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Abusivismo: abbattere tutto, per non abbattere niente...

Aggiornamento: 15 dic 2022

di Cinzia Bosso ed Emanuele Davide Ruffino


Il motto del Gattopardo parafrasato nel titolo non è sicuramente originale, ma esprime bene la situazione che si è venuta a creare in questi anni, dove, a fronte di continui proclami, si è conservato una situazione di confusione con disparità evidenti non solo tra regioni, ma anche tra uffici comunali, in relazione al funzionario che segue la pratica.

Situazione che sicuramente avvantaggia i grandi speculatori ma mette sistematicamente in difficoltà milioni di persone che devono procedere a piccoli adeguamenti in zone che non rientrano nelle area da tutelare per il particolare pregio artistico o a rischio geologico (entrambe, per fortuna e sfortuna dell’Italia, piuttosto numerose), ma semplicemente sono alla ricerca di soluzione al “problema casa” o di disporre di una dimora decorosa. Qualcosa però si muove, almeno a parole, in attesa di fatti concreti (molto più difficili a realizzarsi), come testimoniano alcune iniziative maggiormente incisive: ultima, la volontà del presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, di far abbattere 400 abitazioni abusive in regione, non una regione qualsiasi come è noto, ma quella che conta una delle più alte percentuali di abusivismo in Italia, fenomeno strettamente correlato all'invadenza della peggiore delle mafie nostrane, la 'ndrangheta. Vedremo.


La casa bene primario

L’Italia si è sempre distinta per essere una delle nazioni con una percentuale di proprietari tra le più alte in Europa: oltre il 75%, contro una media UE del 70%. Il dato appare ancor più significativo se si considera che la media è condizionata dalle realtà che si registrano nei Paesi dell'est Europa, (dove si raggiunge il 95%). Le politiche del dopoguerra in quasi tutti i paesi occidentali hanno mirato a favorire l’acquisto di una casa in proprietà, anche per i ceti appartenenti alla piccola borghesia. L’obiettivo politico della home ownership-democracy, era quello di generare una proprietà diffusa che permettesse un’indipendenza economica ed indirizzasse una parte del reddito in investimenti che garantissero una maggior tranquillità verso il futuro delle famiglie e desse forte stabilità al sistema.

Questo risultato è stato raggiunto anche grazie a contributi, sgravi fiscali, concessioni di edificabilità sul territorio concesse con magnanimità, vendita a prezzo agevolato di parte del patrimonio pubblico (oltre 200 mila alloggi) e, non ultimo, una serie di sanatorie e condoni che hanno allargato la platea dei piccoli proprietari. Agli inizi degli Anni '50 meno della metà della popolazione era proprietaria di casa, mentre nel 2018 si è arrivati al 70% delle famiglie (cui aggiungere un altro 10% che gode di usufrutto o di uso gratuito), riducendo la percentuale delle famiglie in affitto al 20% circa.

Il meccanismo sembra però essersi inceppato, se si considera che solo 1,5 milioni di giovani under 35 possiede un immobile, contro i 14 milioni di persone tra i 35 e i 65 anni e i 9,5 milioni di over 65.


La libertà richiede regole certe e semplici

Ed allora la domanda di fondo, forse non è quante case abbattere, ma quale politica per la casa perseguire: ovviamente non si può assolutamente tollerare che si costruisca contra legem, sia quelle paesaggistiche che quelle riconducibili alle norme sulla sicurezza, ma per contro tutti gli uffici tecnici dei comuni sono invasi da un’infinità di domande che poco hanno a che fare con il concetto di abusivismo, ma sono frutto di una farraginosità e rigidità burocratico-interpretative che porta a valutare in modo profondamente diverso realtà sovrapponibili, così come difforme è la richiesta di installazione di zanzariere per ragioni igienico sanitarie (e qui c’è in gioco la salute).

Il perseguire le verande abusive, i muri separatori interni, l’apertura di finestre, ma anche le piccole ristrutturazioni che portano ad aumenti ridotti delle cubature (che risolvono i problemi di molte famiglie) non sono certo riconducibili alla categoria di speculazione edilizie, ha di fatto bloccato il sistema rendendo difficoltoso procedere a ristrutturazioni (e il caos generato dall’elargizione dei bonus ne è stato un ulteriore controprova). I veri abusi difficilmente sono opera della singola famiglia che cerca una sistemazione per la prole e l’accanimento verso queste, nella fattispecie, fa sorgere il dubbio che si voglia irreggimentare il settore a vantaggio delle grandi imprese che possono fare affidamento su strutture e consulenti in grado di gestire (o spaventare) la macchina burocratica predisposta per rilasciare le autorizzazioni necessarie per poter procedere ad un investimento nel settore. Ed ora, in questo contesto, si inserisce l’enorme lavoro dei PNRR che assorbirà ulteriori risorse, accrescendo i ritardi già appesantiti dal fatto che il sistema tende più a premiare chi non prende decisioni e a penalizzare i problem solver che inevitabilmente, nell’agire quotidiano, possono anche commettere degli errori.


Strumenti chiari di tutela e di garanzia

Alle famiglie, più che il bonus, il cui iter procedurale è spesso incomprensibile, interessa iter amministrativi semplificati e garantiti per poter procedere a piccole ristrutturazioni che non presentano impatti sull’ambiente o pericoli ambientali (da bloccare ed eliminare con immediatezza). La politica deve scegliere se agevolare le famiglie nel realizzare le loro esigenze, creando, di conseguenza, le condizioni per poter operare piccole ristrutturazioni, in primis col mettere i sindaci e gli uffici tecnici dei comuni nelle condizioni di operare per il bene comune, compreso l’estetica e l’arredo urbano che devono essere tenuti in massima considerazione nel definire le scelte edilizie, ma che non possono essere ritardate o annullate per rispondere ad un farraginoso apparato burocratico-autorizzativo.

Ed ora la crisi energetica obbliga a scegliere se agevolare chi vuole realizzare impianti ad energia pulita, cui anche le associazioni ambientaliste (Fai, Legambiente e Wwf, nel tentativo di governare i cambiamenti, anziché contrastarli) hanno riconosciuto la necessità di far coesistere pannelli fotovoltaici e pale eoliche, oppure rincorre cavilli per ostacolare tutto (con indubbio vantaggio delle multinazionali del petrolio e del gas).

L’edilizia non può prescindere da un sistema autorizzativo, ma questo deve essere uno strumento di garanzia e di tutela, non un blocco da perpetrare ieraticamente per non incappare in qualche problema (o peggio per aiutare qualche interlocutore privilegiato). Il dibattito si deve spostare dal “chi mettere in galera”, che contribuisce solo a rallentare i procedimenti, a come lasciar operare i singoli cittadini se ciò non contrasta con il bene pubblico (e la presenza di una proprietà diffusa è, di per se stessa, un bene pubblico) e le norme di sicurezza (indispensabile per salvaguardaci da drammatiche tragedie).

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