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Cattolici progressisti: è la responsabilità politica a essersi smarrita

di Savino Pezzotta


L’articolo dell’amico Giorgio Merlo, con il quale ho condiviso una stagione ideale segnata dalla lettera di mons. Luigi Bettazzi a Enrico Berlinguer, mi induce a tornare sul nodo dei cattolici e della politica. Per affrontarlo senza scorciatoie bisogna uscire dall’idea, comoda ma falsa, che i cattolici abbiano avuto una sola visione politica. Anche quando lo scontro ideologico e la costruzione dell’impianto democratico della Repubblica richiedevano una postura unitaria, le differenze erano profonde: attraversavano la Democrazia Cristiana, la oltrepassavano e sono arrivate fino a noi.

Semplificando, potremmo dire che sempre sono esistiti cattolici progressisti e cattolici conservatori: due grammatiche, due sensibilità, due modi di leggere il Vangelo dentro la storia. E allora, per restare nell’alveo aperto da Bettazzi – un alveo di dialogo, di rischio, di responsabilità – la domanda oggi è una sola: quale è l’apporto dei cattolici progressisti alla politica del nostro tempo?

Per capirlo dobbiamo partire da una constatazione semplice e dura: la politica contemporanea ha perso il contatto con la carne del mondo. Parla di sicurezza, di crescita, di governance, ma non tocca più la vita concreta: il lavoro che si sgretola, la povertà che si espande, la guerra che torna a essere linguaggio quotidiano, la terra che si consuma sotto i nostri piedi. In questo vuoto, il cattolico progressista non è un segmento identitario. È una postura morale. Una postura che non coincide con nessuna delle famiglie politiche esistenti, perché non nasce da un programma ma da una ferita: la convinzione che la dignità umana sia il primo criterio della polis, non l’ultimo.

I cattolici progressisti devono però portare nella politica tre elementi che oggi mancano. Il primo è una visione della persona non ridotta a individuo. Non l’individuo competitivo del neoliberismo, non il soggetto disciplinato dei conservatori. La persona come relazione, come responsabilità reciproca, come corpo che chiede giustizia. È una antropologia che non si accontenta della somma degli interessi, perché sa che la società non è un mercato e la comunità non è un algoritmo.

Il secondo è un’idea di pace che non è diplomazia ma conversione. Non pacifismo di maniera, ma la consapevolezza che la guerra è sempre fallimento della politica e della fede. Bettazzi lo aveva intuito: il dialogo non è debolezza, è l’unica forma adulta della forza. In un tempo in cui la guerra torna a essere presentata come necessità, il cattolico progressista ricorda che la pace non è un’opzione morale, ma un compito politico.

Il terzo è un’ecologia integrale che non è ambientalismo. È la percezione che il creato non è risorsa ma legame. Che la crisi climatica non è un tema, ma il luogo dove si decide il futuro della convivenza umana. Non si tratta di proteggere la natura, ma di proteggere la possibilità stessa della vita comune. È un orizzonte che obbliga la politica a guardare oltre il ciclo elettorale, oltre il PIL, oltre la retorica della transizione.

Questi tre elementi non producono automaticamente un partito, né una piattaforma. Producono dei criteri: la politica deve essere giudicata dalla sua capacità di proteggere la vita fragile, non dalla sua efficienza amministrativa. E qui si apre il punto decisivo: i cattolici progressisti non sono chiamati a ricostruire una nuova DC, ma a ricostruire una nuova responsabilità pubblica. Non un’identità, ma una presenza. Non una bandiera, ma una coscienza. Non un recinto, ma un attraversamento.

La domanda, allora, non è dove stanno i cattolici progressisti. La domanda è: dove manca oggi la loro voce? Dove la politica ha smesso di vedere l’umano? Dove il conflitto morale è stato sostituito dal marketing? Dove la democrazia si è trasformata in amministrazione? È lì che devono stare. È lì che possono portare ciò che Bettazzi chiamava “il rischio del Vangelo”: non una morale, ma una disponibilità a esporsi, a perdere, a non essere maggioranza.

Perché il contributo dei cattolici progressisti non è numerico. È temperatura. È densità. È la capacità di dire che la vita viene prima del potere. In un tempo di cinismo politico, questa è la loro forza: ricordare che la politica non è gestione, ma cura del destino comune.

 

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