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«La gente va difesa»: paura, rabbia e coscienza dopo una rapina

19 ore fa
Tempo di lettura: 5 min

di Maria Teresa Fenoglio


Ha trascorso una vita sulle strade, Piero Fenoglio, come rappresentante di gioielli. Due rapine e i furti in casa hanno cambiato il suo rapporto con la sicurezza. Un tema, quest'ultimo, riproposto in chiave sempre più personalistica negli ultimi temi con la condanna del gioielliere di Grinzane Cavour per l'omicidio di due rapinatori; ultimo e recente caso, finito nel sangue, per la reazione a un tentativo di furto avvenuto a Baldissero d'Alba. Il racconto di Piero Fenoglio, finisce così per mostrare quanto sia difficile tenere insieme rabbia, bisogno di protezione e fedeltà ai propri principi.[1]


«Io sono un non violento, per carità», dice Piero Fenoglio. Poco dopo aggiunge: «Chi fa del male deve pagare». Pronuncia queste due frasi nella stessa conversazione, senza avvertire il bisogno di sceglierne una sola. È proprio nello spazio fra le due che si colloca la sua esperienza: la paura di chi è stato aggredito, la rabbia che ne segue, il desiderio di essere protetto e il rifiuto di prendere un’arma per difendersi.

Piero è cresciuto nel mondo dell’oreficeria di Valenza. Suo padre, arrivato in città come finanziere negli anni Cinquanta, aveva studiato gemmologia per svolgere il proprio lavoro; più tardi era diventato rappresentante. Piero aveva seguito la stessa strada. Viaggiavano insieme, con un campionario di gioielli, attraverso diverse regioni italiane. «Andavamo in Emilia, Romagna, andavamo in Toscana, in Umbria, in Val d’Aosta, in Lombardia, in Liguria», ricorda. Gli piacevano l’autonomia, gli incontri, il mestiere artigiano che stava dietro agli oggetti venduti. «Ho fatto una cosa che mi piaceva», dice. Poi quel lavoro, a causa delle rapine e dei furti, è diventato qualcosa che racconta di aver «odiato fino all’inverosimile».

Le precauzioni non mancavano: porte blindate nel negozio, un contenitore simile a una cassaforte nell’auto. Ma nel 1997, durante un viaggio, Piero e suo padre si accorsero di essere seguiti. Scelsero di proseguire fino alla zona illuminata di una barriera autostradale. Furono rapinati ugualmente. Uno degli assalitori puntò una pistola contro Piero, un altro aveva un fucile a canne mozze. «Mio padre era preoccupato per me, io ero preoccupato per lui», racconta. «Sono cose che, se parte un colpo, poi te le porti dietro per tutta la vita». Padre e figlio temettero l’uno per la vita dell’altro. Il danno economico li mise in ginocchio; quello psicologico durò molto più a lungo.

«Per anni ho avuto gli incubi», racconta. Rivedeva l’auto che si affiancava alla loro e tornava a chiedersi che cosa avrebbe potuto fare diversamente: «Ma se avessi fatto così, ma se, ma se, ma se». Anche fuori dal sonno restavano l’allerta e il sospetto: qualcuno mi segue? Ho chiuso bene la porta? Che cos’è quel rumore, di notte? «Per anni io ho vissuto in questa situazione qui», dice. Oggi Piero non viaggia più con un campionario e dice di riuscire a gestire meglio quei pensieri. «Cerco di non pensarci, però il cervello viaggia per conto suo». Eppure, mentre ne parla, ammette: «Questi ricordi qua mi turbano sempre».

Sono manifestazioni che possono comparire dopo un’esperienza traumatica: incubi, pensieri ricorrenti, vigilanza continua, difficoltà a sentirsi di nuovo al sicuro. Non occorre attribuire a Piero una diagnosi per riconoscere il peso di ciò che descrive. Le successive intrusioni in casa, una delle quali avvenuta mentre la famiglia dormiva, hanno riaperto quella ferita. «In una mezz’ora sono entrati e hanno portato via», racconta di un altro furto. Per chi ha vissuto episodi simili, il fatto che siano finiti non significa necessariamente che sia finita la paura. Piero avverte anche una solitudine difficile da quantificare: «Mi hai fatto vivere degli anni bruttissimi», vorrebbe poter dire a chi lo ha aggredito. «Però intanto, alla fine, tutti si dimenticano».

