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1° gennaio 1948: da 75 anni una Costituzione che ci rende liberi, da difendere

Aggiornamento: 1 gen 2023

di Vice


Il 1° gennaio del 1948, settantacinque anni fa, entrava in vigore la nostra Costituzione. E nell’ultimo giorno del 1947, per una singolare coincidenza del destino, giungeva al fondo della sua parabola anche il passato del nostro Paese: ad Alessandria d’Egitto, nella Basilica di Santa Caterina, si erano svolte le esequie di Vittorio Emanuele III, morto il 28 dicembre, l’ex re d’Italia che aveva ceduto il passo al fascismo, firmato le leggi razziali e abdicato a tre settimane dal referendum del 2 giugno 1946. Con il feretro, seguito dal figlio Umberto II, il “re di maggio”, si inumava anche simbolicamente lo Statuto Albertino, che dal 1848 aveva guidato l’Italia nel passaggio dal Regno di Sardegna al Regno d’Italia, attraverso tre guerre risorgimentali e due conflitti mondiali.

La Stampa di Torino informava i lettori che “entrata in vigore la Costituzione, l’on. Enrico De Nicola ha assunto il titolo di Presidente della Repubblica e che […] alle cerimonie civili già avvenute per la consegna del testo del nuovo statuto agli 8 mila sindaci dei comuni italiani seguiranno domani quelle presso i reparti militari schierati in armi. Con questi semplici atti il nuovo Stato perde il suo carattere di provvisorietà anche se i suoi istituti rappresentativi, come la Camera dei deputati e il Senato, nasceranno solo dalla prossima consultazione elettorale fissata, salvo, imprevisti, per ll’11 di aprile (data posticipata al 18 aprile n.d.r.).

Il 1° gennaio del 1948, grazie ai 139 articoli di una carta di valori e principi all’altezza di un Paese che si era liberato dalla tirannia e democratico, l’Italia vedeva realizzato l'incontro tra forze politiche diverse, se non addirittura antitetiche: dai cattolici che si riconoscevano nella Democrazia Cristiana, ai socialisti e ai comunisti, dagli azionisti e socialdemocratici ai liberali. Un percorso non lineare, ma neppure accidentato, poiché comune era stata la convergenza dei partiti nella volontà di voltare pagina, di sostituire la parola “guerra”, che aveva contraddistinto a livello epidermico vent’anni di regime fascista, con la parola “pace”. Cioè un proposito sincero che desse al popolo italiano la certezza che il faro dell’attività dell’Assemblea costituente fosse quello dell’unità e non della divisione aprioristica, anche su un tema spinoso come quello religioso, che fu regolato dall’art. 7 sul Concordato che manteneva in vigore i Patti Lateranensi sottoscritti da Vaticano e Regno d’Italia nel 1929.

Naturalmente, sarebbe semplicistico affermare che la Carta costituzionale abbia rovesciato come un guanto la società italiana uscita dalla bufera della Seconda guerra mondiale e da una guerra civile. Nel rileggere le acute parole di Piero Calamandrei, riconosciamo quanto la Costituente non sia riuscita a sottrarsi dallo “spirito del rinvio”, che delegava ai legislatori ordinari il compito di completarla. Basti ricordare che la nascita delle Regioni, secondo lo “spirito” degli articoli 114 e 117, avverrà soltanto 22 anni dopo, nel 1970. Tuttavia, come ha osservato il gesuita Giovanni Sale nell’ultimo numero di Civiltà Cattolica (di cui consigliamo la lettura) “La Costituzione aveva il compito di rifondare su nuovi principi e valori democratici e pluralistici l’ordinamento statale, sconfessando esplicitamente ogni dottrina totalitaria o razzista dello Stato e della società”.[1]

