I punti chiave per un vero cambio di marcia della nostra scuola
di Marcello Croce

In un precedente articolo, a commento dell’annunciato provvedimento ministeriale di ricomposizione delle classi scolastiche con un numero massimo di 30% di alunni privi di conoscenza dell’italiano, decreto approvato ieri pomeriggio, giovedì 24 settembre, ho cercato di dare profondità storica, e quindi realtà, al problema generale nel quale il provvedimento si inscrive.
Tre sono i punti significativi che ripropongo. Il primo riguarda la natura del problema: la scuola italiana si trova al centro di una rivoluzione etnica senza precedenti, che per certi aspetti la riporta alle sue origini, quando le si addossò il compito di unificare le popolazioni di questa penisola.
Il secondo punto fa riferimento alla crisi di senso della nostra scuola, a partire dagli anni Settanta del Novecento, quando Sessantotto e Consumismo ne corrosero i fondamenti (o valori) “risorgimentali” (Dio, patria, famiglia).
Il terzo concerne la questione “identitaria”, da evocare non come frontiera, bensì come “ponte” che introduce a un processo di assimilazione delle giovani generazioni di origine straniera.
Porre la scuola al centro in una fase di conclamata trasformazione sociale
Per quanto concerne il primo, sostengo che finora i mutamenti etnici, e quindi “culturali”, avvenuti in questo primo quarto di secolo siano stati esclusivamente interpretati in una chiave – l’alternativa tra respingimento e accoglienza – falsata da pregiudizi ed enfatizzazioni strumentali, anche a fini elettoralistici. Ma il fatto che l’undici per cento degli alunni, bambini e studenti, sia oggi di origine straniera non può e non deve più essere letto esclusivamente entro termini di legalità e illegalità. Esso invece chiede a tutti lo sforzo di capire cosa è diventato nel frattempo il nostro Paese, e come solo la scuola possa affrontare sul serio (e non illusoriamente, dall’esterno o dall’alto) questa rivoluzione.
Come? È un problema di unificazione linguistica e culturale, che riguarda l’intera società italiana e non solo i soggetti in causa. E a questo riguardo non ci sono meccanismi, inclusi quelli dell’intelligenza artificiale. Chiaro, no? La scuola non è uno strumento che funzioni grazie alle strutture murarie, ai registri elettronici, al calendario e agli orari di lezione; e tanto meno è uno strumento. La scuola è lo specchio rivelatore della comunità che rappresenta. Questo vuol dire che la scuola è l’autocoscienza della nazione.
Ma che autocoscienza è allora, oggi, la scuola? Questo è il punto. La rivoluzione etnica in corso avviene in una fase storica di decadimento, e anche contribuisce ad accrescerne la criticità. La politica deve, ha l’obbligo di porla al centro dei suoi programmi, come compito storico.
Rinnovare con urgenza l'istituzione scolastica
Di conseguenza, e vengo al secondo punto significativo, va detto subito che senza questa consapevolezza – quella che fu dei De Sanctis e dei Coppino nell'Ottocento, ma anche di Croce, di Gentile, di Moro nel secolo successivo, nei passaggi dallo Stato liberale al Fascismo e all'età Repubblicana – la nostra scuola è destinata a trasformarsi (nonostante lo sforzo generoso di tantissimi insegnanti e presidi) in un contenitore soggetto alla pesante interferenza di fattori e interessi esterni ed estranei al suo compito primario, privandosi di una propria autonoma ragione di essere.
È dunque massimamente urgente rinnovare l’istituzione, offrendole il massimo di contributi finanziari per sostenere un grande progetto educativo nazionale, che investa l’intera popolazione scolastica, dalla materna agli ultimi anni delle superiori, perché si torni al compito di formare gli italiani di nuova generazione.