Da qui nasce anche la sua rabbia. Piero vuole che chi commette violenza risponda delle proprie azioni. Gli riesce difficile ascoltare discussioni pubbliche in cui la sofferenza delle persone aggredite gli sembra passare in secondo piano. «Non si può parteggiare per il ladro», dice con forza. «Io non parteggio sicuramente». «La gente va difesa», insiste. Si rivolge soprattutto a chi si riconosce in una posizione democratica: «Quelli che hanno veramente la coscienza, politicamente parlando, giusta, democratica, quelli devono pensare alla gente». Chiede attenzione per chi lavora, per chi subisce un’aggressione e per le conseguenze che continuano molto dopo la denuncia.

Questa richiesta, però, non lo porta a invocare una risposta armata. Suo padre possedeva una pistola; insieme decisero di lasciarla a casa. «Papà, la pistola non portarla dietro», ricorda di avergli detto. «Non è un’arma che ci difende ma è un’arma che, se dovesse capitare qualcosa, ci lasciamo le piume per davvero». Piero aveva avuto il porto d’armi, ma non aveva mai posseduto una pistola. Temeva che, durante una rapina, estrarla avrebbe reso ancora più probabile una morte. C’è anche una ragione più intima: «Non sarei in grado di usarla, te lo dico sul serio». E aggiunge: «Non è che puoi passare la tua vita contento di aver ammazzato uno». Per lui sarebbe difficile continuare a riconoscersi nelle proprie azioni: «Rispondendo a noi stessi, non siamo più d’accordo con noi stessi, ci perdiamo».

Quando commenta i casi di persone che sparano a un ladro, nella sua voce convivono reazioni difficili da conciliare. Sa quanto possano essere intensi il terrore e l’impulso a reagire. «Sono situazioni che durano un minuto, quattro secondi», osserva; in quei momenti «uno si fa prendere dalla paura». Sa anche che un colpo, una volta sparato, non si può ritirare: «Dopo che ha sparato non c’è più rimedio». La sua rabbia non cancella questa consapevolezza. E la sua scelta nonviolenta non cancella la rabbia.

Piero si domanda anche da dove venga chi delinque e che cosa accada a una persona quando entra in carcere. «Se uno va per la prima volta in galera e lo mettono in una cella dove ci sono dei delinquenti incalliti, quello lì diventa un delinquente incallito», dice. Poi si chiede: «Questa gente ce l’ha una famiglia dietro? C’è qualcuno che gli ha detto: guarda che certe cose non si fanno?». Sono domande che emergono accanto alla richiesta di conseguenze per chi ha fatto del male. Ascoltarle tutte è più impegnativo che assegnargli una posizione già pronta nel dibattito sulla sicurezza.

È questo che un’esperienza raccontata dall’interno può offrire alla discussione pubblica. Chi ha subito una rapina può chiedere protezione senza desiderare il «Far West»; può provare collera senza rinunciare alla propria coscienza; può chiedere responsabilità senza smettere di interrogarsi sulle cause della violenza. Una politica democratica della sicurezza deve saper ascoltare anche questa voce, e prendere sul serio le ferite che non si vedono.

Piero vorrebbe lasciare definitivamente il commercio dei preziosi. Aiuta il figlio in vigna e desidera dedicare più tempo alla scrittura, che ha sempre praticato per «regalare sorrisi, emozioni». Alla fine dell’intervista riassume il suo pensiero con un’espressione quasi disarmante: «Peace and love». Subito dopo aggiunge: «Però chi fa del male deve pagare». Non è una contraddizione da correggere. È la fatica, ancora viva, di tenere insieme la propria paura e i propri valori.


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