Un compito enorme che imponeva anche mediazioni e compromessi, ma non necessariamente al ribasso, come nella sostanza non avvenne. “Ciò indusse – prosegue Sale – tutte le forze politiche antifasciste a condividere il lavoro di redazione della nuova Carta fondazinale al fine di cancellare definitivamente il recente passato e far emergere nel Paese il nuovo. Come di fatto avvenne”. E con risultati che a distanza di 75 anni ancora sorprendono per la sua capacità, vitalità e freschezza di ergersi a scudo della democrazia e della libertà, di cui le nuove generazioni devono essere grate ai Padri costituenti. In proposito, si permetta un’altra citazione di carattere quasi pedagogico riferita da Giovanni Sale sull’azione costituente di Aldo Moro, che nell’iniziale corso dei lavori sostenne “che la Carta fondamentale di uno Stato avrebbe dovuto contenere, oltre che norme giuridiche, secondo la tradizione liberale, anche norme programmatiche, perché una Costituzione deve avere anche valore di insegnamento per il popolo. Queste dichiarazioni di principio dovrebbero corrispondere all’orientamento antifascista che è comune a tutti i membri della Commissione”.

Settantacinque anni dopo dal quel 1° gennaio 1948, il Paese è attraversato da una frenesia di revisione costituzionale che coincide con l’avvento del governo diretto da Giorgia Meloni e dalla coalizione di centro destra guidata da Fratelli d’Italia con a fianco Lega e Forza Italia e una parte di Italia viva di Matteo Renzi. Tali pulsioni non sono una novità. Le si potrebbero catalogare come un ritorno ciclico e mondano (in senso politico) a una modernità di facciata con cui alcune parti politiche rinfrescano il taglio del loro abito prima e dopo le elezioni, indifferenti alle contraddizioni (in alcuni casi inconciliabili rispetto all’attuale architettura amministrativa del Paese) in seno alle loro stesse proposte. In particolare, ad agitare da decenni capi e pasdaran della destra e non è il presidenzialismo o semipresidenzialismo interpretato anche come desiderato o sognato grimaldello con cui aggirare o picconare la parte (prima) sui principi fissati dalla Costituzione. Non sarà un caso che nella precedente legislatura, un nutrito pacchetto di revisioni costituzionali presentate dalla attuale Presidente del Consiglio investiva i principi fondamentali e i diritti e doveri dei cittadini, l’ordinamento della Repubblica e il metodo da seguire per cambiare la Costituzione.[2]

Ad alimentare l’ambizione di modifiche costituzionali “nell’interesse del popolo” è il falso alibi della necessità di stabilità politica, su cui fa leva la propaganda che propone di “svecchiare” unilateralmente la Costituzione. Ma si tratta di un falso conclamato originato in parte dalla stagione di Tangentopoli, in cui anche in buona fede si è sostenuta davanti all’opinione pubblica l’equazione stabilità uguale a riforma elettorale ed efficienza eguale a buona politica. Un’equazione che non ha risolto non uno dei gravi problemi che affliggono il nostro Paese, dall’efficienza della pubblica amministrazione a quella della giustizia, dalla credibilità dei partiti a quella della selezione del personale politico, per fermarsi alle prime pagine del quaderno delle doglianze.

L’abitudine italiana a rovesciare o a invertire per i propri fini i termini della questione ha poi contribuito ad andare esattamente nella direzione opposta e contraria a quella indicata da Aldo Moro e da altri costituenti, cattolici e laici, di interpretare quotidianamente la Costituzione come “carta educativa” e di perenne confronto programmatico con gli obiettivi che le sono stati assegnati. Non è un fattore marginale o secondario, ma l’essenza stessa dell’esercizio dei diritti e del rapporto tra governati e governanti. A questi ultimi, infatti, è richiesto il dovere di verificare se i diritti garantiti dalla Costituzione siano concretamente rispettati. Si cita due articoli per tutti: l’articolo 32 e l’articolo 34.

Il primo recita: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”. Nel secondo si legge: “La scuola è aperta a tutti. L'istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso”.

