Da nucleare italiano a polo dell’IA: la nuova sfida energetica di Trino
- Vito Rosiello
- 27 lug
- Tempo di lettura: 6 min
Aggiornamento: 27 lug
di Vito Rosiello

La storia di Trino Vercellese racconta, forse più di altri territori italiani, l’evoluzione del rapporto tra energia, tecnologia e sviluppo industriale. Un luogo che negli anni Sessanta rappresentava la frontiera del nucleare italiano oggi si prepara a diventare uno dei possibili protagonisti della nuova rivoluzione digitale, ospitando un grande polo per l’intelligenza artificiale e l’elaborazione dei dati.
Una trasformazione che porta con sé grandi opportunità, ma anche una domanda fondamentale: quanta energia servirà per alimentare questa nuova infrastruttura e come potrà essere garantita in modo sostenibile?
Il progetto del Cavour Hyperscale Campus, destinato a sorgere nell’area di Trino, rappresenta una delle più importanti iniziative italiane nel settore dei data center avanzati. A regime l’infrastruttura potrebbe richiedere una potenza elettrica nell’ordine dei 400 MW continuativi, un valore che permette di comprendere immediatamente la dimensione della sfida.
Per avere un termine di paragone, la storica centrale nucleare “Enrico Fermi” di Trino, entrata in esercizio nel 1965, aveva una potenza elettrica di circa 272 MW. Significa che il nuovo polo digitale, pur avendo una funzione completamente diversa, potrebbe richiedere una quantità di energia superiore a quella che veniva prodotta dalla centrale nucleare che per oltre vent’anni ha rappresentato il simbolo energetico del territorio.
Tre grandi fasi della transizione tecnologica italiana
Il confronto è significativo: nel passato Trino produceva energia destinata alla rete elettrica nazionale; nel futuro potrebbe diventare un luogo dove grandi quantità di energia verranno consumate per alimentare infrastrutture informatiche dedicate all’intelligenza artificiale, al cloud computing e alla gestione dei dati.
Una trasformazione che potrebbe aprire importanti opportunità economiche e occupazionali, ma che pone anche interrogativi fondamentali sulla disponibilità energetica, sulla capacità della rete elettrica, sull’approvvigionamento da fonti rinnovabili, sul consumo di acqua per il raffreddamento dei sistemi e sull’impatto complessivo sul territorio.
La storia di Trino racconta quindi tre grandi fasi della transizione tecnologica italiana: prima la stagione del nucleare, poi quella delle energie rinnovabili con il fotovoltaico Enel realizzato nell’area dell’ex polo energetico, e oggi la possibile nuova frontiera rappresentata dall’intelligenza artificiale. Una continuità storica che mette però al centro una domanda decisiva: come garantire che la nuova rivoluzione digitale sia compatibile con la sostenibilità ambientale e con l’interesse delle comunità locali?
La stagione del nucleare nazionale
La centrale elettronucleare “Enrico Fermi” di Trino Vercellese è stata una delle prime centrali nucleari italiane e uno degli impianti più importanti della prima fase dello sviluppo atomico nazionale. Negli anni Cinquanta l’Italia avviò un ambizioso programma nucleare con l’obiettivo di aumentare la produzione elettrica e ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. La costruzione della centrale di Trino iniziò nel 1959 e terminò nel 1964. L’impianto era dotato di un reattore ad acqua pressurizzata (PWR - Pressurized Water Reactor), basato sulla tecnologia statunitense Westinghouse, entrò in esercizio commerciale il 1° gennaio 1965.
La sua storia cambiò nel 1987. Nel mese di marzo il reattore venne fermato per il rinnovo del combustibile e per interventi di adeguamento. Pochi mesi dopo l’incidente di Chernobyl modificò profondamente il dibattito pubblico sull’energia nucleare. Il referendum del novembre 1987 portò all’abbandono del programma nucleare italiano e la centrale di Trino non venne più riavviata. Nel 1990 il CIPE decretò la chiusura definitiva dell’impianto.
Dal 1999 la gestione della centrale è affidata a Sogin, la società pubblica incaricata del decommissioning degli impianti nucleari italiani. Le attività hanno riguardato la rimozione del combustibile, la decontaminazione degli impianti, lo smantellamento progressivo delle strutture e la gestione in sicurezza dei materiali radioattivi. Nel 2015 gli ultimi elementi di combustibile irradiato sono stati trasferiti all’impianto francese di La Hague per il riprocessamento. Il percorso di smantellamento continua ancora oggi con l’obiettivo del completo rilascio dell’area.
Dal nucleare alle rinnovabili: il fotovoltaico Enel
La trasformazione energetica di Trino non si è però fermata con la chiusura della centrale nucleare. Il territorio ha iniziato un nuovo percorso puntando sulle fonti rinnovabili. Un passaggio importante è rappresentato dall’impianto fotovoltaico realizzato da Enel nell’area di Trino Vercellese, inaugurato nel 2009. Il progetto ha rappresentato un esempio concreto di riconversione di un territorio industriale legato alla produzione energetica verso un modello basato sulle energie pulite. L’impianto fotovoltaico, con una potenza iniziale di circa 3,3 MW, ha trasformato una parte dell’area energetica di Trino in un luogo dedicato alla produzione da fonte solare, anticipando un principio oggi centrale nelle politiche europee: il recupero delle aree industriali esistenti può essere una delle strade principali per accompagnare la transizione ecologica evitando nuovo consumo di suolo. Trino è diventato così un territorio simbolo di tre diverse stagioni energetiche: prima il nucleare, poi le rinnovabili e oggi la possibile frontiera dell’intelligenza artificiale.
