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Il Pci se ne va… con la svolta della Bolognina

di Stefano Marengo|


Un secolo fa si registrava a Livorno la grande e storica lacerazione all’interno del movimento socialista italiano. In coda al XVII Congresso del Partito socialista nasceva il Pcd’I, il partito comunista d’Italia. Cento anni dopo, ripercorriamo le vicende di un partito che ha attraversato da protagonista il Novecento. Quinta e ultima puntata: dall’avvento di Gorbaciov in Unione Sovietica alla caduta del Muro di Berlino e alla trasformazione del Pci in Pds.

La “svolta della Bolognina” e la fine del PCI furono le conseguenze dalle profonde trasformazioni che avevano investito l’Italia e il mondo negli anni Ottanta. A Occidente si era consumata la crisi definitiva del paradigma economico fordista e si registravano i primi segnali di una ristrutturazione complessiva dell’economia globale che, nei decenni successivi, avrebbe visto gli interessi della finanza imporsi sempre più su quelli della produzione industriale. Sul fronte politico, in parte causa e in parte conseguenza di tale trasformazione, si affermarono le nuove destre neoliberiste e dilagò la “rivoluzione conservatrice” del primo ministro inglese Margaret Thatcher e del presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan. Per i progressisti su entrambe le sponde dell’Atlantico tutto ciò comportò non solo la necessità di attestarsi su posizioni di difesa delle conquiste ottenute nel Secondo dopoguerra, ma anche l’urgenza di ridefinire la propria collocazione all’interno della società e i fondamenti della propria azione politica. Con la fine del fordismo, infatti, a mutare alla radice era lo stesso mondo del lavoro, che vedeva adesso una relativa perdita di centralità della classe operaia, tradizionale base di consenso della sinistra. Ad Est i cambiamenti furono altrettanto profondi. La lunga era del segretario del Pcus Leonid Breznev si era conclusa nel segno della stagnazione e con l’inizio della guerra che Mosca aveva portato in Afghanistan; un conflitto che, alla lunga, si sarebbe rivelato fatale per la tenuta economica dell’Unione Sovietica. All’interno dell’URSS e nei suoi paesi satelliti dell’Europa dell’est era in continua crescita il malcontento per le condizioni materiali di vita, a cui si univano pressioni per una trasformazione in senso democratico dei regimi politici. Fu in questo clima che l’allora cinquantaquattrenne Michail Gorbaciov, eletto nel marzo del 1985 Segretario Generale del Partito comunista sovietico, lanciò le parole d’ordine della glasnost’ (trasparenza, apertura) e della perestrojka (ristrutturazione, ricostruzione). Ciò che egli aveva in mente era un complesso percorso di transizione democratica del mondo sovietico, una riforma di sistema che avrebbe dovuto condurre al riconoscimento e alla salvaguardia dei diritti politici e civili, senza tuttavia rinunciare alla realizzazione del socialismo. Il PCI, per molti aspetti, venne a trovarsi alla confluenza di queste correnti di cambiamento. Se, da una parte, i comunisti italiani, come il resto delle sinistre occidentali, subivano i contraccolpi della crisi del fordismo, dall’altra non potevano certo essere indifferenti a tutte le novità che si annunciavano a Oriente. Beninteso, per il PCI – in quella fase guidato da Alessandro Natta, successore di Enrico Berlinguer – il problema non era la “transizione democratica”: la piena adesione del partito alla democrazia risaliva almeno alla Seconda guerra mondiale e in termini squisitamente democratici veniva declinato il programma di una “via italiana al socialismo”. Il tema, semmai, era quello di ridiscutere forme, contenuti e strategie di un’organizzazione politica pensata per un’epoca, la Guerra fredda, che era ormai al tramonto. Il PCI andava trasformato per corrispondere alle esigenze di un mondo e un secolo nuovi. La prospettiva, come scrisse Massimo D’Alema su l’Unità, non era quella “della rinuncia o dell’abiura” di una storia politica lunga e complessa, ma della costruzione del futuro. La questione della riforma del partito, del cambio del nome e del simbolo divenne oggetto di un dibattito ricorrente almeno a partire dall’elezione di Gorbaciov a segretario del PCUS. Tuttavia, se all’interno del PCI l’ampia maggioranza dei militanti avvertiva la necessità di una svolta, a divergere erano le opinioni su quanto radicale essa dovesse essere. Molti, e non solo tra coloro che si riconoscevano nella sinistra interna, ritenevano ad esempio che il cambiamento non dovesse essere attuato a scapito della continuità col passato e che andasse comunque conservata la qualifica di “comunista” nel nome del partito. La vicenda assunse contorni più nitidi a partire dal 1988, con l’elezione alla segreteria di Achille Occhetto, repentinamente subentrato a Natta, colpito da un leggero infarto. Per il nuovo segretario il cambiamento andava posto nei termini di un’apertura del partito a nuove forze sociali e nella prospettiva della costruzione dell’unità della sinistra e dell’adesione all’Internazionale socialista. La “svolta della Bolognina”, che certo non fu un evento programmato, non fu quindi nemmeno inatteso. Avvenuta il 12 novembre del 1989, pochi giorni dopo la caduta del muro di Berlino, essa segnò un punto di non ritorno. Da lì a breve due congressi straordinari, il XIX e il XX, sarebbero stati convocati per portare a compimento il percorso di trasformazione del PCI. Una trasformazione che, nei suoi momenti decisivi, fu dolorosa e lacerante. Per i dirigenti e centinaia di migliaia di tesserati la militanza di partito non era mai stata qualcosa di occasionale o accessorio, ma un vero e proprio modo di vivere. Per loro il cambiamento andava a incidere la carne viva dell’esistenza, mettendo in discussione percorsi biografici e affetti, oltre che convincimenti politici e intellettuali. Per queste ragioni, una nutrita minoranza di iscritti non seguì Occhetto nella svolta e si unì al “Fronte del No” di Ingrao e Cossutta (quest’ultimo darà poi vita al Movimento per la Rifondazione Comunista, primo nucleo del partito omonimo). La netta maggioranza della base, tuttavia, si schierò con il segretario per il nuovo corso. Al termine del Congresso di Rimini, il 3 febbraio del 1991, il Partito comunista italiano smetteva ufficialmente di esistere. Al suo posto nasceva il Partito democratico della sinistra. (5/ Fine)

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