Salute e scuola, non diritti qualsiasi. Allora ci si domandi, prima di ogni altra cosa, se negli ultimi anni quei diritti sono stati tutelati appieno dallo Stato. Interrogativi da porsi concretamente, sia con lo sguardo rivolto alla pandemia non ancora superata, che ha mostrato il degrado progressivo cui è stata ridotta la sanità pubblica, sia osservando i dati sulla dispersione scolastica (e sulla modesta percentuale di laureati rispetto alle iscrizioni all’Università) che ha raggiunto livelli indecorosi e inaccettabili per un Paese che si dichiara grande potenza industriale. Se ne deduce, che dev’essere lo Stato a dimostrare di saper assolvere ai propri doveri per la realizzazione dei diritti dei cittadini. Il resto viene da sé e non il contrario. Anzi. Ipotizzare una revisione costituzionale unilaterale è già di per sé un “attentato morale”, se non giuridico, per lo spirito di concordia in cui la Costituzione ha visto la luce.

Si potrà obiettare che sono appunto trascorsi 75 anni. Un tempo lunghissimo e sufficiente neutro per osservare percorso, crescita e sviluppo del nostro Paese che nel 1948 presentava ancora visibili le ferite della guerra. In altri termini, non si è nella temperie che impone la condivisione politica. Ma ne siamo certi? Se guardiamo nel cortile di casa nostra, gli indici di disoccupazione e dell’inflazione galoppante ci restituiscono davvero l’immagine di un Paese sereno e nel quale la redistribuzione della ricchezza e la partecipazione alla spesa pubblica con una tassazione equa e progressiva autorizzino a pensare che la parola speranza non sia un modo come un altro per dare fiato ai denti? Ancora. Che Paese è quello in cui nel suo messaggio di fine d’anno il presidente della Repubblica Sergio Mattarella invita i giovania non cancellare il loro futuro alla guida di un’auto: “Troppi ragazzi perdono la vita di notte per incidenti d’auto, a causa della velocità, della leggerezza, del consumo di alcol o di stupefacenti Quando guidate avete nelle vostre mani la vostra vita e quella degli altri. Non distruggetela per un momento di imprudenza”. Dov’è scuola, dove sono le famiglie?

Fuori dal cortile di casa, oggi il mondo non è forse più in fiamme di quanto non lo fosse il 1° gennaio 1948? Dal 24 febbraio 2022 è in corso una sanguinosa e distruttiva guerra tra Ucraina e Russia alle porte dell’Europa con una Unione Europea che non riesce più a trovare lo smalto e l’entusiasmo che hanno contraddistinto la sua aurora. In Centro Asia, l’Afghanistan vive giornate cupe in cui trionfa un semifeudalesimo barbaro scioccante, ma evidentemente non abbastanza scioccante per l’Occidente che se ne disinteressa; il Medio e Vicino Oriente, Iraq, Iran, Siria, Libano, sono polveriere in cui le vite si spezzano come fuscelli per guerre e fame; i paesi rivieraschi dell’Africa sono oppressi da governi militari dittatoriali corrotti che sanno far trangugiare a Paese occidentali assassini di stato legalizzati; i paesi del Centro Africa nel vortice di una sottile forma di colonialismo di ritorno e alla mercé di governi inconsistenti che li espongono a condizioni capestro con il Fondo monetario internazionale; il quadro economico e finanziario dell’America Latina è desolante per la forbice che si allarga paurosamente tra ricchi e poveri, tra i detentori del potere e i detentori di una forza lavoro che vale sempre meno.

Ora, qualcuno ha davvero buoni argomenti per mettere in discussione la nostra Costituzione?


[1] Giovanni Sale, Il 75° anniversario della Costituzione Italiana, La Civiltà cattolica, pagg. 537-542

[2]https://www.ilriformista.it/riforme-perche-le-proposte-della-meloni-sono-una-violazione-della-costituzione-322326/

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