Il nuovo polo digitale e la questione energetica
Il progetto del Cavour Hyperscale Campus si inserisce nella strategia nazionale per rafforzare il ruolo dell’Italia nelle infrastrutture digitali, nella gestione dei dati e nello sviluppo dell’intelligenza artificiale. L’investimento previsto è di circa 4 miliardi di euro. Durante la fase di costruzione sono previsti circa 1.200 lavoratori impiegati, mentre a regime il progetto dovrebbe generare 300-350 posti di lavoro altamente qualificati e un indotto stimato in circa 1.000 ulteriori occupati. Si tratta quindi di un’opportunità importante per un territorio che deve affrontare una nuova fase di riconversione industriale.
Ma proprio la dimensione energetica del progetto impone una riflessione. Un data center da 400 MW richiede infatti una disponibilità elettrica continua, infrastrutture di rete adeguate e una strategia chiara sulle fonti di approvvigionamento. La domanda non è soltanto quanta energia servirà, ma anche da dove arriverà, quali saranno gli impatti ambientali e quale sarà il rapporto tra il nuovo insediamento e il sistema energetico locale.
La lezione di New York
Questa discussione non riguarda solo Trino o il Piemonte. Anche negli Stati Uniti è emerso con forza il tema della sostenibilità energetica dei grandi data center. Lo Stato di New York ha deciso di sospendere temporaneamente l’autorizzazione di nuovi grandi data center “hyperscale” destinati soprattutto all’intelligenza artificiale. La governatrice Kathy Hochul ha introdotto una moratoria di un anno per gli impianti con potenza pari o superiore a 50 MW, con l’obiettivo di definire prima un quadro normativo più rigoroso.
La decisione non rappresenta un rifiuto dell’innovazione tecnologica, ma la volontà di governarne lo sviluppo. Il motivo è semplice: la crescita della domanda energetica dei data center è rapidissima. Solo nello Stato di New York sono state presentate richieste di connessione alla rete elettrica per circa 12 GW di nuova potenza destinata a queste infrastrutture, un valore paragonabile a circa un terzo della potenza media continuativa dell’intero sistema elettrico italiano nel 2025, pari a 35,5 GW. Il principio scelto da New York è chiaro: prima costruire le regole, poi autorizzare nuovi investimenti.
Una sfida per il Piemonte
Anche il Piemonte dovrebbe aprire una riflessione strategica. Negli ultimi mesi la regione è diventata un territorio di interesse per grandi operatori digitali, con progetti annunciati o in valutazione a Grugliasco, Settimo Torinese, Trino e in altre aree industriali. Questi investimenti possono rappresentare una grande occasione di sviluppo, ma richiedono una pianificazione pubblica capace di valutare insieme energia, acqua, territorio e benefici economici.
A differenza della Lombardia, che ha introdotto una disciplina regionale specifica sui data center, il Piemonte non dispone ancora di una normativa dedicata. Una legge regionale potrebbe rappresentare lo strumento per affrontare questa fase con una visione strategica, individuando innanzitutto quali siano i territori realmente adatti a ospitare infrastrutture di questa dimensione e privilegiando il recupero delle aree industriali dismesse rispetto al consumo di nuovo suolo. Sarebbe necessario valutare preventivamente la disponibilità energetica e idrica dei territori interessati, così come l’impatto sulla rete elettrica, affinché la crescita dei data center non generi squilibri a carico del sistema pubblico.
Un laboratorio del futuro
Un altro elemento fondamentale riguarda i costi indiretti dello sviluppo digitale. Il potenziamento delle reti elettriche e delle infrastrutture necessarie ad alimentare grandi data center non può tradursi in un onere scaricato sulle famiglie e sulle imprese. Chi realizza infrastrutture strategiche di questa portata deve contribuire in modo adeguato agli investimenti necessari per garantire che la crescita digitale produca benefici condivisi e non soltanto vantaggi economici per gli operatori privati.
La vicenda di Trino dimostra come un territorio possa cambiare più volte ruolo nella storia industriale italiana. Prima capitale del nucleare, poi luogo di sperimentazione delle energie rinnovabili, oggi possibile centro della rivoluzione digitale. La sfida sarà fare in modo che questa nuova trasformazione non sia soltanto un grande investimento tecnologico, ma un progetto equilibrato e sostenibile.
La vera domanda non è se accogliere o meno il cambiamento. Il cambiamento arriverà comunque. La domanda è chi lo guiderà e secondo quali regole. Per il Piemonte è il momento di aprire questo confronto. Prima che siano i grandi progetti a dettare le regole, dovrebbero essere le regole a orientare i progetti.









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