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Burnout: primi sintomi per individuare i lavoratori a rischio

di Giuseppina Viberti e Germana Zollesi

 


Normalmente definito come una sindrome correlata al lavoro, è stato dimostrato che l’equilibrio fra vita privata e lavoro svolge un ruolo importante nell'insorgenza del burnout. Questa condizione può durare e progredire nel corso degli anni, fino a degenerare in un esaurimento delle energie, perdita di interesse nei confronti del lavoro e difficoltà a concentrarsi sulle consuete attività collegate alla mansione lavorativa. Problema accresciuto in questa fase post Covid, dove i valori e le modalità di convivenza sono stati sconvolti.

È necessario individuarne i primi segnali per ridurre gli effetti dannosi del burnout. Sottovalutare o non trattare i sintomi, potrebbe portare a conseguenze a lungo termine molto gravi come malattie cardiovascolari, dolore correlato a lesioni muscoloscheletriche, sonno disturbato e depressione (ed in alcuni casi al suicidio).

Riconoscimento dei segni premonitori di burnout


Un nuovo strumento d'indagine dalla Norvegia

Poiché i disturbi clinici correlati al burnout sono presenti in molte altre malattie più o meno gravi, gli esperti si stanno concentrando da tempo per trovare uno strumento oggettivo di valutazione in grado di trovare i “segni premonitori”, prima di arrivare alla malattia conclamata di difficile cura e risoluzione.

Un gruppo di ricerca norvegese[1] coordinato dal Professor Leon T. De Beer del Dipartimento di Psicologia della Norwegian University of Science and Technology, ha pubblicato sullo Scandinavian Journal of Psychology un nuovo e interessante strumento in grado d’identificare i lavoratori a rischio di burnout, indipendentemente dal luogo di lavoro nel quale viene utilizzato e si è dimostrato adatto sia agli uomini che alle donne.

Questo nuovo strumento denominato Burnout Assessment Tool (BAT) è attualmente in fase di sperimentazione in oltre 30 Paesi, valuta quattro gruppi principali di fattori di rischio: esaurimento, distacco mentale, deterioramento cognitivo e deterioramento emotivo. Il team norvegese si è concentrato su un campione di 500 lavoratori del Paese scandinavo, evidenziando che circa il 13% era a rischio di burnout. Praticamente un’epidemia!


La patologia tra medici e infermieri, un fenomeno diffuso.

Nei mesi scorsi è comparso in rete un video di un medico italiano che ha suscitato sgomento e indignazione. Nel video il professionista, al termine della sua carriera in una struttura pubblica, ha messo in scena, sotto gli occhi allibiti dei suoi assistiti, uno spettacolo colpendo più volte con una mazza il telefono del proprio studio usato, per anni, come mezzo di contatto con i suoi pazienti e fonte per lui di continuo stress, alimentato anche dalla pandemia Covid che ha messo a dura prova il sistema sanitario e la resistenza degli operatori.

Il disagio, pur condiviso fra i medici, che però hanno aspramente criticato il gesto del collega nel video, rappresenta la situazione che si vive quotidianamente in sanità. La pandemia da Covid-19 ha avuto un impatto negativo sulla salute ed il benessere mentale dei sanitari, sottoposti a turni massacranti e ad una pressione psicologica molto pesante e prolungata da sostenere.

Uno studio del Regno Unito sui medici generici ha evidenziato come la pandemia avrebbe avuto un brusco impatto sulla psiche degli operatori. Il lavoro è iniziato con la selezione di tre gruppi di professionisti del settore: quelli a inizio carriera, a carriera ormai consolidata e quelli a a fine carriera, ai quali è stato chiesto di descrivere un sentimento sull’esperienza professionale durante la pandemia che, nella maggioranza dei casi è risultato negativo. Una chiara manifestazione di disagio psicologico e di burnout, legati all’ansia ed allo stress dovuti a diversi fattori come, ad esempio, la turnazione lavorativa, il sovraccarico di lavoro, la mancanza di motivazione. Tutti aspetti strettamente connessi all’attività lavorativa di medici e professionisti sanitari.


