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Voglia di un futuro di Pace: Torino non diventi la città delle armi!

17 set
Tempo di lettura: 7 min

Aggiornamento: 17 set

di Gian Paolo Masone


Lo Stato Italiano è stato denunciato, insieme con la società Leonardo S.p.A. (di cui il Ministero per l'Economia e delle Finanze - MEF - controlla un terzo del capitale azionario), per complicità nel genocidio a Gaza attraverso la vendita di armi a Israele.

Promotrice dell'azione legale, avanzata nel marzo scorso, è l'Associazione Un Ponte Per che ha avuto l'appoggio in prima fila di altre espressioni della società civile, e di Arci, Acli e Pax Christi. La denuncia prende spunto dai contratti sottoscritti anche prima del 7 ottobre 2023, e si chiede "di valutare la possibilità di sospenderli, applicando quella parte della legge 185 del 1990 che non parla solo di revoca, ma anche di sospensione dei contratti in essere. Il contenzioso affronta di petto una questione, anzi la "questione" su cui il governo italiano glissa: "Può la libertà di commercio valere più della legge, più della Costituzione e degli accertamenti dell’Onu sulle violazioni dei diritti umani da parte di Israele?".

Un interrogativo che, quando si parla di "accordi commerciali" dall'altra parte dell'Oceano Atlantico, non sfiora l'amministrazione Trump che avrebbe deciso di inviare in Israele 40mila bombe ad alto potenziale, dietro un assegno di 2,8 miliardi di dollari (2,42 miliardi di euro).

Nel pacchetto genocidiario sarebbero incluse bombe d'aereo Mk84 e BLU-117 da 2.000 libbre (900 kg), le stesse bombe su cui erano circolate a suo tempo ampie riserve del presidente Joe Biden, preoccupato (sic!) per le ripercussioni sulla popolazione palestinese, come se le altre bombe scagliate su Gaza non sono altrettanto micidiali.

Infatti, le riserve in tutta la loro dimensione grottesca risultano tuttavia valide all'indomani del crollo di una palazzina a Gaza City che ospitava famiglie sfollate. Si tratta di un edificio lesionato da tempo, sotto cui hanno trovato la morte otto bambini e almeno un centinaio di persone (una cinquantina bambini) risulta disperso (le cifre variano di minuto in minuto). L'ennesimo danno collaterale che mostra al mondo come il potente apparato militare di Israele sappia offrire il meglio di sé anche senza le bombe d'aereo Mk84 e BLU-117.

E non solo. Come denuncia oggi Save the Children i soccorritori sono costretti a scavare tra le macerie, in alcuni casi a mani nude, per le restrizioni imposte da Israele all'ingresso di macchinari essenziali e attrezzature per il soccorso.

Secondo la Protezione Civile palestinese a Gaza, sono circa 2.000 edifici gli danneggiati, attualmente utilizzati come rifugio da un gran numero di persone, che rischiano di crollare.

Da queste notizie si riparte con l'articolo di Gian Paolo Masone che riporta di estrema attualità l'appello dell'Arcivescovo di Torino sulla produzione di armi a Torino e sull'assurdità del vento guerrafondaio che sta lesionando nel senso letterale del termine le menti di chi promette che per vivere in sicurezza si debba trasformare in un inferno la Terra.

La Porta di Vetro


Al primo comma dell’articolo 52 della nostra Costituzione troviamo scritto che «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino».

L'uso dell'aggettivo «sacro» — un unicum nel lessico sobrio, laico e rigoroso della Carta fondamentale — fu il frutto di un fecondo compromesso tra le anime della Costituente. Da un lato, la cultura azionista e socialista intendeva legare la difesa alla salvaguardia delle libertà democratiche nate dalla Resistenza; dall'altro, il personalismo cristiano di Giuseppe Dossetti e Giorgio La Pira, che voleva ancorare la fedeltà dei cittadini a un valore etico superiore, restituendo il concetto di "Patria" alla comunità viva delle persone.

