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Regeni, Ustica, Rossi, il coraggio di non arrendersi mai

1 giorno fa
Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 15 ore fa

di Vice


C'è stato qualcosa di nuovo nel 28 settembre appena passato. C'è chi ha mostrato di non essere disposto ad arrendersi. Mai. Tra sentenza per la morte di Giulio Regeni (25 gennaio 2016), la disponibilità del governo francese a trasmettere la documentazione sulla strage (81 vittime) di Ustica del 27 giugno 1980 (ancora con un punto interrogativo sui veri responsabili) e l'indisponibilità a considerare suicidio (6 marzo 2013) il corpo di David Rossi che vola da una finestra, corre un evidente filo rosso: quella della incrollabile determinazione a conoscere la verità (non solo processuale) e ad avere giustizia.

Il muro della vergogna su Regeni stato finalmente scavalcato: il Tribunale di Roma ha condannato a dieci anni, ma per sequestro di persona, tre agenti dei servizi segreti egiziani: il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed. Un quarto, il generale Tariq Sabir, è stato assolto. Nessuno dei quattro si è mai presentato in aula: tutti irreperibili. Il muro di menzogne, impastato di sangue, comunque è stato corroso.

Il muro di gomma su Ustica, e qui il pensiero corre all'incrollabile forza d'animo di Andrea Purgatori, ora appare meno respingente con la decisione dell'Eliseo. Esattamente tre anni fa, Giuliano Amato, più volte ministro e presidente del Consiglio, aveva puntato il dito sulle responsabilità della Francia nell'abbattimento del Dc9 dell'Itavia (27 giugno 1980), anche per la presenza delle portaerei nel Mediterraneo e l'attività insolitamente frenetica nella base aerea di Solenzara in Corsica. Un dettaglio quest'ultimo rivelato per la prima volta, e casualmente, dall'allora colonnello dei carabinieri Nicolò Bozzo, comandante della Legione di Catanzaro, al giudice Rosario Priore, titolare dell'inchiesta su Ustica. L'affermazione dell'alto ufficiale, destinato a diventare generale della Divisione "Pastrengo", fu confermata davanti alla Commissione parlamentare d'inchiesta nel 1998 e contribuì a sollevare il velo di estraneità sostenuto per anni sia dalla Francia, sia dalla Nato; il racconto di Bozzo fu poi ripreso in un libro autobiografico, con una serie di riferimenti alle implicazioni sui misteri nei rapporti con la Libia e con il colonnello Gheddafi[1].

Il muro dell'ambiguità è stato strappato. David Rossi non si è suicidato. La tesi dominante è falsa, smontata dalle indagini dei Ris dell'Arma e da nuove perizie. L'allora capo della comunicazione di Mps non è precipitato "volontariamente" da un edificio della storica banca senese nel 2013, ma è stato aggredito e lanciato letteralmente dalla finestra, come in un thriller cinematografico.

Il coraggio di non arrendersi a verità di comodo è il filo rosso preso per mano dai genitori di Giulio Regeni, dai parenti delle vittime di Ustica, dai famigliari di Rossi. Un monito contro le viltà ed ipocrisie dei nostri tempi.


Note

[1] Michele Ruggiero, Nei secoli fedele allo Stato, Frilli Editori, 2006





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