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Gli screzi Darmanin-Meloni? E' la campagna elettorale, bellezza!

di Stefano Rossi

Molti di noi si saranno chiesti come debba essere letta l’accusa del ministro francese Gerald Darmanin al governo italiano e in particolare alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. La dichiarazione di Darmanin è stata molto chiara: di fronte alle accuse del partito di Le Pen relative al grande afflusso di migranti dall’Italia alla Francia, Darmanin si è limitato a dire che "c'è un afflusso di migranti a Mentone perché madame Meloni, scelta dagli amici di madame Le Pen, non è in grado di risolvere le questioni migratorie su cui è stata eletta".


Alle urne tra un anno per Bruxelles

Il ragionamento è ineccepibile, ma è una regola sacra degli esponenti di qualsiasi governo quella di non spendere giudizi affrettati su fatti di politica interna di altri paesi, perché questo potrebbe costare una crisi diplomatica. E infatti, il ministro degli esteri italiano ha cancellato un incontro previsto ieri (4 maggio 2023) con il suo omologo francese, che ha tentato di spegnere l’incendio ma con scarsi risultati.

Un passo falso di Darmanin, quindi? Credo che sarebbe riduttivo fermarsi a questo livello di lettura. Come ha brillantemente osservato Andrea Bonanni su Repubblica oggi (5 maggio), le dichiarazioni del ministro francese devono essere inserite nel nascente scontro politico in Europa tra le varie famiglie politiche, in vista delle elezioni europee del 2024. Il tentativo del ministro francese è infatti quello di far emergere le contraddizioni di una destra europea i cui interessi nazionali entrano in conflitto, per minare l’unità delle destre in Europa e indebolire gli sforzi in corso di creare una coalizione elettorale con il partito popolare e le varie sigle che stanno alla sua destra.


Obiettivo: un presidente commissione Ue di centro-destra

Non è la prima volta che, in questo periodo, il dibattito politico attraversa i confini e i livelli di governo, e trova a contrapporsi esponenti delle famiglie politiche europee sulla base delle rispettive appartenenze politiche e non sulla base delle appartenenze nazionali. In questo senso può essere letta la nomina di Luigi Di Maio da parte di Josep Borrell, socialista spagnolo, che non ha perso l’occasione per fare uno sgambetto al governo Meloni, fortemente critico (ma non era solo...) verso la nomina dell’italiano che era stato candidato dal governo Draghi.

Allo stesso modo, la lotta in corso sul recovery fund spagnolo tra la presidente della Commissione (popolare tedesca) e il premier socialista Sanchez, ripercorre una linea di scontro tra socialisti e popolari che travalica i livelli di governo e attira accuse di “parzialità” agli esponenti popolari della Commissione.

Sono fenomeni a cui dovremo abituarci, perché stiamo entrando in una campagna elettorale aspra e vivace, in cui per la prima volta il centro-destra potrebbe andare unito in Europa per ottenere la maggioranza in Parlamento ed eleggere il “governo europeo” (cioè la Commissione) senza i voti dei socialisti, superando lo storico compromesso tra socialisti e popolari. La Lega, riunita ieri l'altro (3 maggio) in via Bellerio, ha al centro della propria discussione interna il collocamento in Europa, che oggi la vede nel gruppo "Identità e Democrazia" insieme a Le Pen, con il rischio di restare tagliata fuori dall’asse che potrebbe crearsi tra il Partito Popolare Europeo guidato da Manfred Weber (di cui fa parte Forza Italia) e i il gruppo dei Conservatori (ECR) guidato da Giorgia Meloni.

Un lungo anno di campagna elettorale ci separa dalle prossime elezioni europee nel 2024. A presto...

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