La lettura coordinata di questo principio con il precedente articolo 11 («L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali...») delimita in modo stringente l'uso della forza, circoscrivendolo esclusivamente alla difesa del territorio nazionale, della popolazione e dell'assetto democratico. Inoltre, la giurisprudenza della Corte Costituzionale — a partire dalla storica sentenza n. 164 del 1985 — ha chiarito che il dovere di difesa della Patria si estende con pari dignità costituzionale alla cooperazione civile, alla solidarietà sociale e alla tutela democratica delle istituzioni.

Nel mondo cattolico sul tema delle armi, già a partire dagli anni immediatamente successivi al dopoguerra, si è avviato un lungo percorso sviluppatosi dalle testimonianze profetiche di don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani, corroborato dall'insegnamento della Pacem in Terris di Giovanni XXIII e della Costituzione conciliare Gaudium et Spes e oggi coronato dalle parole di Papa Leone sulla pace disarmata e disarmante, che hanno scardinato la legittimazione morale della guerra.

Anche a valle delle considerazioni appena svolte — è comunque difficile non concludere che, su un piano di realismo istituzionale e di etica della responsabilità, esista il dovere di dotare la Repubblica degli strumenti tecnici e industriali necessari alla propria effettiva difesa.

Ciò nonostante, l’appello lanciato il 1° maggio dall'Arcivescovo di Torino, Cardinale Roberto Repole — «...vogliamo diventare la città delle armi?» — sta sfuggendo alla regola dell’oblio e continua a interrogare le coscienze.

Partendo dall’ovvio presupposto che il nostro Pastore conosca bene il quadro costituzionale e pastorale sopra richiamato, desidero provare a declinare la sua esortazione nel pieno rispetto del dettato repubblicano, che il Presule certamente non ha inteso violare.


Il rischio della monocultura e il valore pastorale dell'appello

La prima evidenza è che il Cardinale Repole non ha invocato la chiusura ideologica delle fabbriche della difesa, ma ha invitato la città a non orientarsi in modo esclusivo o prevalente verso la produzione bellica. Questa indicazione possiede un valore pastorale, etico e, al contempo, di lucida politica industriale. Torino ha già sperimentato sulla propria pelle, con l’automobile, i costi sociali ed economici di una monocultura manifatturiera: sarebbe un grave errore di miopia strategica sostituire la passata dipendenza da un unico settore civile con una nuova subordinazione ai cicli congiunturali e alle logiche opache delle commesse militari globali.

Sarebbe comunque gravemente riduttivo declassare il monito del 1° maggio a un mero consiglio economico; la preoccupazione di fondo è che la comunità cittadina venga avvolta e si impregni di una cultura che accetti supinamente di prosperare sulla produzione di ordigni destinati a procurare la morte e la distruzione.


Mitigare il rischio di una città militarizzata

Come mitigare questo rischio senza abdicare alle esigenze della difesa? La produzione per la difesa si avvale notoriamente delle tecnologie più avanzate, della metallurgia più raffinata e di un'ingegneria di frontiera. Con il tempo, queste competenze possono propagarsi nel territorio creando le condizioni per un avanzamento generale dell'ecosistema produttivo. Nella Città della Spezia, ad esempio, dalla capacità di lavorare la vetroresina per scopi navali militari è nato il principale polo italiano della nautica da diporto, così come la diffusa padronanza nel trattare titanio e fibra di carbonio ha aperto la strada a sofisticate applicazioni civili.

Tuttavia, in Liguria questi sviluppi sono avvenuti in un arco temporale molto lungo e in modo casuale, spesso a seguito di crisi o ridimensionamenti delle commesse militari che hanno liberato manodopera specializzata. Per Torino, la sfida consiste nel rovesciare questo schema: pianificare da subito, in modo intenzionale e contrattualizzato, un trasferimento strutturato di competenze dall’industria militare a quella civile, facendo perno sul partenariato pubblico-privato e sul raccordo con il Politecnico e l'Università.

