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Torture a Verona: responsabilità individuali e possibili patologie di gruppo

di Vice


Roberto Massucci, ha un'esperienza che rispecchia in toto la concreta immagine di un servitore dello Stato capace e leale. Nelle stanze del ministero dell'Interno a Roma, dove ha cominciato la sua carriera, ha rivelato doti di organizzatore che lo hanno proiettato a incarichi sul campo, fino ad arrivare a capo della Questura di una città complicata e complessa come Verona, per anni feudo della destra leghista, con un album della memoria che raccoglie foto che si richiamano agli anni Sessanta, alla Strategia della tensione, che l'estremismo di destra paranazifascista mai domo ancora oggi sfoglia con inguaribile pulsione. Ma non è di queste cose che si è dovuto occupare principalmente al suo ingresso alla Questura di Verona. Il codice penale, infatti, da tempo si era infilato con sadica violenza in quegli uffici, guadagnando se non simpatie, sicuramente una vasta platea di indifferenza mista a omertà.

La storia è venuta alla luce ieri e investe il reparto delle Volanti. Il bilancio dell'operazione "divise pulite" è di cinque arresti (ai domiciliari) ai quali sono contestati il reato di tortura (lo stesso che il governo Meloni vorrebbe sopprimere) e i reati di lesioni, falso, omissioni di atti d’ufficio, peculato e abuso d’ufficio. Altri 17 dipendenti della Questura sono sotto accusa per falso o omissioni in atti d'ufficio. Gli episodi su cui ha indagato la Procura veronese traccia un quadro di abusi, violenze e umiliazioni su soggetti nella maggior parte stranieri, "fragili" e "deboli", affetti da seri problemi psichici, nel corso di accertamenti, controlli e fermi. Una posizione asimmetrica di potere che ha consentito agli indagati, come ha scritto il Gip, "di vincere più facilmente eventuali resistenze delle loro vittime, e dall'altro ha rafforzato la convinzione dei medesimi di rimanere immuni da qualunque conseguenza di segno negativo per le loro condotte, non essendo prevedibile nella loro prospettiva che alcuna delle persone offese si potesse determinare a presentare denuncia o querela".

E qui ci si ritrova nuovamente dinanzi alla matassa, sempre più complicata e complessa, onnipresente nei corpi di polizia: la gestione del gruppo che si sposa alla ricerca di strumenti per risolvere problemi collettivi e individuali nell'uso e nell'applicazione della legge e, dunque, del potere, verso terzi. Ma non si tratta solo di un problema di ordine professionale che, grazie anche al monitoraggio dei sindacati e dei ministeri competenti, è costante e di ottimo livello in Italia. Il punto dirimente, come si è rilevato dagli sviluppi giudiziari di più vicende, in apparenza diverse tra loro, rimane la capacità di aggregazione di elementi e comportamenti devianti che producono dinamiche ambientali. Il richiamo immediato spunta casi gravi e omicidiari in cui è prevalsa la logica patologica del gruppo, che nel caso di violenza conclamata può anche essere letta come espressione caratteristica del "branco".

Il riferimento, per analogia, fa scorrere l'indice su quei titoli dall'eco potente rimbalzati con frequenza dalla cronaca alla cultura di massa: la "Banda dell'Uno bianca" che prese il via all'interno della Questura di Bologna, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta del Novecento; la morte di Stefano Cucchi, conseguenza di pestaggio letale nell'ottobre del 2009 in una stazione dell'Arma dei Carabinieri a Roma; l'attività delinquenziale, dal traffico di droga alle violenze e torture su fermati, ai festini a luci rosse, che ha pervaso la vita tra il 2018 e il 2020 dei militari della caserma Levante di Piacenza; infine, a chiusura, i recenti episodi avvenuti a Milano e a Taranto, in cui è prevalsa la tendenza aggressiva, per usare un eufemismo, di alcuni appartenenti alle polizie locali ai danni di cittadini comuni in normali operazioni di controllo su cittadini comuni.

L'interrogativo che si fa allora strada non è soltanto quello circoscritto alla ricerca della migliore progettualità per costruire una rete di prevenzione necessaria a bloccare sul nascere o ad attenuare fenomeni gruppali degenerativi. Ma diventa, e non è tangente al problema, la capacità dell'istituzione di isolare quegli stessi fenomeni che si ramificano e colludono con complicità e omertà proprio all'interno di quelle dinamiche di gruppo che, sintetizzando il ragionamento del gip di Verona, costituiscono la base per "sopraffare le vittime con la certezza dell'impunità". Impresa resa oggi ancor più ardua dalla complessità della società nel suo insieme, su cui quotidianamente calano banchi di nebbia e di foschia che offuscano quei punti cardinali di principi e di valori etici e morali, senza i quali saremmo tutti noi sono sopraffatti alla stessa stregua di quelle vittime "fragili" e "deboli" offese, umiliate, vessate e, in casi estremi, anche assassinate.

Da anni, le amministrazioni contemplano nel loro raggio formativo azioni di sostegno al personale di polizia, polizia penitenziaria, carabinieri, guardia di finanzia. Si tratta di "ascolto" specialistico, il cui accesso è tuttavia su base volontaria, mentre, ed è un altro dei più pressanti interrogativi su cui confrontarsi, la "complessità" del sistema e della società imporrebbe forse una cultura condivisa anche sui rischi che derivano dalla costante esposizione alla devianza, come nell'inchiesta di Verona, che si può sostanziare in un contesto deputato alla tutela del cittadino.

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