RACCONTI PERSONALI. "I miei vissuti dentro le note musicali"
- Bianca Fassino
- 20 ore fa
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Storie di maestri, grandi direttori d'orchestra, esibizioni e di riconoscenza
di Bianca Fassino

Vivere di musica, non soltanto professionalmente ma anche spiritualmente, credo sia uno dei grandi privilegi che la vita possa riservare. Io ho avuto questa fortuna. Naturalmente ciascuno attraversa le esperienze secondo la propria sensibilità, e quella che posso raccontare non è la storia ufficiale dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, ma la mia storia dentro l’Orchestra: quella vista da una sedia, dietro un leggio, con un violino tra le mani.
Entrai nell’Orchestra RAI di Torino nel 1969, dopo aver vinto il concorso. L’impatto fu subito impegnativo. Nei primi mesi noi, nuovi arrivati, eravamo degli osservati speciali: bisognava dimostrare non soltanto di aver meritato quel posto, ma di essere all’altezza, giorno dopo giorno, di una grande orchestra.
Il maestro Mario Rossi, allora direttore principale, non tardò a mettermi alla prova. In programma c’era la Paganiniana di Alfredo Casella, un brano virtuosistico che non concede molto spazio all’incertezza. Qualche tempo dopo l’esecuzione mi dissero che il maestro Rossi desiderava vedermi nel suo camerino. Ricordo ancora l’emozione. Essere convocati dal direttore, soprattutto quando si è appena assunti, non lascia indifferenti. Non sapevo che cosa volesse dirmi. Ripercorsi mentalmente la performance, cercando un errore o una possibile imperfezione. Entrai nel camerino con quella miscela di timore e aspettativa che soltanto chi si è sottoposto al giudizio di un grande maestro può comprendere. E invece mi fece i complimenti.

Fu una soddisfazione immensa. Non soltanto per l’apprezzamento ricevuto, ma perché quelle parole rappresentarono per me un incentivo a fare sempre meglio. Negli anni successivi, attraverso un’audizione interna, ebbi l’opportunità di avanzare di ruolo: da violino di fila passai a concertino dei secondi violini, con obbligo di spalla. Fu un altro momento importante della mia vita professionale, che ancora oggi ricordo con orgoglio. Il mio ingresso in orchestra ebbe anche un significato che allora forse non riuscivo a percepire pienamente. Alla fine degli anni Sessanta le donne, nelle grandi formazioni orchestrali erano ancora poche. L’orchestra era un mondo prevalentemente maschile e la presenza femminile appariva soltanto in alcuni ruoli, come quello dell’arpa, strumento al quale da sempre veniva associata un’immagine di grazia e femminilità.
Essere una delle prime donne ad occupare stabilmente un posto tra gli archi significava dunque, partecipare a un cambiamento, anche senza averne piena consapevolezza. Negli anni molte altre musiciste sarebbero entrate nelle orchestre e quella che un tempo poteva sembrare un’eccezione sarebbe diventata normalità. Le donne non erano più soltanto le giovani che studiavano musica o suonavano nei salotti e nelle case: potevano farne una professione, sedere nelle grandi orchestre, assumere ruoli di responsabilità e costruire attraverso il proprio talento una vera carriera.
Per molti anni noi fummo l’Orchestra RAI di Torino. Poi arrivò il 1994. La decisione di riunire le quattro orchestre della RAI – Torino, Milano, Roma e Napoli – portò alla nascita della Grande Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, che ha tutt’ora sede a Torino.
Non fu un passaggio semplice. Un’orchestra non è soltanto la somma di tanti eccellenti musicisti: è ascolto reciproco, conoscenza, affiatamento, è imparare istintivamente il respiro di chi suona accanto a te, entrandone in sintonia. Tutto questo richiede tempo.
L’arrivo dei colleghi da altre sedi comportò quindi un lungo periodo di assestamento professionale, ma anche umano. Si incontravano esperienze, abitudini e storie diverse. Bisognava imparare a diventare una sola orchestra, e l’affiatamento non si improvvisa. Passò del tempo prima che la nuova realtà venisse pienamente assimilata e diventasse davvero patrimonio di tutti. Torino ebbe tuttavia il privilegio – e credo possa ancora oggi rivendicarne con orgoglio il merito – di diventare la casa della nuova Grande Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI.

