Il Pci contro il terrorismo secondo Padellaro, tra memoria e dimenticanze
- Vice
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Aggiornamento: 23 ore fa
di Vice

Nell'intervista pubblicata oggi, 24 luglio, su de La Stampa, Antonio Padellaro, direttore de l'Unità dal 2005 al 2008, al fondo di un ragionamento centrato sul rapporto tra il cosiddetto campo largo e l'estremismo violento ricomparso a Bologna, dopo avere dato il meglio di sé in altre città d'Italia, riporta in primo piano le scelte del Pci contro il terrorismo rosso e i suoi apostoli negli anni Settanta e Ottanta del Novecento.
Lo fa in pochissime righe, e questo può spiegare il frugale giudizio sul partito, all'epoca diretto da Enrico Berlinguer, su cui prevale l'accenno di debolezza iniziale verso il partito armato. A sintetizzare la debolezza è una frase inequivocabile: "Dopo l'omicidio di Guido Rossa [il delegato di fabbrica della Italsider di Genova, iscritto alla Cgil e al Pci, ucciso della colonna genovese del Br diretta da Riccardo Dura, il 24 gennaio del 1979 ndr] finalmente (il corsivo è di chi scrive) il Pci disse: "questi sono nostri nemici". Ora, per quanto paradossale possa apparire, l'aspetto più controverso dell'affermazione di Padellaro è racchiusa in un avverbio: in quel "finalmente" che schiuderebbe nella ricostruzione storica il cambio di marcia del Pci verso "i compagni che sbagliano". Cioè gli stessi, cui si rifà sempre Padellaro nella precedente affermazione, che si ritrovano nel famoso Album di famiglia denunciato all'epoca da Rossana Rossanda e strumentalmente agitato da mezzo secolo per sostenere che il terrorismo rosso contiene tracce notevoli del Dna del Pci. Almeno in alcuni (pochi, non una migrazione di massa) esponenti passati dalla militanza nel Pci o nella Fgci al partito armato delle Brigate rosse.
Una "sequenza" di informazioni genetiche che Rossana Rossanda propose in anni drammatici, non dimentichiamolo, con la lucida onestà intellettuale che l'ha sempre contraddistinta, ma che affrontava biografie personali (militanti di base) non calate nella storia complessiva del Partito nuovo plasmato da Togliatti. Una storia che dall'immediato dopoguerra lo vide "prigioniero" di un serrato confronto interno sul doppio binario politico (presa del potere con la forza in attesa dell'ora X e socialismo per via democratica) risolto dall'attentato a Togliatti il 14 luglio del 1948, e successivamente, a metà degli anni Cinquanta, dallo scontro tra lo stesso Segretario generale del Pci e il numero 2 del partito Pietro Secchia (scandalo Seniga), fino al Memoriale di Yalta che il Migliore scrisse pochi giorni prima di morire in Unione Sovietica, nell'agosto del 1964, e quattro anni più tardi, alla presa di distanza ufficiale del Pci, segretario generale Luigi Longo, sull'invasione a Praga da parte dei carri armati del Patto di Varsavia.
Ma, per ritornare agli anni Settanta, è la cronaca che favorisce una ricostruzione più che obiettiva dei comportamenti del Pci e dell'argine posto al terrorismo rosso. Ed è una cronaca che descrive un partito tutt'altro che attesista, se non altro per gli eventi che lo coinvolgono, e lo spiazzano, come nel caso dell'assalto a Luciano Lama, segretario generale della Cgil, all'università di Roma, o lo costringono reazioni ferme, come nel caso del sequestro Moro. Un Pci che non esita a contrastare l'estremismo di sinistra con Ugo Pecchioli, il "ministro ombra dell'interno" del Pci, e nella sua interezza, con Enrico Berlinguer, nel comizio finale del Festival dell'Unità del 1977. Un discorso, quello di Berlinguer netto, privo di sfumature e che lascia spazio ad ambiguità, le cui istanze furono riprese a livello locale. Primo tra tutti a coglierle fu Antonio Monticelli, dirigente della segreteria del Pci piemontese che in una riunione del comitato regionale, il 21 novembre 1977, nella sede del Pci in via Chiesa della Salute 47, mise una pietra tombale su esitazioni e alibi rispetto alle violenze del terrorismo rosso. In una relazione di quindici pagine dattiloscritte, Monticelli non esitò a definire i protagonisti di quella stagione di "gambizzazioni" e omicidi fascisti e nemici della classe operaia, senza se e senza ma; allo stesso tempo, però, invitò il Pci a sfuggire dalle semplificazioni e a considerare le azioni delittuose come un tentativo sistematico di demolizione della democrazia, quanto pericolosamente subdole nell'usare l'ideologia di sinistra. E a chi lo intervistò anni dopo, fu proprio Monticelli, con l'abituale modestia che era il suo abito mentale, a ricordare il ruolo fondamentale di Berlinguer nel tracciare un solco netto contro l'eversione.
In Piemonte, l'azione di contrasto del Pci fu ancora più nitida e visibile sul finire del 1978, quando il presidente del Consiglio regionale del Piemonte, Dino Sanlorenzo, ispiratore nel 1976 del Comitato Resistenza e Costituzione, sostenne, tra non poche polemiche e contrasti, il questionario (300 mila copie) sul terrorismo proposto da una circoscrizione di Torino che ottenne le "attenzioni" del gruppo terroristico Prima linea. Attenzioni che propiziarono un tentativo di attentato al consigliere Michele Zaffino, iscritto al Pci e dirigente del Cna di Torino, da cui derivò la drammatica sparatoria al Bar dell'Angelo, in cui morirono due terrorismi, Barbara Azzaroni e Matteo Caggegi, il 28 febbraio del 1979.
Una itinerario diverso da quello che Antonio Padellaro ha argomentato forse con dovizia di particolare, ma affogato in una manciata di righe.











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