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Il colonialismo italiano a bordo di un "Fiat 633NM"

Aggiornamento: 23 ott 2022

di Vice


Guarda i video e foto. La mostra "Scenografie coloniali. Fiat633NM di Eleonora Roaro" a cura di Enrico Manera, Roberto Mastroianni, Chiara Miranda, è al suo giro di boa: chiuderà i battenti il prossimo 20 novembre, dall'inaugurazione del 30 settembre scorso. Allestita all'interno di palazzo Celso, sede del Museo Diffuso della Resistenza di Torino", la mostra è inserita nel progetto integrato "il colonialismo e noi".


Il percorso didattico e storico proposto, che segue e accompagna l'audio-video "Fiat 633NM"di Eleonora Roaro, realizzato sulla base di 360 fotografie del 1937-38 dell'archivio famigliare dell'artista, approda a una visione critica e non apologetica del periodo delle guerre d'aggressione coloniali in cui si imbarcarono siano i governi liberali a cavallo di fine Ottocento con la conquista di Eritrea e Somalia, sia il Regime fascista con l'annessione dell'Etiopia, che diedero forma amministrativa all'Africa orientale italiana (AIO). Un'occasione, in altre parole, per aprire la finestra su un passato in cui la tentazione del revisionismo grossier, accompagnata dalla "colonna sonora" di "italiani brava gente", è sempre in agguato e pronta a rimontare un film diverso da quello purtroppo proiettato sulla pelle di popolazioni africane costrette a subirne la visione.

Camicie nere della Rivoluzione, uomini e donne di tutta Italia, Italiani e amici dell’Italia, al di là dei monti e al di là dei mari: ascoltate. Il Maresciallo Badoglio telegrafa: oggi 5 maggio, alle ore 16, alla testa delle truppe vittoriose, sono entrato in Addis Abebà. Durante i trenta secoli della sua storia l’Italia ha vissuto molte ore memorabili, ma questa di oggi è certamente una delle più solenni. Annuncio al popolo italiano e al mondo che la guerra è finita. Annuncio al popolo italiano e al mondo che la pace è ristabilita. Non è senza emozione e senza fierezza che, dopo sette mesi di aspre ostilità, pronuncio questa grande parola, ma è strettamente necessario che io aggiunga che si tratta della nostra pace, della pace romana che si esprime in questa semplice, irrevocabile, definitiva proposizione: l’Etiopia è italiana. Italiana di fatto, perché occupata dalle nostre armate vittoriose, italiana di diritto, perché col gladio di Roma è la civiltà che trionfa sulla barbarie, la giustizia che trionfa sull’arbitrio crudele, la redenzione dei miseri che trionfa sulla schiavitù millenaria. Con le popolazioni dell’Etiopia, la pace è già un fatto compiuto. Le molteplici razze dell’ex impero del Leone di Giuda hanno dimostrato per chiarissimi segni di voler vivere e lavorare tranquillamente all’ombra del Tricolore d’Italia.Il capo e i ras battuti e fuggiaschi non contano più e nessuna forza al mondo potrà mai farli contare”.


Era il 5 maggio del 1936 quando dal balcone di palazzo Venezia a Roma, Benito Mussolini annunciò la vittoria sull’Etiopia, preludio alla proclamazione dell’Impero che sarebbe avvenuta quattro giorni dopo, con un discorso in cui il Duce declamava la volontà dell’Italia a vivere in pace. Un impegno che lo stesso Mussolini, alla stessa data avrebbe sconfessato al termine della parata militare per il Terzo anno della Fondazione dell’Impero.

Ma la stessa gestione dell’Etiopia, messo fuori gioco l’Imperatore Hailè Selassiè, si sarebbe rivelata una sorta di suicidio politico per l’Italia fascista, che si ritrovava a imporre le sue leggi in un Paese feudale, diviso in tribù, ognuna delle quali rispondeva a un ras e a piccoli signorotti locali.

Di conseguenza, anche l’avventura coloniale in Etiopia, come le precedenti del Diciannovesimo secolo e la riconquista della Libia a cavallo degli anni Venti e Trenta, fu fallimentare per dispendio di ricchezze e materiali, elevate spese per l’amministrazione civile e oneri anche di vite umane per il controllo militare del territorio, mai del tutto conquistato, e delle popolazioni mai del tutto domate. La conquista dell’Etiopia fece cadere sull’Italia il marchio dell’infamia per l’impiego nel corso della guerra di aggressivi chimici utilizzati sia dall’aviazione, sia dall’artiglieria, in cui si distinse il Maresciallo Pietro Badoglio che scaricò bombe all’iprite per tre mesi sulle truppe del Negus e sui civili.

La conquista dell’Etiopia si trasformò in una gigantesca macchina propagandistica del regime con la quale saziare le diverse ambizioni che coesistevano, da quelle di Mussolini e dei suoi gerarchi, a quelle della Corona e dei suoi generali, in primis Badoglio e Graziani, ma si rivelò anche una imponente idrovora che assorbì risorse importanti per un Paese privo di materie prime e di un’industria pesante all’altezza di imperi consolidati quali quelli britannico e francese, e di Paesi come l’Unione Sovietica e gli Stati uniti contro cui avremmo rivolto l’aggressione militare. Peraltro i costi di quella anacronistica avventura non furono mai contabilizzati in maniera veritiera del Regime, ai quali si aggiunsero – dissanguando ulteriormente l’Erario - le ingenti spese per l’intervento dei volontari in Spagna a sostegno del colpo di stato militare promosso dai generali Emilio Mola e Francisco Franco contro il legittimo governo repubblicano.

A consuntivo, l’Africa orientale italiana (AOI) fu nient'altro che un bluff, un palcoscenico su cui il fascismo esercitò la sua coreografia romantica ed esotica, scrivendo e giocandosi ruoli e battute principali in cui la realtà era puntualmente posposta alla fantasia pur di favorire all'estero l’immagine di potenza mondiale e all'interno la suggestiva prospettiva di miglioramento delle proprie condizioni di vita a migliaia di diseredati, soprattutto contadini e mezzadri poveri del Mezzogiorno d’Italia. Allo scoppio della guerra, l'AOI fu rapidamente lasciata al suo destino, preda delle truppe britanniche che travolsero le divisioni italiane e riportarono sul trono ad Addis Abeba l’imperatore Hailè Selassiè. E la scelta della data non fu casuale, ma simbolica: era il 5 maggio del 1941, cinque anni dall’ingresso nella capitale etiope delle truppe di Pietro Badoglio.


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