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Israele-Hamas: come farsi distrarre e non rendersene conto

di Michele Corrado*

Dal 7 di ottobre siamo sommersi dalle notizie provenienti dal Medio Oriente, con un'attesa spasmodica e preoccupata - per i prezzi che pagherà la popolazione civile palestinese - per l’entrata delle Forze Armate israeliane nella Striscia di Gaza. Ci siamo dimenticati improvvisamente di tutto quello che accade sul fronte in Ucraina, nella guerra che il presidente russo Vladimir Putin ha definito il 24 febbraio 2022, giorno dell'inizio delle ostilità con Kiev, "operazione speciale". Anzi, siamo sottoposti ad una martellante pioggia di notizie che poco aggiungono a quanto accaduto fra il 7 e il 10 ottobre, quando sono apparse nel dettaglio gli effetti dell’incursione delle milizie di Hamas in territorio israeliano.

Dell’Ucraina invece, poco e controvoglia ci interessiamo, come se se fosse una fiction, peraltro già finita. All'opposto, delle due crisi, quella russo-ucraina dovrebbe preoccuparci per due ordini di motivi: 1) il costo di un sostegno militare che continua a gravare sui conti pubblici, destinato ad aumentare; 2) per l’impossibilità degli attori medio-orientali di ingaggiare comunque obiettivi sul territorio europeo. A differenze della Russia, infatti, che è una potenza nucleare ed ha capacità strategiche aeree e navali di tipo globale (missili e sottomarini), le milizie arabe posseggono soltanto razzi (numerosi, ma di circostanza) che non possono costituire per noi una minaccia.

La concentrazione dell’attenzione mediatica del conflitto israelo-palestinese risiede principalmente nelle limitatissime dimensioni dell’area nel quale si svolge e nella sua intrinseca staticità. Ciò permette di osservare, a volte in diretta, gli avvenimenti e di non doversi spostare, se non di pochi chilometri, per seguire quello che accade. La linea di contatto fra la Striscia di Gaza ed Israele è di poco più di cinquanta chilometri, il fronte ucraino-russo supera i mille. Inoltre la concentrazione in poco spazio di ciò che avviene consente ai media di essere costantemente “sulla notizia”, supportati da comunicati e trasmissioni video quotidiane sia dagli addetti alla comunicazione di Hamas, che delle Forze Armate israeliane.

Questo distorce la realtà e ci allontana dagli avvenimenti che rivestono vitale importanza per noi europei. Nel dilagare della contro-informazione, il rischio maggiore che si corre è quello del messaggio che il Terrore non possa essere sconfitto; come invece è avvenuto in Italia, per esempio tra gli anni Sessanta e Ottanta, dalla Strategia della tensione allo stragismo di destra e al terrorismo di sinistra.

Oppure che Israele non possa effettuare azioni militari all’interno della Striscia di Gaza. E qui, sappiamo bene, il discorso diventa delicato, controverso e terreno di scontro, anche ideologico. Ma se ci si mette dalla prospettiva israeliana, dopo il 7 ottobre l'invasione di Gaza è l'unica opzione praticabile per sradicare le azioni militari di Hamas, considerata da Tel Aviv una centrale del terrore e dunque esiziale per la sua stessa sopravvivenza. Ciò al netto degli indirizzi politici estremamente penalizzanti per la condizione dei palestinesi che Israele ha perseguito negli ultimi venti anni con l'insediamento di sempre più coloni nei Territori occupati. Politiche denunciate dalle stesse risoluzioni (ignorate) dell'Onu e delle speculazioni politiche del premier Netanyahu, che in nome della sicurezza ha provocato quotidianamente maggiore insicurezza fino al disastro del 7 ottobre, come più volte sottolineato e ricordato anche oggi nell'editoriale di Germana Tappero Merlo.[1] Morale: possiamo anche discostarci dagli avvenimenti storici del passato con tutto il suo carico di ingiustizie e violenze dall'una e dell'altra parte, dimenticare anche da dove veniamo, ma le opzioni militari restano una spietata legge che si impone in guerra. Soltanto dopo l'esito finale, come la storia ci ha trasmesso, il testimone può passare alla pace e alle ricuciture della diplomazia. Cinismo? No, realismo, per quanto insano, praticato come prassi abituale.

Certo, per il Medio Oriente - come per qualunque altro conflitto - sarebbe auspicabile che le armi cedano il passo alla tregua e alla mediazione, unico mezzo quest'ultimo per scongiurare la crescita di vite umane sacrificate sia israeliane (1400 morti), sia quelle da ecatombe di palestinesi (oltre 5 mila, di cui un terzo bambini, e sono umanamente dure da accettare le recenti immagini che circolano in rete delle cosiddette "esplorazioni di combattimento" attuate dall'IDF nella Striscia di Gaza per sondare la reazione di Hamas). Infatti, oggi, l'unica parola che vale è quella del campo di battaglia, della guerra asimmetrica che si combatte tra un esercito potente e regolare e una milizia su un territorio la cui popolazione civile è ostaggio di un bombardamento quotidiano.

Perché guerra asimmetrica? Israele ha un esercito supertecnologico di oltre 200 mila soldati, più almeno 300mila riservisti, equipaggiato con armi prodotte in proprio o su licenza o importate dagli Usa; Hamas è una milizia (tecnicamente sono civili, non militari) con solo armamento leggero, priva di mezzi corazzati, elicotteri, o artiglierie, ed esiste soltanto per il sostegno finanziario di paesi esterni, in primis l'Iran. Ciò che hanno fatto il 7 ottobre in terra israeliana è solo da imputarsi ad inefficienze e clamorose disattenzioni dagli apparati di sicurezza israeliani, non a loro intrinseche capacità. Numericamente sono qualche decina di migliaia (pare che in Israele i miliziani realmente penetrati e combattenti fossero circa quattrocento), e prosperano solo all’interno della Striscia di Gaza (360 km quadrati).

Ora, se paragoniamo queste cifre - anche di costi umani - con le dimensioni del conflitto in Ucraina, dovremmo iniziare a preoccuparci seriamente del nostro modo di percepire la realtà. Il che non si deve tradurre in un disinteresse per le sorti né di Israele, né della Palestina, ma assumersi la totale responsabilità che i due teatri di guerra, per quanto collegati attraverso la circolarità di più soggetti comuni (Usa, Russia, Iran, Paesi Arabi, Europa), richiedano comunque modi diversi per giungere alla Pace.


* Col. in Ausiliaria Esercito Italiano


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