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L’agenda politica della settimana: Draghi alla prova delle riforme

a cura di Claudio Artusi|

Questo governo, si sa, nasce e vive, certo, sotto l’impulso di affrontare l’emergenza, ma ancor di più di modernizzare il paese, impresa riuscita in passato in modo parziale e modesto. Senza la pretesa di completezza, elenco qui di seguito i principali ambiti dell’opera di modernizzazione che ci attendiamo: -lavoro -sanità (al di là del virus) -istruzione -welfare -fisco -ambiente ed energia -lavori pubblici -digitalizzazione e telecomunicazioni Ora, credo che chiunque voglia fare un “punto nave” sull’opera di questo governo debba fare i conti su quanto e come si stia facendo su questi temi. È un metodo di accountability, cioè di responsabilità del rendiconto, molto caro al presidente Draghi che ne ha fatto ampio uso sia al Tesoro, sia alla Banca d’Italia, sia alla BCE. Proviamo allora a leggere, come esempio, un paio di importanti eventi della settimana trascorsa in questa ottica. Lunedì è stata lanciata un’OPA (cosiddetta amichevole) da un fondo americano su Telecom. Il tema riguarda direttamente investitori e dipendenti, ma strategicamente la decisione di considerare o meno la “rete” un bene primario ed inalienabile del paese è un passaggio di importanza storica come la nazionalizzazione dell’Enel o delle Ferrovie. Vedremo come si muoverà il governo, né questa è la sede per entrare in una materia tecnicamente complessa. È lecito però rammaricarsi che su una partita così importante si giochi di rimessa, anziché dettare per tempo la linea strategica del governo, ad esempio scorporando la rete dall’esercizio come accadde nel già citato modello ferroviario. Un altro evento ha attratto la nostra attenzione: la cosiddetta riforma fiscale. Ci siamo trovati tutti a fare i conti su chi viene beneficiato e commentarne la ratio. E anche la Porta di Vetro da mesi apporta significativi contributi alla discussione, in particolare con gli interventi di Anna Paschero e di Rocco Artifoni.1 Mi sia lecito però attendermi che una riforma fiscale abbia una portata ben più incisiva ed organica che una riprofilazione degli scaglioni Irpef o poco più. In primis, è lecito attendersi una grande discontinuità nell’area della evasione e della elusione che abbiamo visto è stata poco scalfita dalla logica del “guardia e ladri” e vede, secondo l’esempio di altri paesi, la chiave di volta nei meccanismi impositivi adottati. Non cado nella tentazione di dare i voti, ma sono certo che chi vorrà farsi un giudizio meno affidato alla emotività farà bene a segmentare e pesare le azioni di governo. La materia è tutt’altro che accademica! La grande apertura di credito che abbiamo avuto dall’Europa e dai mercati, di cui dovremo sempre essere enormemente grati al presidente Draghi, non è per sempre. La tenuta del paese deve basarsi su riforme organiche e stabili. E il primo ad esserne convinto è certamente il Presidente del consiglio. In altre parole, l’esecutivo deve agire di conseguenza. Dopodiché chiedo a me stesso e a tutti: se il “governo dei migliori” staccasse oggi la spina per qualsivoglia motivo, che cosa ci resterebbe del percorso di riforme? Provate, proviamo a fare questo esercizio. Sia chiaro: non si tratta di un’apertura di credito illimitata nei confronti di palazzo Chigi. Anzi, è esattamente il contrario, perché impone – proprio per le ragioni per cui il governo è nato – un supplemento di responsabilità a chi oggi ha in mano le redini del Paese. Per completare il suo lavoro il governo, questo governo, ha bisogno di arrivare a fine legislatura (2023), se ne rammentino i grandi elettori quando dovranno eleggere da qui a poco il Presidente della Repubblica. _______

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