Errore medico e sicurezza dei pazienti

Il burnout circoscritto al contesto prettamente lavorativo incide inevitabilmente sulla qualità della prestazione sanitaria e si ripercuote sulla sicurezza dei pazienti.

Lo stato psico-fisico alterato di un operatore sanitario colpito da questa sindrome, lo espone ad una maggiore probabilità di commettere errori, stimati sui 100 mila all’anno nel nostro Paese, riducendone drasticamente la qualità della prestazione. Secondo un’indagine svolta dalla FADOI, Federazione dei medici internisti ospedalieri, il 52% dei medici e il 45% degli infermieri che prestano la loro opera nei reparti ospedalieri di medicina interna (che assorbono circa un quinto dei ricoveri ospedalieri) hanno ammesso di lavorare sotto stress e quindi a rischio burnout.

Uno studio condotto dalla Johns Hopkins University School of Medicine insieme alla Mayo Clinic del Minnesota ha rivelato che circa il 36% dei professionisti sanitari in stato di burnout ha commesso almeno un errore grave nel corso di un anno. Proiettando questa percentuale sull’intera popolazione medica nazionale, si stima che si siano verificati oltre 20mila errori di natura grave.

Una situazione simile emerge anche per la categoria degli infermieri. Numerose ricerche internazionali, raccolte dalla Fnopi, la Federazione degli Ordini Infermieristici, indicano che gli errori clinici, più o meno gravi, si attestano intorno al 57% nel corso di un anno. Se si applica questo dato al numero di infermieri pubblici attivi in Italia che versano in uno stato di burnout, si potrebbe parlare di oltre 71.500 errori durante la fase di assistenza.

Attualmente ci sono pochissimi dati per la situazione di burnout delle altre categorie di professionisti sanitari (in Italia sono riconosciute 30 professioni sanitarie), per le caratteristiche del loro lavoro, la gran parte è sottoposta ad una pressione che può portare ad uno stress evidente con ripercussioni sui pazienti.


L'aumento di episodi cruenti

Di fronte ad una situazione così complessa e particolare, è necessario disporre di strumenti di valutazione standardizzati (come quello norvegese, se si rivelerà adatto) per evidenziare i segni premonitori del burnout e attuare, sulla base di dati oggettivi, le cure adeguate e la migliore assistenza possibile ai pazienti.

A queste problematiche ora si aggiunge anche l’angoscia di essere vittime di violenze: a preoccupare non è solo la paura di subire una percossa e riportare un danno fisico, ma l’incomprensione del perché un’attività rivolta a curare le persone possa essere messa in discussione in modo ieratico e senza ragione. Che gli operatori sanitari, come chiunque esegua un’attività pragmatica svolta spesso in condizioni d’urgenza possa sbagliare è palesemente ovvio e che vi siano stati casi di malversazione e di comparaggio è altrettanto vero, è sempre avvenuto e bisogna impegnarsi in ogni modo per contrastare i fenomeni, ma oggi la crescita esponenziale degli episodi cruenti non presenta più nessuna correlazione con il comportamento di chi fino a pochi mesi fa era considerato un eroe. La nostra società non riesce più a controllare le emozioni e tanto meno le reazioni, ma ciò mette chi deve svolgere un ruolo difficile in uno stato d’ansia e di stress che ne compromettono ulteriormente la funzionalità e l’efficacia degli interventi.

Il creare delle condizioni di lavoro ottimali di lavoro diventa un impegno che la società deve farsi carico, affinché medici, infermieri e gli altri operatori sanitari si possano concentrare esclusivamente sulle condizioni di salute del paziente che ha di fronte e non essere assillato dai problemi burocratici, dai rischi di denunce o di essere aggrediti da persone violente. Il vivere e l’operare a lungo in queste condizioni inevitabilmente porta gli operatori a forme di burnout e, se la società non vi pone rimedio, diventa complice.


Note

 

[1]The psychometric properties of the Burnout Assessment Tool in Norway: A thorough investigation into construct-relevant multidimensionality, Leon T. De Beer, Marit Christensen, Torhild A. Sørengaard, Siw T. Innstrand, Wilmar B. Schaufeli Scandinavian Journal of Psychology 2023

First published: 25 December 2023

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