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Dopo Fazio, "Che tempo che fa" per la democrazia?

di Menandro


Al netto delle prevedibili esternazioni gioiose di un ministro che arrotonda il suo stipendio con il secondo lavoro di impareggiabile citofonista, l'uscita di scena (annunciata) dalla Rai di Fabio Fazio potrebbe essere salutata come una grande opportunità di rinnovamento e cambiamento positive tanto per il dimissionario quanto, se lo vorrà (le vie del Signore sono infinite) anche per viale Mazzini. I congedi nel mondo dello spettacolo non sono uno scandalo, anzi, spesso le novità sono il sale della vita e come tali si devono vivere dal grande pubblico. E' accaduto a personaggi di pari se non superiore caratura di Fazio rigenerarsi con altre soluzioni professionali per poi, magari, ritornare in seno a Mamma Rai.

Del resto, vent'anni di "Che tempo che fa" rappresentano la metà della durata del rapporto professionale che ha legato il conduttore alla televisione pubblica. Una vita nella vita, di cui l'appuntamento domenicale è stato la seconda metà, quella in cui Fabio Fazio è riuscito a sommare e a sviluppare le sue precedenti esperienze, ad "arricchire" con una nuova veste e a piazzare sotto una nuova luce la bravura e il talento, già noti, di numerosi artisti e altre figure dell'universo mediatico e non, e di altre ancora a promuoverne nella recente pandemia il volto e le conoscenze scientifiche che hanno avuto il pregio di offrire chiavi di lettura su un tema controverso e, perché no?, anche rassicurando gli italiani; a raccontare con il suo stile, profilato con più sfumature dagli autori della trasmissione, la realtà, la politica, il costume in continuo cambiamento del nostro Paese.

Un cambiamento accelerato. Gli ultimi vent'anni sono stati, infatti, un arco di tempo in cui è avvenuta anche l'uscita di scena, purtroppo definitiva, di un'intera generazione e in più campi della vita sociale, che ha avuto il merito di segnare la storia italiana. Un elemento non trascurabile nel campo dell'informazione e dello spettacolo, se scorriamo gli addii di grandi e storiche firme della carta stampata e della radiotelevisione, alcune ospitate nel salottino di Fazio (ne citiamo alcune senza togliere nulla agli altri: Enzo Biagi morto nel 2007, Mike Bongiorno nel 2009, Giorgio Bocca nel 2011, Giampaolo Pansa nel 2020, Eugenio Scalfari nel 2022, Maurizio Costanzo nel febbraio scorso), e di personaggi nazionali e internazionali del teatro e del cinema, della letteratura, della politica. Una generazione cui Fazio ha guardato, interagito, attinto e su cui ha costruito il meritato successo del suo talk show, da cui sono nati anche i cosiddetti spin-off del sabato o del lunedì.

Ora, vent'anni dopo l'inizio, all'opposto dell'appendice del famoso romanzo di Alexandre Dumas, il viaggio di Fabio Fazio con la Rai s'interrompe. E i rivolgimenti politici, con l'avvento del destra-centro sotto il segno del comando di Giorgia Meloni e l'ostilità pubblica, mai dissimulata, anzi, amplificata da commenti salaci (sgradevoli, personalissimo giudizio) di alcuni esponenti di partiti al governo, non saranno estranei alle sue decisioni, se ieri sera, domenica 14 maggio, ha dichiarato di non sentirsi adatto "per tutte le stagioni". Affermazione però che ha un senso legittimo anche per l'usura (creativa) cui si è sottoposti nel condurre e "ritoccare" di anno in anno una trasmissione per un così lungo tempo, meno se rivista all'interno dei vent'anni in cui Fazio ha lavorato nel servizio pubblico con governi a geometria variabilissima e con diversi presidenti del Consiglio, uno in particolare sensibile alla proscrizione di persone sgradite, rimandando al mittente critiche gratuite e, in alcuni casi, volgarmente preconcette, sempre con garbo e intelligenza, mai sopra le righe, modi oramai fuori moda.

Allora, è più probabile che Fabio Fazio abbia intercettato con intuito professionale che non essere uomo "per tutte le stagioni" (frase che nel mondo di oggi vuol dire tutto e niente) sia più un fattore relativo e modesto rispetto a quello più preoccupante di una Rai che ha in mente di essere sempre una "sola stagione". Una stagione incardinata sul pensiero unico e dominante e, dunque, indisponibile alle sperimentazioni che lo spettacolo impone e di cui lo stesso Fazio probabilmente avverte l'esigenza. Non è dunque la stagione in sé a impensierire, ma gli spazi alla creatività e, di riflesso, alla libertà, che questa stessa stagione intende concedere. Non solo a Fazio, naturalmente, ma a tutti gli italiani.






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