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Quarant'anni fa la scomparsa del cardinale Michele Pellegrino

1 giorno fa
Tempo di lettura: 4 min

di Pier Luigi Accornero


@Pubblico dominio
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«Con sincera ammirazione ricordo la luminosa figura di zelante sacerdote, di benemerito studioso dei Padri della Chiesa e di instancabile pastore per 12 anni in codesta vasta arcidiocesi carica di fermenti religiosi e sociali» telegrafò Giovanni Paolo II alla morte di Michele Pellegrino, il 10 ottobre del 1986.[1] Papa Francesco ne ricordò «la luminosa figura di patrologo e di pastore, la limpida testimonianza episcopale e la profetica opera apostolica volta a promuovere costantemente il dialogo con i “lontani”: che la memoria di così fedele servitore della Chiesa, radicato nella sapienza del Vangelo, susciti rinnovati propositi di coerente adesione a Cristo e di feconda comunione ecclesiale». E il suo quinto successore, il cardinale arcivescovo di Torino Roberto Repole, aggiunge: «Mi ha sempre colpito una cosa: è un uomo profondamente appassionato di Cristo. In tutta la sua vita ha testimoniato tale passione in tutti i modi e le occasioni. In lui è prospettata una Chiesa a servizio di un Dio in dialogo con gli uomini».

Quando, paralizzato da un ictus, è ricoverato per quattro anni al «Cottolengo», don Luigi Ciotti va a trovarlo: «Gli parlai di un malato giovane ricoverato in un reparto vicino. Il padre si fece portare al suo capezzale e vi si fermò a lungo. Non aveva parole per confortarlo: gli regalò la sua presenza». Il nipote don Giuseppe Pellegrino rammenta il sereno trapasso: «Mi impressionava vedere lo sforzo, talora quasi violento, che proprio lui, che aveva lo stile della pace, faceva per comunicarmi qualcosa, per regalarmi un'idea e per darmi un consiglio. Alle 7:10 del 10 ottobre 1986 fece un cenno di saluto alla donna buona (Concetta Crocco) che sempre lo accudì e poi se ne andò, come la cosa più ovvia del mondo. Chi gli è stato vicino tanto tempo assicura che morì giovane».

Lo portano a spalle i suoi preti e diaconi dal Seminario Metropolitano alla Cattedrale per i funerali con i cardinali Anastasio Alberto Ballestrero (Torino), Giuseppe Siri (Genova), Silvano Piovanelli (Firenze), Giovanni Colombo (emerito di Milano), 20 vescovi, 600 sacerdoti, migliaia di fedeli. Siri ricorda: «Io e lui eravamo spesso divisi nelle idee e nei progetti, ma mai nel cuore e nella fede». Il feretro è tumulato nella tomba di famiglia a Roata Chiusani.  Vent’anni dopo la morte, in una severa e realistica analisi il fossanese prof. Alessandro Parola, autore del pregevole «Gli anni giovanili di Pellegrino», lo colloca «tra oblio e rimozione»: «L’anniversario è passato perlopiù sotto silenzio ma si può parlare anche di esito scontato, per via di un’insistita opera di rimozione toccata a Pellegrino come a molti padri del Vaticano II. Il mondo cattolico che conta sembra aver dimenticato la figura e l’opera del pastore torinese. La generazione dei testimoni è tramontata». 

Il 25 aprile 1903 Michele Giuseppe Pellegrino nasce in una famiglia poverissima – il padre è muratore - a Roata Chiusani di Centallo, provincia di Cuneo e diocesi di Fossano, sacerdote dal 1925 – scrive «O sacerdote santo, o non sacerdote, con l’aiuto di Dio» - si laurea in Lettere, in Teologia e in Filosofia. Insegnante in Seminario, direttore del settimanale diocesano «La Fedeltà», vicario generale a 30 anni, è in rotta di collisione con il nazifascismo.

L’Università di Torino, prima in Italia, nel 1948 istituisce per lui la cattedra di Letteratura cristiana antica. Arcivescovo di Torino il 18 settembre 1965 per volontà di Paolo VI, adotta come motto l’evangelico «Evangelizare pauperibus, Evangelizzare i poveri». Il patrologo divenuto pastore tende a incarnare il modello dei Padri della Chiesa, in una stagione ecclesiale straordinariamente ricca come quella conciliare e con la lettera pastorale «Camminare insieme» privilegia i più deboli e poveri: operai, immigrati ed esclusi. 

Figura profetica e scomoda, Pellegrino paga a caro prezzo le sue aperture e la sua coerenza. Roma non lo ha mai amato, non fu mai eletto a una carica nella Conferenza episcopale italiana o nominato per un Sinodo dei vescovi. Roma si indispettì quando nel 1977 - dopo l’annuncio, il 1° gennaio, della rinuncia - diede l’assenso alla proposta, nata in Consiglio Pastorale, di inviare in Vaticano una delegazione per informare sulla realtà e sui bisogni della diocesi, ma non assolutamente sul profilo del futuro arcivescovo. 

Un ictus cerebrale l’8 gennaio 1982 gli toglie l’uso della parola. Alla  morte, nel 1986, su «La Voce del Popolo» esce lo splendido editoriale «Quegli occhi» nel quale il direttore don Franco Peradotto ricorda: «Nei vari incontri, lo sentivo ripetere che il dialogo doveva essere estremamente sincero e leale. Chiedeva di segnalargli le cose che non andavano, suggerimenti, consigli, proposte». 


Note

Mercoledì scorso, 7 ottobre, a pochi dal 40° del «trapasso» di Michele Pellegrino, alla Sala Carpanini del Comune di Torino, l’associazione «La Porta di vetro» - con l’organizzazione del suo presidente Michele Ruggiero e del giornalista-scrittore Luca Rolandi - ha presentato il volume «Michele Pellegrino, l’uomo, lo studioso, il vescovo del Concilio» (Effatà, 2025) di Pier Giuseppe Accornero, con interventi della vicesindaca Michela Favaro, della pastora valdese Piera Egidi Bouchard, del prof. Bartolo Gariglio docente emerito all’Università di Torino, del giornalista e scrittore Bruno Quaranta. Da punti di vista diversi ma convergenti, relatori e interventi del pubblico, hanno concordato su almeno tre elementi: Pellegrino è stato un grande pastore di Torino e nella Chiesa; purtroppo la sua memoria è via via sfumata, perché da allora «è cambiata un’era»; totale concordanza sull’apertura in diocesi della causa di beatificazione, anche se – come si è scritto sul sito - «non sarà un’impresa facile». Ma è lo stesso auspicio che la biografia sostiene a spada tratta: è stata scritta anche per creare un clima favorevole all’inizio del «processo diocesano». Perché – come ammonì Papa Francesco, nella sua visita a Torino il 21-22 giugno 2015 - «siamo chiamati a ricordare questi uomini di Chiesa, che sapevano camminare con il loro popolo, all’interno del popolo e con il popolo».





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