposito, partiamo dal 2035, anno in cui entrerà in vigore il divieto di produzione di auto a motore termico con la progressiva diffusione di auto elettriche. Ora, al contrario dell'opinione corrente degli ambientalisti, temo che il provvedimento (radicale) non determinerà affatto impatti positivi sul nostro ecosistema, mentre avrà pesanti ripercussioni dal punto di vista economico e occupazionale.

Un'opinione personale di un imprenditore del settore direttamente interessato? No, lo testimoniano i dati. L’incidenza delle auto circolanti in Europa sul totale delle emissioni di CO2 arriva oggi al 3% circa; molto più pesante è, invece, l’apporto di CO2 determinato da altre emissioni. Per contro, la produzione in massa di batterie per auto elettriche, comporterà anche un'attenta analisi dei risvolti ambientali legati al loro smaltimento. Sotto il profilo "meramente" economico, l’abbandono dell’auto a motore termico per quella a motore elettrico, comporterà un netto calo degli occupati, non solo per quanto concerne la produzione, ma anche le fasi di aftermarket, il post vendita automobilistico. Quindi, il passaggio dall’una all’altra propulsione si prospetta con un saldo occupazionale negativo.

Ora, se è vero che il contributo che l’Europa intera dà all’inquinamento globale è dell’8,5%, e se è altrettanto vero che l’inquinamento da emissioni non ricade solo su chi lo determina, dovremmo seriamente preoccuparci di quel 91,5 per cento rimanente che proviene da nazioni extra europee. Non c'è alternativa, perché se non si procede a costruire un cambio di visione strategico e settoriale, continueremo a escogitare soltanto soluzioni che mortificano la nostra economia e la nostra occupazione, ma che ben poco risolvono a vantaggio dell'ecosistema. Il difetto di visione emerge da quanto appena sintetizzato. In altri termini, si vuole raggiungere il traguardo dell’abbattimento dei livelli di inquinamento, ma si sbaglia percorso per arrivarci. Con una battuta vecchia, ma sempre valida, "la diagnosi è giusta, ma il paziente è morto".

Secondo punto, ma non meno importante. E’ certamente condivisibile l’obiettivo di “decarbonizzare” l’Europa, ma se si guarda soltanto al comparto automotive, pur nella limitata incidenza che l’auto ha sull’inquinamento globale, si scopre che sono ormai sempre più numerosi i tecnici del settore che valutano come errata la scelta della mono produzione dell'elettrico, anziché studiare soluzioni alternative. Aggiungo, e non si tratta di un elemento marginale, che rischia di trasformarsi in una leggenda metropolitana l'idea che l’auto elettrica possegga il potere quasi taumaturgico di risolvere ogni problema ambientale. Anzi, è esattamente il contrario se le scelte ambientalistiche non viaggeranno di concerto con quelle economiche e occupazionali per evitare shock e destabilizzazioni sociali.

Si tratta di un cambio di visione e di paradigma d’azione che diventa necessario e improcrastinabile per l’Europa, ma anche per l’Italia, e in particolare per il nord-ovest e il Piemonte, area nella quale la presenza di industria manifatturiera coinvolta dalla filiera automotive rimane ancora oggi importante e significativa (25 per cento del Pil regionale).

Il sistema delle imprese, quindi, deve rivolgersi con forza alle istituzioni locali e nazionali perché agiscano su questi binari, abbandonando politiche dalla vocazione soltanto in apparenza attente all’ambiente e all’occupazione. Ed è dovere dell’imprenditoria creare le condizioni per essere ascoltati e collaborare per individuare opzioni che meglio coniugano ambiente, economia ed occupazione.

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