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Un libro per voi: “Il Pascià” di Domenico Quirico

Aggiornamento: 29 set 2023

di Tiziana Bonomo


“Il Pascià”, l’ultimo libro di Domenico Quirico è una originale biografia di Romolo Gessi, un personaggio di fine Ottocento, che ha contribuito alla cancellazione della tratta degli schiavi in Africa Centrale gestita dagli arabi nel periodo che precede la nascita dei grandi imperi coloniali. Sono pagine da leggere tutto d’un fiato. Storia, uomini, animali, paesaggi si susseguono intorno a temi che Domenico Quirico ben conosce e di cui è un metodico narratore: schiavismo, Terzo mondo, Occidente, povertà, migrazione. L’autore al suo quindicesimo libro riesce, per sua cultura storica e instancabile testimonianza, a cucire scene salgariane con verità complesse dell’animo umano.

La parola “Pascià” ha un suono incantevole che cela misteri e mondi esotici che emergono con grande vigore, vitalità. La scrittura si destreggia tra rimandi storici e acute evidenze per riflettere sui grandi temi filosofici dell’esistenza umana: libertà, umanità, potere, politica. A parlarne è lo stesso Quirico.


L’inizio del libro "Sette anni nel Sudan egiziano" è il titolo di memorie dello stesso Gessi che avevo letto da ragazzo. Conteneva illustrazioni magnifiche: villaggi di fitti e armoniosi tucul, baobab e tamarindi così grandi che offrivano riparo dalla pioggia a intere carovane, convogli di sventurati schiavi in catene, esploratori con il casco di sughero... Molti anni dopo, il Duemila era appena iniziato, mi inviarono in una lontana terra d’Africa che portava quel nome...

In breve quale è l ’essenza del Pascià?


Una singolare storia umana: Gessi è un personaggio salgariano, ma è realmente esistito. La frase famosa e giustamente contestata, "il fardello dell’uomo bianco", con cui si giustificava il colonialismo, con Gessi assume venature di verità. Gessi, che era un funzionario del kedivé d’Egitto, all’epoca signore nominale di una vasta area dell’Africa centrale, oggi Sudan, da solo con una piccola truppa di soldati egiziani ha combattuto per sette anni con successo contro i grandi trafficanti di schiavi arabi e i loro agguerriti eserciti privati.


Quali sono i punti in comune con la diretta esperienza di giornalista, che ben conosce la Storia contemporanea dell’Africa?

I luoghi dell’epopea di Gessi sono quelli della lunga tragedia sudanese. Un paese che dopo aver ottenuto l’indipendenza ha conosciuto una guerra infinita tra il nord arabo musulmano e il sud animista e cristiano, proprio dove venivano razziati gli schiavi all’epoca di Gessi. Il genocidio nel Darfur, dove Gessi ha inseguito Suleiman, il boss degli schiavisti, con milizie arabe feroci che massacravano e razziavano. Una jihad etnica, le popolazioni nere, è storia di ieri, ha macchiato i nostri anni e non è ancora finita.


La guerra di Gessi è la guerra che ancora per molti aspetti ha straziato questa parte dell’Africa.


Si continua a combattere anche nel sud, dopo che è diventato indipendente, il “Sud Sudan”, per le lotte tra le innumerevoli tribù ed etnie che animano questa parte dell’Africa. Tribù ed etnie che Gessi ha incontrato. E poi è stato un esploratore in terre dove l’uomo bianco non aveva mai messo piede. Ha partecipato come protagonista a una delle grandi avventure scientifiche umane letterarie dell’Ottocento, la ricerca delle sorgenti del Nilo. Gli esploratori erano ovviamente le avanguardie degli imperi coloniali, dopo di loro, sulle carte geografiche che avevano compilato, si sarebbero mossi gli eserciti inglesi e francesi e in modo più misero anche il colonialismo italiano con Crispi e Baldissera.

In parte anche lo stesso Gessi ne era consapevole...


Gli esploratori italiani hanno una caratteristica che rispecchia la giovane e fragile nazione da cui provenivano, erano esploratori poveri, spesso partiti per l’Africa per cercare un lavoro, senza mezzi, viaggiavano senza portatori o piccoli eserciti, si affidavano alla fraternità con i locali. La natura, i laghi inesplorati, le montagne a cui si poteva dare un nome, gli animali selvaggi, le malattie sconosciute e letali, erano la trama di vite faticose, fragili, di luoghi duri.

La tratta degli schiavi “questa intensa scheggia della vergogna umana”, fu quella araba per cui Gessi ha guidato una guerra verso la fine dell’800. Ed è stato un commercio di schiavi altrettanto feroce e numericamente impressionante quanto quello che si svolgeva dall’altra parte dell’Africa ad opera degli europei, anche se non ha avuto la stessa narrazione.

Gli arabi non hanno mai chiesto scusa o rinnegato questa parte della loro storia al contrario degli occidentali. Anche in quel caso c’era una concezione razzista di superiorità rispetto alle popolazioni nere. Lo schiavismo fu un redditizio affare economico. E ancora oggi questo disprezzo per le popolazioni africane persiste, come in Libia dove i neri svolgono lavori da schiavi e sono considerati inferiori. Non c’è un presente che non si rispecchi in ciò che è accaduto lì alla fine dell’800.


L’impressione violenta che in lui sollevò l’incontro con questo mondo di umiliati e offesi dal traffico più bestiale che l’uomo avesse imbastito nei secoli”. Gessi detestava gli arabi, che considerava infidi e crudeli. La sua è un’esperienza umanamente tragica e profonda, quella di chi provava una sincera pietà per quegli uomini, donne e bambini che liberava. E che cosa l’ha maggiormente colpito di questo esploratore?

L’umile coraggio con cui ha affrontato il suo lavoro e il suo destino. In Gessi, un ex garibaldino, non c’era ricerca di onori e denaro, che il governo egiziano, tra l’altro, avaro e irriconoscente, gli ha negato fino all’ultimo. Aveva accettato un compito: eliminare la vergogna della tratta, portare ordine e pace in una zona remota e selvaggia del mondo e lo ha fatto sfibrandosi in una lotta titanica e solitaria. Gessi è morto sfinito, prosciugato in ogni energia da questa lotta.

E in queste zone purtroppo la tragedia della guerra, il dramma della fame, del tribalismo non è mai finita. Ai tempi di Gessi il Sudan è stata la terra del Madhi, la prima jihad contro l’Occidente e per vendicare l’umiliazione dell’Islam. La prima jihad contro l’Occidente a cui è seguita, negli stessi luoghi, quella di Bin Laden. Non è un caso che il Sudan sia stato il primo rifugio di Bin Laden, un luogo di frontiera, una faglia in cui si incontrano e scontrano le fedi dell’Islam radicale.



Si cita Emilio Salgari, ma l’avventura di Gessi è reale, priva di un lieto fine…

Nelle storie che racconto c’è sempre tragedia. Il mio non è un romanzo a differenza di Salgari. Le storie umane che ho attraversato finiscono in tragedia: questa è la vita. Anche se sarei contento che il libro venisse letto con lo spirito avventuroso in cui perdersi nella meraviglia dei luoghi e nella ferocia degli uomini.


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