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Dalla Russia con il virus...? Quei silenzi pericolosi e letali

1 giorno fa
Tempo di lettura: 3 min

vignetta e testo di Alberto Scafella


Prima il virus, poi il silenzio. E alla fine il conto lo pagano sempre gli altri. C'è una cosa che dovremmo aver imparato dal Covid e che invece sembriamo aver dimenticato con una velocità impressionante: quando compare un pericolo, la prima responsabilità di chi lo conosce è informare gli altri. Non rassicurare. Non minimizzare. Non prendere tempo. Informare. Perché il virus non aspetta che una diplomazia trovi le parole giuste. E soprattutto non aspetta che i governi decidano quanto della verità sia conveniente raccontare.

La storia di questi giorni (peste polmonare?), dalla Russia, dovrebbe dunque preoccuparci non perché possiamo già dire che sia scoppiata una nuova pandemia, non possiamo, ma perché ripropone la domanda fondamentale che il Covid ci ha lasciato addosso: che cosa succede quando le informazioni arrivano dopo che il pericolo è già partito? Tra l'altro, Chernobyl docet.

A Irkutsk una ricercatrice di un istituto anti-peste è morta dopo una grave polmonite dalla causa non ancora chiarita. Circa duecento persone sono state sottoposte a osservazione. Mosca assicura che non c'è alcuna epidemia e che i test non hanno individuato agenti patogeni pericolosi. L'OMS ha chiesto ulteriori informazioni. Prendiamo per buone, fino a prova contraria, le rassicurazioni russe. Ma chiediamo le prove.

Perché la trasparenza non è un atto di cortesia internazionale. È una misura di sicurezza. Se un governo sa e tace, e quel silenzio contribuisce a trasformare un problema locale in un problema internazionale, non può poi pretendere che il resto del mondo si limiti a prendere atto della disgrazia. Prima vengono le domande. Poi le verifiche. Poi, se emergono responsabilità, le conseguenze. E le conseguenze non possono essere soltanto una dichiarazione diplomatica di «profonda preoccupazione».

Perché il mondo ha pagato un prezzo enorme per il Covid: vite umane, ospedali al collasso, imprese chiuse, lavoro perduto, scuola interrotta, debito pubblico, isolamento, sofferenze che ancora oggi non sono state completamente contabilizzate. Non è ragionevole che, davanti a un danno di queste dimensioni, la parola «responsabilità» scompaia dal vocabolario internazionale appena diventa scomoda. Se esistono responsabilità accertate, devono essere accertate fino in fondo. Se esistono danni risarcibili, devono essere richiesti.

La sovranità nazionale non può diventare una zona franca per le responsabilità sanitarie internazionali. Altrimenti abbiamo costruito un sistema perfetto: chi provoca il danno, qualora ciò venga dimostrato, conserva il diritto di negarlo, mentre chi lo subisce conserva il dovere di pagare. È un meccanismo piuttosto elegante. Peccato che il conto arrivi sempre a qualcun altro. E qui torna il problema della memoria selettiva.

Durante il Covid abbiamo assistito anche a una curiosa inversione dei ruoli: mentre cercavamo disperatamente di capire che cosa fosse successo in Cina, arrivavano gli «aiuti cinesi», celebrati da una parte della classe politica e dell'opinione pubblica italiana. Il Paese dal quale proveniva l'emergenza diventava, nella rappresentazione di alcuni, anche parte della soluzione. Attenzione: questo non dimostra che la Cina abbia creato deliberatamente il Covid. Non lo sappiamo e non è corretto trasformare un'ipotesi in una sentenza. Ma sappiamo che sull'origine della pandemia restano questioni aperte e che l'OMS ha lamentato la mancanza di informazioni sufficienti.

Allora una domanda diventa inevitabile: perché la richiesta di trasparenza deve cambiare a seconda del governo che abbiamo davanti? Se lo fa Mosca, è sospetto. Se lo fa Pechino, bisogna comprendere il contesto. Se lo fa un altro Paese, si apre una commissione d'inchiesta. Questa non è una regola. È un metro elastico, ma con i virus i metri elastici sono pericolosi. Il virus ha una sola ideologia: replicarsi. E davanti a lui l'unica politica seria è pretendere informazioni complete, verificabili e tempestive da chiunque le possieda. Prima la verità. Poi la diplomazia.

Perché una cosa è essere prudenti davanti a un'accusa non provata. Un'altra è diventare prudenti proprio quando cominciano a emergere le prove. La prima si chiama garantismo. La seconda rischia di diventare complicità con il silenzio. Ora non sappiamo se in Russia ci sia una nuova pandemia, non ci sono prove sufficienti per dirlo. Ma sappiamo che, se mai ci fosse, il tempo sarebbe la prima cosa da non perdere. E se qualcuno avesse informazioni decisive e scegliesse deliberatamente di nasconderle, il mondo non dovrebbe limitarsi a chiedere spiegazioni. Dovrebbe chiedere conto. Anche economicamente, quando ne esistano i presupposti giuridici.

Perché non basta piangere i morti, contare i miliardi, dire «non potevamo sapere». Bisogna anche stabilire chi sapeva, quando lo sapeva e che cosa fece con ciò che sapeva. È da lì che comincia la responsabilità.

Ed è da lì che dovrebbe cominciare anche il conto. Perché la prossima pandemia, se mai arriverà, non avrà bisogno dei nostri partiti, delle nostre ideologie o delle nostre diplomazie. Avrà bisogno soltanto di qualche ora di silenzio. E forse è proprio questa la lezione che non abbiamo ancora imparato.

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