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Saluto romano, grido "Decima" e ipocrisie all'italiana

Aggiornamento: 4 giu 2023

di Vice


Comprendiamo l'imbarazzo dei vertici militari che hanno cercato di minimizzare le accuse lanciate dalla scrittrice Michela Murgia, indignata dal saluto romano e dal grido "Decima" degli incursori del gruppo Comsubin della Marina militare (tuta e berretto verdi, volti travisati da un fazzoletto beige), durante la parata del 2 giugno, Festa della Repubblica. In un post, infatti, Michela Murgia ha scritto testualmente a sostegno delle immagini: "ieri alla parata militare del 2 giugno, sotto gli occhi impassibili del Presidente Mattarella, è successo anche questo. Tutto normale, perché sono anni che va avanti il processo di normalizzazione. Se il senso del video non fosse chiaro, cercate “X flottiglia MAS” su Wikipedia. Vi sarà subito chiaro perché La Russa sorrida tanto e faccia il segno della vittoria". (Ma che serve ancora per capire cosa sta accadendo?)". In realtà, hanno affermato le stesse fonti militari, il braccio alzato del militare ripreso da Michele Murgia, come è stato riportato dai media, è indicato per 'l'attenti a sinist', comando che si impone ai reparti in ogni evento istituzionale nel rivolgere il saluto alle autorità. "Decima", chiarimento aggiunto, altro non è che il motto del Goi (Gruppo operativo incursori del Comsubin) e non ha alcun rapporto di parentela con la 'X Mas' della Repubblica sociale fondata dal principe Junio Valerio Borghese, presunto golpista nel 1970 (il tentato golpe "dell'Immacolata", 8 dicembre), ma si riferisce alla Decima della Marina Militare del Regno che ha operato fino al 1943, precursore degli incursori di Marina.

Ci si può accontentare delle spiegazioni? Se le dovessimo condividere nel solco della migliore ipocrisia che trasuda dalla società italiana, non ci dovrebbero essere problemi di sorta. Con le vele gonfiate da frasi accomodanti, è uno scherzo parcellizzare la storia e tralasciare il fatto che il Comsubin, nato agli inizi degli anni Cinquanta e diventato operativo sul finire dello stesso decennio (periodo contrassegnato da una forte spinta al riarmo in Italia e in tutti Paesi della Nato, e alla ricostituzione di reparti dell'Esercito e dell'Arma dei Carabinieri in risposta a una fase internazionale complicata, Guerra Fredda e questione berlinese, tensione tra Italia e Austria per l'Alto Adige) è "storicamente" l'erede della X Mas e, prima, di quel manipolo di eroi dalla Flottiglia Mas, da Luigi Durand de la Penne a Teseo Tesei, protagonisti di celebri ed eroiche imprese contro gli inglesi nel porto di Alessandria d'Egitto nel dicembre del 1941.

In altri termini, erede la cui tradizione si coniuga anche con gli arditi della Grande Guerra nella visione di un modello di reparto d'élite che il "Principe nero" Valerio Borghese impose ai gerarchi della Repubblica di Salò dal suo quartier generale alla Città della Spezia, un reparto autonomo dal comando della Guardia Nazionale Repubblicana (GNR) e guardato con grande rispetto dalla Wermacht che occupava l'Italia. Ma è altrettanto vero, che la stessa X Mas è a sua volta erede dei reparti di proto-incursori che furono addestrati nel 1941 per l'occupazione, nel cuore del Mediterraneo, della strategica isola di Malta, vera spina nel fianco per i convogli marittimi italiani diretti in Cirenaica durante la II guerra mondiale, secondo un progetto che la Regia Marina Militare aveva già pianificato e preso in considerazione prima dell'entrata in guerra voluta da Mussolini, il 10 giugno del 1940. Le vittorie del generale Rommel sul fronte nordafricano, fecero poi tramontare l'ipotesi e influenzarono su decisione di Hitler tutta la strategia militare nell'area mediterranea.

Quel passato, glorioso per alcuni, secondo se non pari all'eroismo della Divisione Folgore, cinquemila giovani "para" caduti nella sabbia del deserto di El Alamein, nell'ottobre-novembre del 1942, è la migliore carta di credito per chi non ha mai messo in soffitta il proprio credo di un'Italia nazionalista, patriottica e, perché no?, anche fascista. Il grido "Decima" è una sirena troppo allettante per non creare una potente eco di ritorno alla nostalgia del "come eravamo". Più che mai per il presidente del Senato Ignazio La Russa, grande sostenitore delle Forze Armate, ufficiale di complemento durante il suo servizio di leva, prodigo nell'indossare le tute mimetiche delle Forze Armate nel periodo in cui è stato ministro della Difesa (2008-2011), con l'unico disappunto e rammarico di non aver indossato la "mimetica" - forse unica al mondo - a sei colori proprio del Comsubin. Quella "mimetica", infatti, fu ritirata dopo l'incidente a Timor Est, nella missione del 1999 al comando del generale Cornacchione, in cui forze militari di altri Paesi del contingente di pace spararono sugli incursori della Marina, confondendoli per ribelli a causa delle mimetica a sei colori (che includeva il marrone per contrastare gli effetti dei raggi gamma). Ma questa è un'altra storia.

Morale. La soddisfazione del presidente del Senato Ignazio La Russa ossigena la convinzione della destra nostalgica di un presente che è ancora dalla loro parte, presente saldo e coerente in quell'immaginario collettivo che non festeggia il 25 aprile perché ha nei suoi geni, sempre coltivata, l'aspirazione alla "bella morte" di mazzantiniana memoria, in cui l'ideale del coraggio intrepido sorregge la forza della giovinezza e l'esaltazione dell'eroismo in guerra e dello scontro fisico di piazza. Quindi l'immagine della X Mas del principe Borghese è salvifica ed è la cartina di tornasole di tutto ciò che non è stato il fascismo di Salò, un regime servo dei nazisti, forte con i deboli, debole con i forti, torturatore di civili e di partigiani, predatore dei beni degli ebrei. Immagine presentabile per quell'alone di leggenda combattente che la circonda e che nel dopoguerra è stato costruito attorno, ma falsa, poiché non meno responsabile al pari della GNR e dei nazisti di rappresaglie, fucilazioni e torture.

Questo è il punto cruciale di ciò che sta attorno al gesto. Il fatto che la seconda carica dello Stato lo accompagni con una reazione di aperta condivisione da diventare pericolosamente allusivo di complicità e sostegno di una parte dello Stato. Qui è la caduta della Repubblica. Qui è l'incapacità di mantenere il distacco che si richiede dalle istituzioni democratiche: quello di creare una doverosa distanza, un vero e proprio fossato in situazioni estreme, tra comportamenti gruppali e autorità dell'Istituzione. Quel distacco che ha manifestato dal palco il Presidente della Repubblica e che gli avrà consentito - ne siamo certi - di esprimere la sua contrarietà a chi compete nella sfera del Quirinale. Polemiche e punti interrogativi di una Festa della Repubblica che ha registrato anche il "forfeit" - se non il "giallo" - del Battaglione San Marco, ufficialmente impegnato in altre operazioni, per altri, invece, non in linea con la decisione di sfilare insieme con le autorità civili.

Davvero troppe zone d'ombra in questo 77° anniversario della nostra Repubblica.







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