Dalla parte giusta: la scelta del capitano Gay, una luce del passato sulle ombre del generale Vannacci
Aggiornamento: 4 ore fa
di Vice

La rubrica "Accadde oggi", sito dei Congedati della Folgore[1] ha pubblicato un richiamo di forte intensità e idealità al ricordo delle scelte che caratterizzarono in tempi lontani alcuni para dell'8a Compagnia del Battaglione Folgore del Regio Esercito nei giorni successivi all'8 settembre del 1943.
Tempi cupi. Tempi di decisioni personali estreme per gli eredi di chi aveva combattuto tra i cumuli di sabbia di El Alamein, per ritrovarsi nell'ignominia di un silenzio tombale per i destini della Patria, con i vertici dello Stato monarchico, nani e inani in fuga verso lidi sicuri, uomini troppo avari nell'orgoglio e nel coraggio per dare credito alle parole del proclama Badoglio: [...] Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza.»
È il 1° ottobre 1943, quando la Compagnia della Folgore, distaccatasi dal resto del Battaglione che aveva lasciato il 185° reggimento Nembo a Soveria Mannelli (nella provincia di Catanzaro) all'annuncio dell'Armistizio, si è bloccata per la mancanza di carburante ai mezzi nel risalire la penisola. La "snervante attesa" ha disperso gli uomini. Insieme con il capitano Carlo Federico Gay, classe 1914, astigiano di nascita, sono rimasti appena 2 ufficiali, un sottufficiale, e cinque para. In attesa degli eventi.
Un'attesa premiata. L'arrivo di un reparto canadese cambia il destino di quegli uomini che costituiranno l'ossatura dello "Squadrone F", dove Effe significa ovviamente Folgore, protagonista di operazioni di guerriglia al di là delle linee nemiche, quelle nazifasciste. A guidare lo squadrone è lo stesso capitano Gay che decide di indossare la divisa dell'esercito britannico per distinguersi dai paracadutisti che hanno scelto l'altra parte, molti in assoluta buona fede e convinti di perseguire il giusto ideale. L'altra parte però corrisponde al totalitarismo più plumbeo: quella dello sterminio, delle rappresaglie, delle impiccagioni e fucilazioni di patrioti partigiani, delle stragi di civili inermi, della deportazione degli italiani di origine ebraica. Quella a cui qualcuno continua a guardare oggi con insani momenti di ammirazione per la X Mas.
La storia del capitano Gay, scomparso nel 1995, dopo avere raggiunto il grado di generale di Divisione, è stata ben riassunta da un articolo pubblicato lo scorso anno su la Nuova provincia[2], in occasione dell'80° anniversario della Guerra di Liberazione.[2] Dalle righe emerge la figura di un comandante che non ha esitazioni nel ritenere che la parte giusta sia l'opposto di ciò che gli aveva inculcato la propaganda di regime. In quei mesi tumultuosi, in cui molti strade si dividono, se ne incrociano altre, al seguito della V armata del generale americano Clark e dell'8a armata britannica, che tra alti e bassi supera la linea Gustav, prima di attestarsi sulla linea Gotica, in previsione del balzo nella pianura Padana e liberare l'Italia dal giogo nazifascista. Nasce da questa esigenza il sodalizio tra il capitano Gay e il tenente Guerrino Ceiner, del Reggimento di fanteria Nembo, che li vede combattere uniti sotto l'egida britannica.[3]
Aprile 1945: la liberazione non è solo una speranza. La parola d'ordine del CLN «Aldo dice 26x1» con cui dare il segnale di via libera all'insurrezione è nella testa dei capi partigiani che vogliono entrare per primi nelle grandi città del Nord e sostituire alla svastica il tricolore. Tra gli alleati non vi è la stessa convergenza di propositi e di opinioni. La geopolitica influenza i comportamenti di americani e britannici. E li divide. Ma sul campo, l'andamento della guerra prevale ancora sui disegni futuri politici. Il 20 aprile, dopo meno di un mese di addestramento, Squadrone F e Nembo sono paracadutati sulla riva sud del Po: è il lancio, e non metaforico, dell'Operazione Harring, un'azione di sabotaggio dietro le linee nemiche. Una missione quasi suicida.
Il 20 aprile è un venerdì e nel bunker di Berlino Hitler festeggia il suo cinquantaseiesimo compleanno. Una festa cui "partecipano" poco dopo mezzogiorno anche forze anglo-americane che dal cielo realizzano uno dei dei più intensi bombardamenti sul Comando supremo tedesco in Italia, dal settembre del '44 a Recoaro Terme. L'anticipo di ciò che si prepara nei giorni a venire. Verso sera, a cavallo tra le 20 e le 21, entrano in scena gli italiani. Dall'aeroporto di Rosignano, nei pressi di Livorno, decollano 14 velivoli C-47 a distanza di cinque minuti l'uno dall'altro sotto un violento fuoco della contraerea. A bordo vi sono i para del "NEMBO" (6 aerei) e dello squadrone "F" (8 aerei); complessivamente sono in 226, 109 del Nembo e 117 del Folgore, destinati in un'area compresa tra gli abitati a sud del Po e a sud-est di Ferrara.[4]
Mentore dell'operazione è il generale inglese Mac Creery che trasmette il suo personale augurio per una missione importante nel quadro della battaglia finale per cacciare i tedeschi dalla penisola che prevede un attacco alle colonne nemiche in ritirata, sabotaggio delle linee telefoniche, creazione di ostacoli sulla via di ritirata del nemico e, non ultimo, quello di cercare di impedire la distruzione di ponti e di opere utili all'avanzata delle truppe alleate".
L'atterraggio è complicato e per alcuni uomini la distanza è anche di 40 chilometri dall'obiettivo. Ma i para che hanno introiettato nel profondo dell'anima il motto di battaglia "come Folgore dal cielo, come Nembo di tempesta" ingaggiano uno dopo l'altro scontri violentissimi e costringono il nemico alla ritirata, addirittura persuaso di trovarsi di fronte a migliaia di combattenti.
Fu un successo anche sul piano psicologico, che diede forza morale ai reparti cui si erano uniti i partigiani del battaglione "Achille". Unità della Resistenza tra esercito e movimento partigiano che insieme conservarono la posizione fino all'arrivo dei mezzi corazzati alleati tre giorni dopo e, nel mezzo, seppero sventare anche il tentativo di una squadra di guastatori tedeschi di distruggere un intero deposito di munizioni. L’esplosione avrebbe causato danni incalcolabili nella zona.
Folgore e Nembo: pagine di storie diverse da quelle che continua a proporre il generale Roberto Vannacci con la sua retorica sulla X Mas e su comandanti che rispondevano più al loro narcisismo e ambizione che all'interesse del Paese, massacrando i patrioti partigiani e i civili schierati con la Resistenza. In qualunque caso, non si può guardare che con preoccupazione all'involuzione politica del Paese guidato dal governo più di destra della storia della nostra Repubblica, straordinario propagandista di sé stesso quanto prolifico nel generare dal suo interno personaggi e movimenti lontani parenti della democrazia e dalla convivenza civile. Mala tempora currunt.
Note











Commenti