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L'Editoriale della Domenica. Comandare e non governare, cade l'ultima maschera del governo

20 ore fa
Tempo di lettura: 4 min

A fine legislatura, il nuovo sistema elettorale svuota ulteriormente il Parlamento e mutila la democrazia in nome, paradosso della conseguenza, del Popolo.

di Giancarlo Rapetti


L’inflazione colpisce anche il sistema politico. Cinque leggi elettorali, contando solo quelle per il Parlamento, in 25 anni. E se non bastasse, qualcuno parla di Terza Repubblica, mentre non è ancora completato il progetto della prima.

Si dirà: la Seconda Repubblica c’è già stata, almeno così dicono tutti. E in Francia sono alla Quinta, che per altro non sta molto bene: i casseurs delle banlieue danno l’assalto alla République, anche profanando simbolicamente la statua della Marianne. Da noi, più pacificamente, ma più inesorabilmente, l’assalto alla Repubblica avviene dall’interno, con legge del Parlamento. La legge elettorale ordinaria, appena approvata dalle Camere, cambia di fatto la Costituzione senza ricorrere alla procedura prevista dall’articolo 138, evitando così la fastidiosa incognita del referendum confermativo. In Francia, almeno, le cinque Repubbliche che si sono succedute in duecento anni sono nate con rotture rivoluzionarie o con atti costituzionali che rispettavano la forma. In Italia, pur patria del bizantinismo giuridico, non ci si preoccupa nemmeno di salvare le apparenze.

Stando al resoconto di Federico Capurso su La Stampa, Giovanni Donzelli, deputato di Fratelli d’Italia, quello che riceveva le confidenze riservate dall’allora sottosegretario Andrea Delmastro Delle Vedove, ha dichiarato in aula che la legge appena approvata “vuole stabilire il principio che in Italia comanda chi prende un voto in più». Due affermazioni mostruosamente aberranti. Dare tutto il potere a chi prende un voto in più abbatte il principio base della democrazia: che tutte le principali posizioni sono rappresentate e che il potere esecutivo, soggetto a controlli e bilanciamenti, è affidato a chi mette insieme un comune progetto di gestione e sviluppo della cosa pubblica. In più, già sapevamo che questa maggioranza non era interessata al governo (ha governato il meno possibile) ma al potere. Ora però abbiamo la confessione pubblica, nel profanato tempio della democrazia: i Fratelli d’Italia vogliono “comandare”.

C’è da preoccuparsi seriamente. 

Anche perché ci vogliono vendere una interpretazione che è l’esatto contrario della realtà. L’assunto che sostiene la legge è grosso modo questo: il popolo elegge il governo, quindi decide veramente. A quel punto il Presidente del Consiglio, che per un punto prese la cappa, incorpora in se stesso la volontà del popolo, che può serenamente disinteressarsi della politica, perché il capo eletto, “l’unto del Signore”, secondo la celebre definizione di Silvio Berlusconi, ci pensa lui. Fingendo di dare al popolo il potere di scelta, lo si espropria di ogni potere. Il delitto perfetto, come confessò l’allora capogruppo di Fratelli d’Italia, Tommaso Foti: “dopo il risultato elettorale non c’è più niente da discutere”. Non voglio usare termini ambigui o obsoleti. Dirò che questa si chiama post-democrazia.

Discutendo, nel talk-show condotto da Corrado Formigli, con Gianrico Carofiglio, il direttore editoriale del Secolo d’Italia, Italo Bocchino, ha sfoderato l’arma definitiva: le leggi elettorali regionali sono già come quella ora approvata per il Parlamento, e nessuno si è mai lamentato. Eh sì, se qualcuno si è lamentato, lo ha fatto sommessamente. E chi non si è lamentato, ha peccato per omissione: la leggi elettorali regionali, condizionate (anche se non obbligate) dall’articolo 122, ultimo comma, della Costituzione (così come modificato nel 1999), sono pessime.

Senza bisogno di ricorrere a complesse spiegazioni dottrinali, che pure sarebbero opportune, basti ricordare un esempio: quando il Presidente della Regione Liguria Giovanni Toti si dimise, il Consiglio Regionale decadde e si andò a nuove elezioni. Con il che si dimostrò che il Consiglio non conta nulla, è una finzione scenica, in quanto appendice del Presidente “eletto direttamente al popolo”. Allo stesso ruolo sarà ridotto il Parlamento. Come può sfiduciare un Premier indicato dagli elettori, senza che si gridi al mancato rispetto della volontà del popolo, invocando nuove elezioni? La cancellazione della funzione del Parlamento è ancora peggiore, anche se meno sottolineata, del ridimensionamento del ruolo del Presidente della Repubblica.

Che fare? Ormai la legge elettorale c’è, le battaglie postume servono a poco. Metterla sul piano del diritto, contare sulla Corte Costituzionale, offre solo ai meloniani un ulteriore assist di propaganda: “ecco, ancora una volta, si appellano ai giudici per rovesciare la volontà popolare”.

Non che l’argomento sia secondario: le regole del gioco non sono un orpello, sono il fondamento della democrazia politica. La legge elettorale rappresenta l’attuazione del secondo comma dell’articolo 1 della Costituzione: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Purtroppo, la legge elettorale non fu inserita in Costituzione, da cui la produzione inflazionistica di norme convenienti di volta in volta alla maggioranza del momento. Ma qui non siamo in Israele, dove su di una questione di principio ci fu una straordinaria mobilitazione popolare: contro la riforma della giustizia, voluta dal governo Netanyahu, ci furono quaranta settimane di manifestazioni oceaniche, interrotte solo dalla strage di Hamas del 7 ottobre 2023, che spostò l’asse dell’attenzione dal funzionamento alla sopravvivenza dello Stato.

Qui da noi ci sono indizi che fanno rilevare una scarsa attenzione del pubblico al problema. Quando nel 2024 fu lanciato il referendum per abrogare almeno gli aspetti peggiori del Rosatellum (la legge elettorale con la quale abbiamo votato nel 2022), la raccolta firme fallì clamorosamente. Inoltre, la battaglia postuma sulla legge elettorale sarebbe poco credibile: non è che le norme precedenti fossero meglio, ma l’intero ceto politico le aveva metabolizzate senza farsi troppi problemi.

Resta una strada maestra da percorrere: se nessuna coalizione raggiunge la famigerata soglia del 42 per cento, il castello crolla e avremo un Parlamento in condizioni di fare il proprio lavoro: trovare una convergenza programmatica per, finalmente, governare il paese.

Questo compito spetta, opinione strettamente personale, a tutti i centristi. I cavalli di razza non mancano, le idee nemmeno. Bisogna solo trasformare persone e idee in una coalizione che sappia presentare un programma e comunicarlo con la sufficiente passione agli elettori disaffezionati dagli opposti e convergenti populismi.

Resta la zeppa della indicazione del candidato premier, obbligatoria per presentare le liste alle elezioni, una norma ad personam per Giorgia Meloni. Anche questa mina può essere disinnescata. Basta non indicare alcuno dei concorrenti operativi, ma una personalità simbolica, di grande prestigio, fuori dalla mischia. I citati cavalli di razza sono certamente in grado di individuare il nome. “Qui si parrà la vostra nobilitate”.


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