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Dall'abolizione del reato di tortura alle storture della giustizia

di Vincenzo Enrichens*

Alla fine di marzo, il governo Meloni ha avanzato la proposta di legge - prima firmataria l'onorevole Imma Vietri, deputata di Fratelli d'Italia - per abrogare il reato di tortura previsto dal nostro ordinamento ed introdotto con la legge n.110 del 2017 in adempimento della convenzione Onu del 1984. Va precisato che il suddetto reato punisce chiunque con violenze o minacce gravi, ovvero agendo con crudeltà, cagiona acute sofferenze fisiche o traumi psichici a persone private della libertà personale o affidate all'altrui custodia, cura e assistenza. Non è chi non veda la gravità di una proposta di questo tipo, non solo per quanto può accadere oggi in talune situazioni deviate all'interno di carceri o altri istituti di rieducazione, ma ancor più per quanto può accadere nel caso di situazioni di tensione politica e sociale che possono avere un esito di irrigidimento autoritario delle istituzioni.

Non è chi non veda la gravità di una proposta di questo tipo, non solo per quanto può accadere oggi in talune situazioni deviate all'interno di carceri o altri istituti di rieducazione, ma ancor più per quanto può accadere nel caso di situazioni di tensione politica e sociale che possono avere un esito di irrigidimento autoritario delle istituzioni. E' del tutto evidente, quindi, che la necessaria e netta opposizione alla anzidetta proposta formulata da alcuni esponenti di Governo, costituisca un principio ineludibile di diritto, nonché l'occasione per riprendere una chiara battaglia garantista da parte della sinistra e del campo progressista in materia di giustizia. Tutto questo avviene mentre il più recente periodo ha mostrato che le riforme adottate in materia penale e civile anche dai precedenti Governi - in particolare la Riforma Cartabia– non stanno funzionando ed evidenziano una crisi sempre più profonda dell'Ordinamento Giudiziario.

Non solo si assiste ad una progressiva sconfitta delle esigenze di semplificazione dei processi civili e penali, determinata dal fatto che le riforme adottate sono prevalentemente opera di tecnici lontani dalla dimestichezza quotidiana con i processi, ma anche ad una progressiva erosione dei diritti di difesa dei cittadini. Laddove in materia civile occorreva scegliere più risolutamente il rito del processo del lavoro estendendolo alle altre materie ed accentuando, così, i profili di oralità e di concentrazione del processo, nonché garantendo la presenza delle parti interessate di fronte ai giudici, si è scelta l'introduzione alternativa di sempre maggiori filtri, caratterizzati dalla redazione di istanze e note scritte, le quali sostituiranno la discussione orale delle cause, verosimilmente procrastinandone la conclusione. Altrettanto dicasi in materia penale, ove si va sempre più burocratizzando il lavoro dei Giudici ed allontanando la presenza degli imputati dai processi. Si pensi in proposito alla persistenza delle misure previste durante il lockdown che ha previsto l'esclusione della presenza delle parti nei processi di appello. Contestualmente, a causa delle difficoltà determinate dalla carenza di strumenti e di fondi addotta dalla Magistratura inquirente si sta verificando una sempre maggiore difficoltà a istruire processi importanti in materie essenziali quali quella ambientale, processi che avevano caratterizzato gli anni '80 e '90 e che avevano permesso il conseguimento di notevoli risultati sia nella tutela della salute dei cittadini, sia nel presidio del territorio, sia nella positiva trasformazione dell'amministrazione dello Stato e degli Enti locali.

Occorre, inoltre, rilevare che, nei decenni scorsi, la Sinistra ha a lungo ondeggiato tra l'intransigente sostegno dei principi di garantismo nei processi, principi che avevano caratterizzato la propria natura per un lungo periodo e un sempre più indistinto sostegno dell'operato dei giudici, delle loro posizioni e delle loro richieste, dopo l'affermazione dei processi di Mani Pulite negli anni '90. Ciò ha permesso il sorgere ed il consolidarsi di posizioni corporative da parte della Magistratura, con grave detrimento di una corretta amministrazione della giustizia, così come è apparso evidente nel recente periodo a seguito degli sviluppi del caso Palamara. Occorre, dunque, riprendere con forza il discorso della riforma dell'amministrazione giudiziaria, avendo a mente la necessità della semplificazione dei riti, tanto in materia civile che penale, senza mai abbandonare la tutela dei diritti della difesa dei cittadini, le cui perplessità di fronte ad un ordinamento sempre più burocratizzato sono andate crescendo nel corso del tempo.

Non meno importante infine è ormai divenuto il problema dei costi della giustizia, soprattutto civile ed amministrativa, che grava su coloro i quali intendono rivolgersi ai Giudici per ottenere il riconoscimento dei propri diritti: si pensi, ad esempio, che chiunque voglia agire di fronte ai Tribunali Amministrativi nei confronti della Pubblica Amministrazione, deve gravarsi del pagamento di contributi assai onerosi i quali si aggiungono alle spese di difesa, contributi spesso insostenibili per larga parte della popolazione. Riprendere il ragionamento su questi temi appare dunque essenziale se si vuole impedire la deriva della giustizia nel nostro paese e avviare un percorso di effettivo miglioramento nella tutela dei diritti dei cittadini.


*Avvocato

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