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E se la presa della Bastiglia si ripetesse in versione 2021?

di Emanuele Davide Ruffino e Germana Zollesi |


Dal 14 luglio del 1789, 232 anni fa, il mondo non fu più lo stesso. La sollevazione del popolo parigino, l’assalto alla Bastiglia con la liberazione dei prigionieri politici firmarono l’inizio della Rivoluzione francese. Il seme degli ideali che gli illuministi avevano gettato nei decenni precedenti, la libertà, la fratellanza, l’eguaglianza, germinò in tutta la sua portata sociale. E fu uno sconvolgimento che investì e travolse, al di là della Restaurazione operata nel 1814, il vecchio blocco fondato sulla rigida divisione di classe. I rivoluzionari, portatori di un malcontento generalizzato, infatti, nel proclamare la Repubblica con la conseguente abolizione della Monarchia, impressero un documento che segnò la fase di non ritorno al passato: la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino su cui le generazioni successive fondarono le Costituzioni moderne.

Le cause che hanno portato alla rivoluzione francese sono da ricondursi al malcontento della borghesia e delle classi lavoratrici che, nonostante sopportassero il peso economico del funzionamento dello Stato, non potevano prendere parte alle decisioni come distribuire le risorse incamerate con il prelievo fiscale. Prodromi di una rivoluzione titolino

Una breve premessa sul 1789. Nel ricercare le cause che hanno portato alla Rivoluzione francese, ci si imbatte nelle decisioni del ministro delle finanze di Luigi XVI, Jacques Necker di pubblicare il bilancio dello Stato, introducendo un concetto di trasparenza nel funzionamento dello Stato, in contrasto con la dominante monarchia assoluta. Veniva pubblicato con questo spirito, nel gennaio 1781, il “Resoconto al Re” con cui dettagliatamente si illustrava il funzionamento delle finanze reali (da cui emersero i folli costi del sistema dei privilegi e dei favoritismi), i principi della sua amministrazione e la situazione finanziaria della Francia, uscita piuttosto malconcia dopo la guerra dei 7 anni. Fu una guerra premoderna, se vogliamo, una sorta di Prima guerra mondiale ante litteram come ebbe a dire Churchill, perché si finanziarono movimenti ostili nei rispettivi possedimenti coloniali per danneggiare gli avversari. Come se non bastassero le spese militari, il costante crescere della popolazione urbana, associata a scarse condizioni igieniche, portarono ciclicamente il diffondersi di epidemie e di epizoozie: dal 1788 la domanda di generi alimentari della popolazione urbana di Parigi non riusciva ad essere soddisfatta (neanche con beni succedanei, come le brioche… suggerite dalla regina Maria Antonietta). Per risolvere la situazione si convocarono gli Stati Generali (era da 175 anni che i monarchi assoluti non la convocavano): Nobiltà, Clero e Terzostato, dove quest’ultimo risultava sempre in minoranza, nonostante rappresentasse il 98% della popolazione e l’unico a pagare le tasse. Di fatto il voto espresso dalla maggioranza dei francesi finiva per essere annullato da meccanismi di potere detenuto nelle mani di pochi (per questo nel 1790 si deliberò che parroci e vescovi dovessero essere eletti e stipendiati dal popolo, in sostituzione delle esose “decime”). Analogie ai nostri giorni

Il confronto con il presente, dove il voto popolare viene sovente disatteso (dai referendum non rispettati, alla formazione di Governi impensabili al momento delle consultazioni elettorali) e dove le classi che contribuiscono a produrre ricchezza sono spesso emarginate anche nelle scelte economiche (e solo alcune partecipano e beneficiano della distribuzione di contributi e sovvenzioni) non è così peregrino. Se si prende in considerazione il Ministero dell’economia, questo è stato ricoperto più volte da uomini di caratura e capacità eccellenti, ma non espressione del corpo elettorale (uniche eccezioni negli ultimi decenni Tremonti e Gualtieri, mentre erano tecnici Ciampi, Siniscalco, Padoa Schioppa, Monti, Grilli, Saccomanni, Padoan, Tria e, in ultimo, Franco). Ne consegue che il cittadino si sente chiamato ad esprimere il nome del ministro dei rapporti con il Parlamento o poco più. Anche sul concetto di trasparenza dei bilanci, ossia sulla corretta informazione della reale situazione economico-finanziaria, si nutrono dei dubbi: se s’interroga un campione significativo della popolazione, per esempio, su quanto ammonta il deficit italiano, su quanto si investe in infrastrutture, su quanto costa l’assolvimento di tutti gli obblighi connessi con la legge sulla privacy etc, tendenzialmente ci si ritrova a misurarsi con risposte tra le più disparate, strampalate, che confermano – salvo rari casi – l’assoluta ignoranza dei cittadini sulle materie. Anzi, paradossalmente si corre il pericolo che la realtà diventi il risultato della stessa indagine, anziché l’oggettività dei fatti (con conseguente fraintendimento nel gerarchizzare gli interventi e le azioni programmatiche). Così se prima della presa della Bastiglia si tenevano nascosti i deficit dello Stato e degli altri enti pubblici, oggi si “annegano” i deficit si “annegano” inflazionando l’informazione con notizie anche distorte e scarsamente veritiere. La sensazione è che il potere non risieda più nella politica e negli enti istituzionali ma in una frammentazione di poteri che, senza una coesione ideologica, finiscano per cadere in scandali provocati dagli egoismi personali: il caso del disfunzionamento della magistratura riflette, anche in questo caso, una discussione già presente negli anni pre-rivoluzionari relativi alla divisione dei poteri. È in quel contesto storico che si sviluppa il pensiero di Montesquieu, fondato sul ragionamento che “Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti… Perché non si possa abusare del potere occorre che… il potere arresti il potere”. Per ovviare a questo pericolo, s’intuì la necessità di separare i tre poteri (intesi come funzioni) dello Stato: legislativo, esecutivo e giudiziario. Oggi il problema si ripresenta nel separare il controllo dei mass media in grado di influenzare le scelte elettorali e di condizionare la giustizia, anticipando le sentenze non sempre in modo trasparente. Più in generale occorre definire chi detiene il potere di controllare-influenzare i social network perché, come successe a Parigi, se non si capisce chi comanda e chi/come si gestiscono i soldi pubblici, è inevitabile una spaccatura tra popolo e istituzioni, preludio ad un sovvertimento della realtà: forse non più con i forconi che assaltano la Bastiglia, ma un rifiuto generalizzato del sistema (in parte già in atto) che porta a minare la convivenza civile: di qui, alla rivoluzione il passo è breve. Sempre che i contestatori abbiano un coraggio rivoluzionario… Astraendo la questione dai fatti contingenti, la vita sociale di un individuo nasce dal superamento dell’Io ed il suo conseguente collocamento all’interno di una visione prospettica della società, ma quando questa viene meno è inevitabile che si cerchi di sovvertire l’esistente. Per superare questo impasse occorre che si creino delle condizioni affinché il soggetto partecipi fattivamente a condizionare il mondo che lo circonda: la democrazia è l’incarnazione di questa necessità, ma se il voto si trasforma in un mero esercizio elettorale (o lo si priva di significato), annullandolo nella sua effettiva possibilità d’incidere sugli assetti che governano il sistema, il “cives” da ingranaggio (o da azionista dell’ingranaggio) si trasforma in alienato. Si inizia con l’astenersi dall’esercitare il potere di voto, segue il rifiuto di collaborare al buon funzionamento della res pubblica, poi, come in ogni epoca, assaltando la Bastiglia che il potere non trasparente ha costruito.

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