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Concetti prevenuti sulle spese militari

di Michele Corrado*

In questi ultimi tempi di guerra, si parla spesso di spese militari che, vista la situazione contingente, lievitano al rialzo in special modo per noi occidentali. Premesso che, almeno nell’Italia repubblicana, sono state sempre percepite come un male necessario, in particolare dall’entrata del Paese nel Patto Atlantico, su invito degli americani e come soci fondatori, nel tempo si è sviluppata l’idea che la misura dell’entità di tali spese poteva essere facilmente espressa, compresa e confrontata per mezzo dei punti di PIL di ogni singolo paese. Pertanto più vicino allo zero era questo dato, tanto più il livello di sicurezza globale era ritenuto elevato. Quindi l’idea era quella di comprimere incessantemente i punti di PIL dedicati all’apparato della Difesa del Paese. Ma con l’entrata nella Nato bisognava contribuire in solido all’Alleanza, sia con truppe, che con fondi. Dopo aver cercato di delegare in ogni modo possibile le esigenze della Difesa agli americani, negli ultimi anni, anch'essi, in seguito ad un cambio di strategia, hanno deciso che i partner dovevano iniziare a contribuire realmente al mantenimento e all’operatività dell’Alleanza. Dunque, la ripetuta richiesta del raggiungimento della quota minima del 2 per cento del PIL di ogni Paese rappresentava e rappresenta la concretizzazione della nuova linea di condotta americana.

Quando si parla di spese militari è però opportuno dire come sono costituite. Per noi occidentali vengono suddivise in tre parti: una dedicata al personale, una per l’esercizio della struttura (addestramento e formazione) e una per l’ammodernamento dell’intero apparato. Ciò che non viene sempre esemplificato è che la prima voce è in funzione degli effettivi della Difesa e difatti solo espandibile nel tempo a meno di riduzioni del personale. Vi è poi da valutare con estrema attenzione i tempi di formazione del personale che variano rispetto all'impiego e al tipo di forza armata. La difesa aerea deve considerare che un aumento del numero di piloti di jet deve fare i conti con un periodo di addestramento fino a sette anni; l'istituzione di una nuova Brigata corazzata necessita (oltre che dei carri e di una lunga fase di preparazione), di un generale comandante, di una decina di colonnelli, trenta capitani, di centinaia di militari d'equipaggi, ecc...

Ovviamente tutto il sistema Difesa è funzione di una Dottrina di impiego. È inutile avere una qualsiasi struttura se non ho idea come e a che cosa mi potrà servire. La Nato ha sviluppato e nel tempo un immenso corpo dottrinale che consente di impiegare le Forze secondo quanto contenuto nel suo Concetto Strategico. Da questo documento, approvato da tutti gli Stati membri, deriva qualunque effetto, dalla Dottrina di impiego alle spese per finanziare le attività concrete. Quindi, l’idea di comprimere le spese della Difesa senza ridefinire il Concetto Strategico ed il conseguente Corpo Dottrinale è impossibile da attuare. Se rimane la Nato e se si rimane al suo interno. Il discorso potrebbe cambiare se l'Europa dovesse decidere di avere una propria e unica Forza Armata. Ma ipotizzare che ciò possa corrispondere a una secca riduzione delle spese militari è pura utopia (oltre a essere intellettualmente disonesto) se non si avvia un discorso di riduzione complessiva di armamenti sul piano globale e se non si stendono accordi per un disarmo multilaterale.

Sic stantibus rebus, abbandonare il sistema difesa significa marginalizzare la ricerca e l'industria correlate. L'Italia, paese tra i più avanzati sotto il profilo tecnologico, è disposta a correre questo rischio? E, in subordine, si può legittimamente ritenere che la soluzione migliore sia oggi quella di disgregare il nostro apparato industriale militare? Cui prodest, mentre è in corso una guerra tra Russia e Ucraina? Ciò non deve suonare come il desiderio di svalutare le altrettanto legittime voci pacifiste che chiedono soluzioni diplomatiche per arrivare alla pace e una contrazione delle spese militari per non penalizzare il welfare (istruzione e sanità, principalmente),[1] ma neppure si possono pretendere fughe isolate in avanti, se il mondo non ha la forza di ripensare alla sicurezza globale nel rispetto della convivenza civile che prima di ogni altra cosa rigetti forme di aggressione tra gli Stati.


Note

[1] https://www.laportadivetro.com/post/il-riarmo-che-non-ti-aspettavi-l-eden-del-xxi-secolo-guerre-carestie-e-morte


*Col. in ausiliaria Esercito Italiano

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