Pensiamoci bene. Il problema investe prima di tutto e soprattutto la classe docente. Per anni la pedagogia ha ripetuto pedissequamente che il centro della lezione è l’alunno. È stata coltivata per anni la pianta del soggetto-alunno, al punto di assegnare all’insegnante un vago compito di assistente, di istruttore. È sbagliato. In ogni aula scolastica chi insegna, con la sua competenza e il suo senso della vita, opera l’incontro attraverso il quale gli alunni sperimentino il fascino del bello e del vero.
Certo, una cosa del genere esige, da parte di governi di destra o di sinistra, l’investimento di risorse più importanti. La cosa più nefasta di questi anni è stata la perdita, nella nostra cultura pedagogica e didattica, nonché politica, del significato sublime dell’educazione scolastica. Perdita causata dall’esasperazione del valore utilitaristico (misurabile in termini finanziari), che ha soppiantato ogni altro termine di confronto. Con l’introduzione della scuola di massa, l’enfasi insistita sul rapporto tra scuola e lavoro ha finito col degradare il significato autonomo e primario dell’educazione personale. Si badi di non confondere il concetto di scuola di massa con quello di scuola dell’obbligo: perché questo concerne l’inclusione di tutti, quello il crescente uso di tecnologie di comunicazione.
Parimenti, si impone una seria riconsiderazione retributiva degli insegnanti, il riconoscimento di una responsabilità sociale addirittura vitale per il Paese.
L'identità di un popolo si riflette nei suoi insegnanti
A me pare che la questione identitaria, a sua volta, finora sia stata agitata e usata per fini alieni dal senso che occupa nelle questioni da cui siamo partiti. Mi limito a sostenere che l’identità di un popolo teoricamente è espressa dall’organizzazione degli insegnamenti della scuola. Questo vuol dire che i contenuti delle varie discipline, e insieme le persone che le insegnano – i docenti – rappresentano questa identità.
Non sto sostenendo un paradosso. Dove si riconosce la civiltà di una nazione se non nel suo sistema scolastico e nell’organizzazione generale degli studi? Si capisce, il legame tra i programmi di insegnamento e i docenti che li trasmettono è tutt’altro che scontato, anzi! – rappresenta il cuore del problema: perché in classe poi non c’è la materia, c’è la persona – il suo sapere, il modo in cui testimonia ciò che insegna.
Si deve prendere atto che ogni giorno nelle aule scolastiche, fra insegnanti e allievi, accade un’esperienza assoluta, sempre nuova e rischiosa perché esposta sempre alla possibilità di fallire. Nulla mai di scontato in questo.
Siamo in un tempo di forti contrasti ideologici, propri di una società in crisi nelle sue fondamenta, dove la rivoluzione della cosiddetta società permissiva degli anni Settanta (Galbraith) è naufragata fin nelle proprie stesse premesse (Riforma Gelmini, 2008), e oggi è sospesa nel disordine mondiale che forse ne è anche un effetto. Oggi si verifica «l’assoluta scomparsa di ogni universale, e insomma di ogni dimensione qualitativa, di qualsiasi fine, o idea, o principio che posseggano una validità riconosciuta da tutti gli uomini».[1]
Sorge quindi un problema di rinnovamento dei programmi ricostruendo un piano di studi (come già avviene per la filosofia e la storia dell’arte) almeno di orizzonte europeo, e non solo: perché la scomparsa dell’universale attesta anche la fine dell’occidentalismo culturale.[2]
È un compito molto arduo, si capisce. Ma questo svela quanto silente eroismo possa testimoniare gran parte del mondo della scuola, depositario di un tempo, a dirla con Amleto, out of joint – cioè interamente sconnesso.[3]
Note
[1] Cito da F. Rodano, Il processo di formazione della «società opulenta», “Rivista trimestrale”, 1962.
[2] Si veda la recentissima, dura polemica condotta dallo storico Franco Cardini nei confronti dei lineamenti ministeriali sull’insegnamento della storia.
[3] Shakespeare, Hamlet, I – 188-89 : “The time is out of joint. O cursed spite // that ever I was born to set it right” (Il tempo è sconnesso. Maledetto destino, // che mai io sia nato per rimetterli in senso!).









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