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PUNTURE DI SPILLO. Il "buon senso" di una IA sulla guerra

a cura di Pietro Terna

Avevo in progetto di dedicare lo spillo all’IA, partendo da un bell’articolo[1] di Le Monde, Intelligence artificielle: les machines sont-elles nos amies?, e da un articolone[2] di spiegazione, Decomposing Language Models Into Understandable Components, ma la guerra, le guerre, hanno avuto il sopravvento.

Come distogliere il pensiero dagli armeni, israeliani, palestinesi, russi, ucraini e dai tanti, troppi, altri cui si indirizza il Requiem aeternam che un coro di voci bianche intona nella trama di soffuso dolore del War Requiem[3] di Edward Benjamin Britten (nella foto)? Scritto nel 1961-62, è universale, per ogni guerra. Quella ora nelle menti coinvolge Israele e Hamas, o Gaza, o Palestina, tra chi vuol distruggere Israele e Israele che molto si impegna per essere distrutto: Gaza è un laboratorio su come suscitare rivolte e odio.

Intanto la guerra in Ucraina è passata in secondo piano. Così ho chiesto a ChatGTP di elaborare “chiodo scaccia chiodo” e “guerra scaccia guerra” (orrendo neo proverbio che rimbalza online) e vale la pena riflettere sulle risposte.

Attenzione: la macchina ha imparato da noi, non è un pappagallo che ripete a memoria, ma un immenso tessuto connettivo che collega lemmi a lemmi, in modo estremamente complesso. Per approfondire si veda il secondo articolo indicato all’inizio oppure si rifletta osservando l’elaborazione artistica della prima immagine,[4] con la rete neurale artificiale, simboleggiata in bianco, che crea collegamenti all’interno del dizionario che sta sullo sfondo. I collegamenti provocano altri collegamenti come nel racconto[5] di Borges Il giardino dei sentieri che si biforcano, magistralmente utilizzato in un recentissimo studio,[6] ancora in pubblicazione, Borges and AI.

La macchina che ci risponde siamo noi stessi, in una specie di fusione tra culture diverse, con approfondimenti e superficialità, tutto congiuntamente. Ho chiesto di elaborare "chiodo scaccia chiodo e guerra scaccia guerra". La risposta:


(…) "Chiodo scaccia chiodo" viene spesso utilizzato per indicare come si possa superare una difficoltà o un problema affrontandolo con un altro di simile, in particolare nel contesto sentimentale. Questo potrebbe implicare, ad esempio, che superare una relazione sentimentale difficile può essere più facile se si entra in una nuova relazione. Il secondo proverbio, "guerra scaccia guerra", potrebbe apparire inizialmente contraddittorio, poiché la guerra di solito porta a ulteriori conflitti piuttosto che alla loro risoluzione. Il significato metaforico di questo proverbio, tuttavia, è che solo affrontando direttamente un conflitto (metaforicamente, combattendo una guerra) possiamo risolvere completamente i problemi che ne stanno alla base. Pertanto, in un certo senso, una guerra (conflitto) può effettivamente mettere fine a una guerra precedente. Entrambi i proverbi sottolineano la necessità di affrontare direttamente le problematiche per superarle, piuttosto che evitare i problemi nella speranza che si risolveranno da soli. Il contesto, tuttavia, è molto diverso: il primo proverbio si riferisce più specificamente a questioni sentimentali, mentre il secondo ha una portata più ampia e può essere applicato a qualsiasi tipo di conflitto, sia su scala individuale che collettiva.


Pensiamo così, collettivamente? Sono pronto a discuterne. Intanto ho proseguito nel dialogo, con “Preciso: scaccia guerra dalla nostra attenzione”:


Nel caso in cui "guerra scaccia guerra" venga inteso come "una guerra distrae o devia l'attenzione da un'altra guerra", allora il significato cambia leggermente rispetto a quello precedentemente spiegato. In questo contesto, il proverbio indica come un nuovo conflitto, o "guerra", può distogliere l'attenzione pubblica, o la nostra attenzione, da un conflitto precedente. In questo senso, il proverbio sottolinea la tendenza umana a concentrarsi sulle questioni più pressanti o immediate, a volte a scapito della risoluzione di questioni a lungo termine o persistenti.


Poi ho forzato la mano: “Può esserci intelligenza nella guerra?”. La risposta:

Sì, in molte culture e contesti storici, l'intelligenza in guerra è vista come crucialmente importante. Questo non significa che la guerra sia un atto intelligente di per sé, ma significa che, una volta in guerra, le decisioni intelligenti possono influenzare significativamente l'esito. (…) Tuttavia, bisogna tenere a mente che pur essendo l'intelligenza un aspetto importante nelle operazioni belliche, la guerra stessa è, più spesso che no, il risultato di fallimenti diplomatici, errori di calcolo, avarizia o egoismo a livelli strutturali o individuali e quindi non va idealizzata o glorificata.

La pensiamo così? A osservare ciò che accade temo di no; ChatGPT ci imita in meglio? Intanto il dramma prosegue/i drammi proseguono.

Il Maestro di musica ci ricorda che, qualche anno fa, Francesco De Gregori dedicò una canzone[7] al Panorama di Betlemme. Un soldato ferito, non si sa se israeliano o palestinese, sta morendo. La guerra, caricata di significati, di volta in volta religiosi, strategici, geopolitici, ne viene fuori come qualcosa di piccolo, come le mosche che il soldato sente girare intorno a sé. La canzone è molto dylaniana nel mood. Un violino ricama una specie di riff folk. De Gregori canta con stile volutamente crudo. La banalità dell’orrore, la sua tragica perdita del senso, sono serviti.




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