Ricordo l’inaugurazione: la mattina del 21 settembre 1994, nell’Auditorium Giovanni Agnelli del Lingotto. Sul podio Georges Prêtre e un programma importante, con il Boléro di Ravel, L’Uccello di fuoco di Stravinskij e pagine dal Cavaliere della rosa di Richard Strauss.
Per molti anni, durante i lavori di ristrutturazione della sede di via Rossini, il Lingotto divenne la nostra casa. Quella grande sala si riempiva di un pubblico numeroso, partecipe, generoso negli applausi. Era bello avvertire attorno all’Orchestra l’affetto della città. Su quel podio, negli anni, sono passati grandissimi direttori, da Sergiu Celibidache a Carlo Maria Giulini, di cui ricordo la sua Nona Sinfonia di Beethoven che ancora oggi è una pietra miliare della mia esperienza musicale.
Ci furono collaborazioni lunghe e importanti, come quella con Eliahu Inbal, e periodi di lavoro estenuanti e straordinari insieme. Le grandi pagine wagneriane, per esempio, ci impegnarono per mesi. L’oro del Reno, La Walkiria, Parsifal: Wagner pretende tutto da un’orchestra, tecnicamente, fisicamente ed emotivamente. Furono mesi intensissimi, alla fine ci sentivamo, come ho sempre detto, “strizzati come delle spugne”. Ma proprio da quella fatica nascevano risultati capaci di ripagare l’impegno.
Un’altra esperienza che porto con me è quella con il maestro Riccardo Muti. Di lui mi colpì non soltanto la straordinaria statura musicale, ma una grande umanità e una capacità comunicativa che prima di conoscerlo professionalmente, non mi aspettavo. Durante gli intervalli capitava che rimanessimo seduti in sala ad ascoltarlo parlare. Raccontava, spiegava, comunicava il suo sapere e la sua esperienza con personalità capace di affascinare.
E poi Giuseppe Sinopoli. Una sensibilità musicale fuori dal comune, un uomo di immensa cultura e, nello stesso tempo, un carattere non sempre facile, capace anche di improvvise esplosioni di irascibilità. Con lui vivemmo esperienze importanti, tra cui quelle dei concerti nel Teatro di Taormina, accolte sempre con grande successo.
Le tournée furono una parte importante della mia vita professionale e anche della mia crescita personale. Con l’Orchestra ebbi la fortuna di viaggiare moltissimo, portando la nostra musica in tante città italiane, in Europa e anche oltre oceano, nelle Americhe e in Giappone. Un momento emozionante fu la registrazione della Traviata di Verdi a Parigi in “Salle Wagram”, sotto la direzione del maestro Zubin Mehta. Ogni viaggio significava incontrare sale, pubblico, culture e sensibilità diverse, ma anche condividere con i colleghi, momenti distensivi fuori dal palcoscenico.
Merita un ricordo la tournée in Giappone, con il maestro Frank Shipway, al tempo direttore principale, in un momento particolare, segnato da un grande terremoto che aveva colpito il Paese. Ricordo i dubbi sull’opportunità stessa di partire. Una volta arrivati vedemmo anche gli effetti devastanti del sisma. Eppure, l’Orchestra continuò il proprio lavoro. Suonammo a Tokyo, Sapporo, Kyoto, Fukuoka e Hiroshima. Il pubblico giapponese ci accolse con un calore straordinario. In quelle sale lontanissime da casa sentivamo ancora una volta quanto la musica possieda un linguaggio capace di superare qualsiasi confine. In Giappone tornammo ancora, con immutato successo.
Quanti altri nomi potrei ricordare? Yuri Aronovich, Peeter Maag, Jurij Temirkanov, Rafael Frühbeck de Burgos, Jeffrey Tate e tanti altri grandi direttori. E poi i solisti: Mstislav Rostropovich, Martha Argerich, Salvatore Accardo, Michele Campanella, Bruno Giuranna, Mischa Maisky, Yo Yo Ma, Enrico Dindo e tanti ancora, fra i quali la leggenda del jazz Dizzy Gillespie.
Con Accardo ebbi un privilegio ulteriore: non soltanto quello di suonare con lui, ma di entrare a far parte dell’Orchestra da Camera Italiana. Furono anni di concerti e di esperienze musicali preziose, tra cui la registrazione delle Quattro Stagioni di Vivaldi. A Cremona ebbi anche l’occasione di esibirmi come solista al suo fianco, nel concerto per Quattro Violini di Vivaldi.
Mi piace far affiorare alla memoria un avvenimento di importanza mondiale: l’ultima esibizione dal vivo di Luciano Pavarotti allo Stadio Olimpico, durante la cerimonia di apertura delle XX Olimpiadi Torino 2006. E se oggi dovessi dire che cosa mi abbia lasciato l’Orchestra, più ancora dei concerti, dei viaggi e degli incontri straordinari, direi questo: il privilegio di avere vissuto di musica e, soprattutto, di avere vissuto nella musica e nella sua storia. Guardandola oggi provo soprattutto riconoscenza.

Riconoscenza verso tutti i maestri che ho incontrato e dai quali ho ricevuto qualcosa. Verso i colleghi con cui ho condiviso emozioni, fatica e soddisfazioni. Verso una professione che mi ha permesso di conoscere luoghi, persone e mondi che forse altrimenti non avrei mai incontrato. E provo anche un piccolo orgoglio personale pensando a quella giovane violinista che nel 1969 entrò in un mondo ancora quasi interamente maschile con il suo violino e la voglia di dimostrare di esserne all’altezza, non pensava certamente di cambiare la storia, voleva soltanto suonare. C’è però un ultimo pensiero che sento di dover dedicare a Torino.
Torino, città nella quale la RAI affonda le proprie radici e che è la casa della nostra Orchestra, deve essere orgogliosa di continuare ad ospitare una realtà musicale di così alto prestigio. Oggi l’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI prosegue nel suo cammino e continua a raccogliere successi: le generazioni cambiano, nuovi musicisti occupano quelle sedie e portano con sé la freschezza necessaria perché una grande istituzione musicale non rimanga ferma nel tempo, ma continui ad evolversi.
Bianca Fassino











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