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L'incubo di una povertà globalizzata

Aggiornamento: 10 set 2022


di Emanuele Davide Ruffino e Anna Maria Costantino



Nel corso degli ultimi decenni, i processi di globalizzazione hanno progressivamente reso maggiormente interdipendenti le diverse aree del mondo: la crescita delle dimensioni dei mercati ha permesso di disporre di più soluzioni e risorse. L’incremento dei PIL dei cosiddetti Paesi locomotiva ha inoltre consentito di trovare sbocchi alle nuove produzioni accrescendone la ricchezza. L’incantesimo però si è rotto, non tanto per l’insorgere della pandemia che si è sempre sperato di confinare, in tempi più o meno lunghi, con l’aiuto della scienza e assumendo comportamenti razionali sia a livello individuale che collettivo, ma con l’esplodere delle tensioni internazionali che stanno minando gli attuali equilibri, con conseguenze che si ripercuoteranno su ognuno di noi e sulle collettività in cui viviamo, in quando mettono in dubbio le possibilità dell’umanità di non farsi male da sola.


Lo scatto in avanti dell’inflazione

Nel 1944, Luigi Einaudi, primo presidente eletto della Repubblica e ministro delle finanze, del tesoro e del bilancio nel IV governo De Gasperi (1947-1948) definì l'inflazione "la peggiore delle imposte perché inavvertita, gravante assai più sui poveri che sui ricchi, cagione di arricchimento per i pochi e di impoverimento per i più, lievito di malcontento per ogni classe contro ogni altra classe sociale e di disordine sociale".


Le ragioni di tassi inflattivi così alti (in Gran Bretagna mai così negli ultimi 40 anni) affondano le ragioni in una pluralità di cause [1]), ma i prodromi erano già presenti anche prima dello scoppio della guerra in Ucraina. Ed ancora più incerte sono le conseguenze che questo fenomeno può produrre, specie se si associa ad un fenomeno di recessione (stagflazione) con l’impossibilità di accrescere ulteriormente il deficit. Se l’aumento della povertà è il primo effetto acclarato, come questa si distribuisce e quali conseguenze sociali si realizzeranno, sono ancora lontane da definirsi, ma certamente obbligherà a modificare gli equilibri sociali andatesi a realizzare negli ultimi tempi.


Le politiche ispirate al welfare state hanno portato lo Stato e tutte le istituzioni pubbliche a dover rispondere alle esigenze dei cittadini, specie a favore delle fasce più vulnerabili. Alla crescita delle aspettative, le potenzialità della finanza pubblica, non permettono più di offrire risposte esaustive, ma obbliga ad agire con criteri selettivi in modo da portare gli aiuti laddove la situazione è più complessa. Rispetto al passato la composizione delle singole collettività sono diventate maggiormente variegate e instabili. Gli ingressi e le partenze sono aumentate esponenzialmente facilitando zone d’ombra difficilmente controllabili dalle forze dell’ordine che, con l’aumento della povertà, troveranno maggiore facilità di affiliazione, cui, si spera, non si vadano ad aggiungere persone che delinquono solo per procurarsi l’essenziale.

La prospettiva della crisi alimentare amplificata dal blocco (sempre in agguato) dei porti ucraini (e dell’impossibilità, causa bombardamenti, di procedere a nuove semine), dalla siccità e da un sistema di distribuzione che, nonostante gli sforzi dell’ONU e dei suoi uffici, è ancor ben lontana dall’essere definito, rischia di produrre effetti imprevedibili che, almeno in parte, saranno scaricati sulle realtà locali, cui però in passato sono state tolte competenze e mezzi e sono, più degli altri, imbrigliati da vincoli burocratici che ne impediscono l’azione.


Prospettive oltre il contingente

L’illusione è di risolvere i problemi trasferendoli ad un livello più alto, ma le recenti crisi hanno accentuato l’intermittenza del processo di globalizzazione obbligando a rivedere il ruolo delle autorità pubbliche quali garanti del modus vivendi, inteso nel suo significato originario di accordo temporaneo tra i soggetti costituenti una società. Il contratto sociale si fonda su reciproche concessioni e su tacite intese, allo scopo di permettere lo svolgimento di rapporti civili sia di natura privata, che politica.


Ne discende che anche il mercato dei prodotti e dei servizi “offribili” devono rispondere a principi eticamente corretti: il settore pubblico può demandare il suo ruolo di soggetto chiamato a gestire direttamente alcuni prodotti o servizi ad altri soggetti (enti pubblici, municipalizzate, servizio in out sourcing, coordinamento con il volontariato etc.), ma non può rinunciare al suo ruolo di garanzia della funzionalità ed eticità del sistema. Se la politica e l’amministrazione della cosa pubblica fossero solo una questione tecnica, è logico che a dirigerla sarebbe demandata a una figura proveniente da un processo di selezione di tipo concorsuale. Se invece la materia riguarda una visione di crescita della società, il problema si sposta sull’interpretazione della vita dell’uomo in confronto a tematiche connesse alla consapevolezza di doversi dotare di regole, alla cui scrittura hanno pari prerogativa di partecipare tutti gli individui, non solo più a livello locale, ma planetario (anche se è illusorio che popolazioni analfabete possano realmente partecipare a questo processo). Se però il settore politico viene assorbito dal tentativo di rispondere ad esigenze immediate ed individuali, di fatto a svolgere un ruolo tecnico, non riesce più a svolgere il suo ruolo guida.


Parallelamente il ruolo dei controlli, imprescindibile in una moderna società, deve rimanere proporzionato alle esigenze per non correre il rischio che i controllori siano numericamente superiori ai controllati (oltre che più rispettati) per un’evidente ragione di sostenibilità. Se si vuole evitare la povertà che incombe sul nostro mondo, occorre rivedere le regole e renderle confacenti al mutare delle esigenze, anche in termini di flessibilità, tempestività ed aderenza.


[1] Emanuele Davide Ruffino e Edmondo Rustico, E se dovesse tornare l’incubo inflazione?, La Porta di Vetro 19.06.2021 in www.laportadivetro.com


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