SERATE AL CINEMA: "Ritorno a Buenos Aires", le tracce nei corpi
a cura di Maria Teresa Fenoglio

Nel 2008 Mariano Guerra, operatore del 118 a Torino, torna in Argentina dopo trentatré anni per testimoniare contro gli uomini che lo sequestrarono e torturarono durante la dittatura.[1] Allora era uno studente di medicina e, nel centro clandestino in cui fu rinchiuso, era diventato l’assistente del dottor Kappa, il medico del campo. Negli alloggi riservati ai testimoni ritrova altri sopravvissuti, alcuni dei quali diffidano di lui proprio per quel ruolo. Incontra anche la figlia di una compagna di prigionia, gettata da un aereo insieme a tanti. La giovane vuole sapere come sua madre trascorse gli ultimi giorni. Mariano è tornato per deporre, ma prima di parlare in tribunale deve confrontarsi con le sue domande e con il giudizio di chi è sopravvissuto insieme a lui.
Nel film di Marco Bechis "Ritorno a Buenos Aires", l’ambiguità incombe su ogni cosa, densa e impenetrabile. Mariano fu vittima della repressione, eppure porta il peso di aver collaborato con i carcerieri e tradito una compagna. Bisogna tornare al ragazzo che era: sotto tortura, la vita si restringe al bisogno di superare la notte, evitare il prossimo interrogatorio, trovare un modo di arrivare al giorno dopo.
Kappa esercitava su di lui un potere perverso: lo abusava, ma gli permetteva anche di restare vivo. In un mondo in cui ogni legame era stato spezzato, divenne in qualche modo anche un’ancora psichica. Mariano imparò a osservarne gli umori, a coglierne la fragilità: una sintonizzazione da cui poteva dipendere la sua sorte, mentre la mente continuava a lavorare, cercando un varco nella relazione che lo teneva prigioniero.
I volti di Mariano giovane e di Mariano adulto si alternano, finché la distanza tra i due sembra annullarsi. Quando rivede Kappa, decenni dopo, per strada, Mariano trema, suda, si urina addosso, si accovaccia in un angolo. Il corpo riprende la posizione imparata davanti al suo persecutore. Il panico appartiene al presente. La tortura ha lasciato una traccia nel corpo, una impronta indelebile che precede le parole e può travolgerle.
Anche la figlia della desaparecida cerca nel corpo ciò che le è stato sottratto. Era in un passeggino quando sua madre fu rapita, in un bar. Ora, a volte, avverte l’odore materno in una sconosciuta e la rincorre, all’inseguimento di una presenza perduta.
Negli alloggi a loro destinati i sopravvissuti si osservano, discutono, si giudicano. La detenzione non era stata uguale per tutti; tornare a incontrarsi riapre le differenze e i sospetti. Il lasciato crudele di ogni dittatura. Eppure ciascuno tenta di compiere lo stesso difficile passaggio: da vittima a testimone, da persona sulla quale altri hanno esercitato un potere assoluto a persona che può raccontare ciò che è accaduto. Una donna riesce a parlare degli abusi sessuali subiti soltanto alla quarta udienza. Essere convocati a deporre e riuscire a dire non sono la stessa cosa.
Anche l’incontro furiosamente erotico fra Mariano e un’altra testimone appartiene a questo percorso. I loro corpi, segnati dalla violenza, si cercano con un’urgenza che afferma la vita. Eros contende terreno a Thanatos, senza far sparire il dolore.
Per Mariano il momento decisivo arriva in tribunale. Kappa, che non figura tra gli imputati, assiste al processo seduto fra il pubblico. Mariano lo vede e superando la negazione iniziale lo denuncia davanti a tutti. L’uomo alla cui presenza era tornato a tremare viene finalmente indicato per ciò che ha fatto. È la chiave del suo riscatto: il legame che lo aveva aiutato a sopravvivere non gli impone più il silenzio. Mariano può rivolgersi agli altri, da soggetto, invece di restare solo davanti a Kappa.
Bechis lascia parlare anche i luoghi. Mariano appoggia la schiena ai mattoni della cella in cui era stato rinchiuso, oggi un semplice spazio aperto, e in un buco ritrova un suo pezzetto di carta. In quel momento siamo anche noi, lì. L’edificio destinato ai testimoni ricorda una caserma; il loro arrivo è meticolosamente organizzato, ma non c’è vera accoglienza. In un’altra ala, proprio lì accanto, si trovano gli aguzzini sotto processo, come fossero ancora mescolati. «Da testimone potresti diventare imputato», ammonisce un giudice. La società che ha reso possibile la repressione non è scomparsa insieme alla dittatura: Mariano ne incontra ancora i modi, la diffidenza, la capacità di intimidire.
La testimonianza non restituisce i morti, né cancella la vergogna. Può però sottrarre alla solitudine ciò che la violenza aveva costretto a tacere. È un movimento che riguarda Mariano, la donna che trova le parole per gli abusi, la figlia che cerca la storia della madre e gli altri sopravvissuti, anche quando non riescono a essere solidali fra loro.
Bechis porta lo spettatore vicino ai loro corpi: al tremore, all’odore inseguito, alle parole che tardano ad arrivare. Quei traumi non restano confinati in una storia lontana. La faccia repressiva del potere è ancora tra noi, e possiamo sentirla riattivarsi davanti a chi prova a parlare. Ascoltare i testimoni, anche nella loro ambiguità e nei loro conflitti, guardando in faccia gli aguzzini, è un modo per riconoscerla.
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