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Repole: "L'intelligenza definisce la dimensione dell'umano"

21 ore fa
Tempo di lettura: 2 min

Una lettera dell'Arcivescovo di Torino e Vescovo di Susa sul Convegno dedicato dalla Fondazione Carlo Donat-Cattin all'enciclica di papa Leone XIV "Magnifica humanitas" e sulle dinamiche sempre più invasive dell'Intelligenza artificiale nella società


Cara Professoressa [Maria Pia Donat-Cattin, presidente della Fondazione ndr.], il Convegno promosso questa sera [venerdì, 2 ottobre] dalla Fondazione Donat-Cattin attorno all’enciclica «Magnifica humanitas» è di massima importanza e desidero esprimerLe il mio personale e particolare apprezzamento per l’iniziativa.

L’Arcidiocesi di Torino collabora da sempre volentieri con la Fondazione per il suo contributo qualificato al dibattito sui temi della vita pubblica: in questo caso l’incontro porta l’attenzione su una delle più grandi sfide che attendono l’umanità nei decenni a venire.

«Magnifica humanitas», contrariamente a quello che viene qualche volta riferito, non è un testo sull’intelligenza artificiale. È un documento sulla «custodia della persona umana» nel tempo dell’intelligenza artificiale. Sono cose differenti: tanti scienziati in tutto il mondo stanno già discutendo di intelligenza artificiale sotto il profilo tecnico, dei costi, delle sue potenzialità e dei suoi limiti; qui ci interessa la vita umana e il suo destino.


Dove stanno conducendoci le infrastrutture digitali? Nessuno sa rispondere con precisione. Abbiamo tutti compreso che l’evoluzione della tecnologia sta portando le macchine a raccogliere e aggregare dati di ogni genere a velocità sempre più rapida; sta permettendo ai computer di incrociare i dati e di rielaborarli quasi all’istante per risolvere situazioni concrete, al punto da compiere azioni creative, che fino a ieri venivano svolte soltanto dagli esseri umani.

Chiamiamo questo progresso «intelligenza artificiale»: è il termine giusto? Io non credo. L’intelligenza – come il cuore, come l’anima – definisce gli esseri umani, non le cose. Le macchine sono cose, strumenti, devono restare soltanto strumenti. Se un giorno riconosceremo «intelligenza» alle macchine, quale espressione nuova dovremo inventare perché gli uomini non perdano la propria dignità? Me lo domando anche come cristiano: quale espressione dovremmo ideare per i figli di Dio?


Se in futuro l’intelligenza sarà una virtù attribuita agli uomini come alle macchine, come potremo essere certi che gli uomini non prendano il posto delle macchine nel ruolo umiliante dello «strumento»? Le parole non sono indifferenti, il linguaggio ha il potere di modificare la realtà: bisognerebbe trovare un termine specifico per definire la capacità delle macchine. Un termine diverso da «intelligenza artificiale». Un termine che assegni all’efficienza delle macchine l’unico compito di obbedire agli uomini.

So bene che al momento l’attenzione del mondo è concentrata su altro, sui problemi di sicurezza, per esempio sul rischio che le macchine prendano il controllo degli arsenali militari e scatenino una guerra. Domani – ne sono convinto – ci accorgeremo che il problema di fondo è antropologico: si tratta di impedire che gli uomini diventino esecutori anziché decisori.

A fronte della grande sfida, io sono complessivamente fiducioso. Non credo che le macchine prenderanno mai davvero il potere sostituendosi agli uomini con la forza. Credo che le macchine assumeranno sempre e solo le funzioni che noi decideremo di delegare, liberamente, perché ci fa comodo.

Qui sta il punto: la nostra libertà. Spero e credo che il vostro apprezzabile convegno di questa sera porti il pensiero anche su questo, sulla libertà che ci appartiene e che abbiamo il dovere, oltre che il potere, di esercitare.

Roberto Repole


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