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Davigo come Robespierre?


di Mauro Nebiolo Vietti


Il 7 marzo scorso la Corte d’Appello di Brescia ha confermato la condanna a 1 anno e 3 mesi di Piercamillo Davigo, magistrato di punta del pool Mani pulite negli anni Novanta, in pensione dall'ottobre del 2020. In secondo grado è stato giudicato responsabile del reato di "rivelazione di segreto d’ufficio" per aver diffuso all'interno del Csm (Consiglio Superiore della Magistratura) i verbali milanesi dell’ex avvocato esterno Eni Piero Amara sulla presunta associazione segreta "Loggia Ungheria". Storia complessa che attraversa e incrocia l'inchiesta sugli affari dell'Eni in Nigeria.

La figura di Davigo, naturalmente ci riporta alle vicende del 1992, quando è scoppiata una rivoluzione, situazione che si contrappone a quando si procede con una  “riforma” che, per quanto incidente e profonda, modifica, ma non annulla una realtà preesistente mentre, invece, la spinta rivoluzionaria rade invece a zero e sostituisce. Costituisce luogo comune, riferendosi ad un momento rivoluzionario, dare per scontato sollevamenti popolari, destituzioni violente, scontri sanguinosi etc,  ma non è detto che sia sempre così.

Infatti, nei primi anni Novanta, il triumvirato Di Pietro-Colombo-Davigo, magistrati del Tribunale di Milano, fece emergere una rete corruttiva, interrompendo così una prassi che risultava adottata anche ad alti livelli. Antonio di Pietro, Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo condussero un’azione meritoria, ma l’amplificazione dei sistemi investigativi con il ricorso a tecniche finalizzate da un lato ad annientare le resistenze psicofisiche degli indagati (con relativa e prevedibile sequenza di suicidi) e dall’altro a dare un impulso enfatico alla campagna dei media determinò non la modifica del sistema, ma il suo abbattimento.

Scomparvero i partiti che avevano governato dalla nascita della Repubblica sostituiti da nuove formazioni ove l’aggettivo nuovo non sottolinea la loro giovane età, ma la diversità della loro fisionomia che, trascurando una scelta di base ideologica, proponevano per la soluzione dei problemi non idee, ma la figura di un capo. Il vecchio sistema cercò di resistere proponendo con il prof. Giovanni Conso (1922-2015), all'epoca ministro della Giustizia con i governi Amato e Ciampi, un’amnistia che prevedeva la restituzione delle somme avute in modo illecito; si trattava del tentativo di sopravvivenza di un sistema sociale con una proposta di riforma che facesse emergere i fenomeni corruttivi, emarginandone gli autori. All'opposto, il triumvirato si propose in TV ed ai giornali come l’unico rimedio possibile e, sulla base di un consenso popolare diffuso, ottenne che la proposta fosse ritirata.

Fu in quel momento che essi apparvero non magistrati in servizio, ma portatori di un nuovo ordine sociale e come tali essi furono radicali ed intransigenti lasciando intravedere di essere anche incorruttibili.

Tralasciando Di Pietro, che fondò un partito scomparso nel giro di quindici giorni quando al suo fondatore fu contestato di aver utilizzato i fondi elettorali per acquistare alloggi, Davigo continuò nella sua missione in ciò ricordando Robespierre che, anche quando gli organi rivoluzionari iniziarono ad orientarsi verso un progetto di gestione dello Stato, insistette per mantenere un governo rivoluzionario per epurare i furfanti nel frattempo infiltratisi nel nuovo ordine.

Davigo ha cercato di mantenere viva la spinta rivoluzionaria, anche se alle volte il risultato è stato deludente (nel contestare il sistema correntizio del CSM, ha costituito una nuova corrente) ed ora la sua carriera di moralizzatore termina con una condanna (in appello e quindi non definitiva) ove il reato contestato si sostanzia nell’aver cercato furfanti dappertutto e, quando non è riuscito a trovarli, nell’aver rivestito di tali caratteristiche anche soggetti che non c’entravano nulla.

Niente di nuovo sotto il sole, le rivoluzioni sono solite a divorare i loro capi e i loro figli e per lo più questo è avvenuto in modo cruento (Robespierre non solo andò al patibolo, ma ci andò con una mascella fracassata), ma in questo caso il sistema, forse in modo involontario, ha applicato un criterio che distrugge un’immagine ed emargina un individuo, spogliandolo del ruolo che si era attribuito.   

 

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