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Leone XIV: "San Francesco, un operaio al quale Cristo ha chiesto di riparare la sua Chiesa"

1 giorno fa
Tempo di lettura: 4 min

di Pier Giuseppe Accornero


Giotto. Sogno delle armi. Assisi, basilica superiore @Pubblico dominio in Wikipedia
Giotto. Sogno delle armi. Assisi, basilica superiore @Pubblico dominio in Wikipedia

«Chiediamo con perseveranza il dono della pace e impegniamoci sinceramente a costruire la concordia fra i popoli». È l’esortazione di Leone XIV all’Angelus di ieri, 4 ottobre 2026, festa di San Francesco. Nell’800° del suo «pio transito» lo definisce «un operaio che ha lavorato con gran frutto nella vigna del Signore, al quale Gesù chiese di riparare la sua Chiesa», collegando la sua storia al racconto evangelico proposto dalla liturgia domenicale, la parabola dei vignaioli malvagi, nella quale Gesù racconta di una vigna affidata ai contadini che, invece di consegnarne i frutti al padrone, rifiutano e uccidono i servi e il figlio. 


«Sanare le crepe della discordia» 

Attraverso questo episodio, Gesù denuncia il rifiuto di Dio e annuncia la propria morte, ma anche la vittoria della «pietra scartata», che diventerà pietra d’angolo: «L’Onnipotente guida la storia, soccorrendoci in tutte le nostre cadute e non butta mai via la nostra vita». Spiega: «La vigna da coltivare con giustizia è la Chiesa, che costruiamo o danneggiamo con le nostre scelte». Invece il Poverello «edificò anzitutto la propria vita sul fondamento di Cristo, condividendone povertà, letizia e sofferenze, fino al mistico segno delle stigmate. Uomo di preghiera ardente, pieno di carità verso tutti, fu esempio per i frati che condivisero la sua ascesi come condizione per la riforma della Chiesa, riparata in virtù della fede in Gesù, sanando le crepe della discordia con la testimonianza dell’amore fraterno. Il carisma di Francesco porta frutto ancora oggi, dopo otto secoli: lo testimoniano non solo la grande e vivace famiglia francescana, ma i molti doni che la sua eredità spirituale diffonde nel popolo di Dio». 


Il cardinale Zuppi: «Disarmare le mani e il cuore» 

«Solo se la pace è con tutti è davvero pace»: prende le mosse da uno sguardo sul mondo segnato «da guerre, terribili, follia che rende folli», oggi come secoli fa, il cardinale arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi, presidente dell’episcopato italiano, nell’omelia nella Messa presieduta domenica 4 ottobre nella chiesa superiore di Assisi – quella dipinta da Giotto, per intenderci – concelebrata con mons. Felice Accrocca, vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino-Foligno; con i ministri dell’Ordine dei Frati minori conventuali e con il salesiano card. Ángel Fernandez Artime, legato pontificio per le basiliche papali di Assisi. Ci sono il capo dello Stato italiano Sergio Mattarella e le autorità istituzionali di tutta Italia, nella festa nazionale di San Francesco patrono, assieme a Santa Caterina da Siena, e di diversi Paesi: «È immagine viva di Cristo, pieno di gioia, poeta della vita, cantore della bellezza umana e divina del creato». 


Nessuno è perduto, nemmeno il nemico

Frate Francesco, figura quanto mai attuale, ispira ad andare controcorrente e a coltivare la riconciliazione, come ricordato da Leone XIV nella visita pastorale ad Assisi l’8 agosto scorso, «aiuta a vedere la presenza del Signore – riflette Zuppi – e a fare la sua volontà, secondo cui nessuno è perduto, neppure il nemico». Quindi un accorato e molteplice ringraziamento, sulle orme del «Cantico delle creature» - la prima poesia in italiano - «”Laudato si’” perché frate Francesco continua a donarci pace e a essere operatori di pace, per portarla dove c’è violenza, odio, incomprensione. Si è spogliato di tutto per essere disarmato». Viviamo un tempo «minaccioso» in cui «siamo tentati e sedotti dalla cultura della potenza, volgare e invadente, ingannevole, frutto anche di enfasi mal riposte e di sfacciati e enormi interessi economici, di nazionalismi che rovinano le nazioni, di campagne che creano il nemico invece di cercare quello che unisce. La via è disarmare le mani e il cuore».

«Sgonfia, con cortesia e senza supponenza, l’arroganza dei forti, parla con tutti perché la sua fede non è contro qualcuno ma amore per tutti. Nella sua semplicità – prosegue il presidente della Cei - che non è superficialità o schiavitù dell’apparenza sta l’essenziale, che tutto rende visibile, vero, prezioso, luminoso, anche la malattia e il buio sconfortante e terribile della morte». Per Francesco «l’unica ragione da cercare è la pace e la giustizia e che la guerra non è un destino e la pace inizia da noi. Egli scrive ai reggitori delle nazioni perché scelgano la pace. Non c’è tempo da perdere, perché la sofferenza è enorme, il divisore continua a complicare le soluzioni, imbroglia le menti, fa credere - che imbroglione! - che la pace la troviamo con le armi e non con il dialogo e il diritto»


San Francesco «ci fa riscoprire le radici più profonde e comuni dell’Italia» 

È quanto aggiunge il capo dei vescovi: «Seguiamo il piccolo fratello universale per sentire nostro il mondo e ogni popolo, chiede solo operatori e architetti umili di pace». All’inizio della celebrazione, l’offerta dell’olio da parte dell’Umbria e l’accensione della lampada votiva dei Comuni d’Italia, che arde perennemente presso la tomba. Quest’anno dalla loggia del Sacro Convento – dalla quale si affacciano abitualmente i Pontefici - parla il presidente della Repubblica Sergio Mattarella: «In questi tempi segnati da guerre insensate e crudeli, da tanta violenza, manipolazione, arroganza, l'auspicio è che il sole di Francesco possa illuminare il mondo, convertire le menti indurite dall'odio e indicare la via della pace, della speranza, della serena e fraterna convivenza». Il capo dello Stato osserva ancora che «non è ridotto il suo fascino e il suo carisma, che vive ben oltre i confini dell'Italia, di cui è figlio e figura eminente, profeta di pace, di amore, di rispetto per il creato». Torna alla mente la definizione che ne diede Pio XII il 18 giugno 1939, due mesi prima dello scoppio dell’atroce secondo conflitto mondiale: Francesco «è il più italiano dei santi e il più santo degli italiani».

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