Questo modello deve estendersi con decisione a due asset strategici primari, identificabili nella potenza di calcolo e nel software. Da una parte, la straordinaria capacità computazionale e i modelli di intelligenza artificiale presenti nelle aziende della difesa devono essere resi disponibili al territorio per la ricerca biomedica, la diagnostica avanzata, la modellizzazione climatica e la gestione intelligente dei flussi urbani ed energetici. Dall'altra, per quanto concerne il software, la crittografia e la sensoristica, l'intero patrimonio di algoritmi e sistemi di visione o monitoraggio che non sia coperto da vincoli di segreto militare deve essere condiviso con il tessuto delle PMI per la messa in sicurezza delle infrastrutture civili (viadotti, reti idriche, dissesto idrogeologico) e per la protezione civile.


La selezione qualitativa dei tipi di armi

Un altro aspetto da considerare è che non tutte le tecnologie della difesa hanno il medesimo valore aggiunto né la stessa spendibilità etica e industriale. È indispensabile che le scelte strategiche del territorio accordino una priorità netta alle tecnologie di sorveglianza avanzata, all'osservazione spaziale e alla sicurezza cibernetica, a scapito della produzione di munizionamento di massa o di armamenti intrinsecamente insidiosi e indiscriminati, come le mine antiuomo di cui il nostro territorio ha già fatto esperienza.

Torino potrà così rivendicare con orgoglio il proprio ruolo nell'aerospazio, nel monitoraggio preventivo, nella cybersicurezza e nella componentistica intelligente, respingendo la vocazione a mera officina di ordigni esplosivi e munizioni pesanti.


La governance strategica e il ruolo dei Consigli di Amministrazione (CdA)

Affinché queste direttrici non restino mere petizioni di principio, la vigilanza morale e civica dovrà tradursi in meccanismi concreti di governo societario all'interno dei Consigli di Amministrazione (CdA) delle aziende del settore e delle partecipate pubbliche. Al riguardo, dovranno essere istituiti veri e propri Comitati di sostenibilità, preposti a verificare l'effettiva destinazione delle risorse a progetti a duplice uso e a monitorare la rigorosa applicazione della Legge 185/1990, che vieta l'esportazione di armi verso Paesi belligeranti o responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. A questo proposito risulterebbe oltremodo significativa la presenza nei CdA di personalità indipendenti e di alto profilo in grado di fungere da garanti etici.

Un'importanza particolare rivestirà la sottoscrizione di Clausole di Open Innovation territoriale che vincolino l'assegnazione di contributi pubblici regionali, agevolazioni fiscali e spazi nei poli tecnologici torinesi all'impegno formale delle imprese di rilasciare periodicamente brevetti, licenze d'uso e ore di calcolo alla filiera civile e alla ricerca universitaria.

In tale contesto assumerà un valore determinante l’adozione di una Rendicontazione di impatto sociale e trasparenza, destinata a integrare i bilanci di esercizio con metriche non finanziarie (ESG) capaci di misurare le ricadute civili degli investimenti industriali e l'indice di diversificazione dei ricavi, evitando che la solidità dell'impresa dipenda esclusivamente dal perpetuarsi dei conflitti armati.

Infine, appare auspicabile la stipulazione di un Patto civico con gli stakeholder locali, capace di garantire un dialogo strutturato e trasparente tra vertici societari, rappresentanze sindacali, atenei ed enti locali, affinché le decisioni di investimento tengano costantemente conto dell'identità morale e del destino economico della comunità.

Raccogliere l'appello del Cardinale Repole significa, almeno a mio avviso, non rifugiarsi in un disimpegno irrealistico rispetto al «sacro dovere di difesa», ma rifiutare con altrettanta fermezza l'assuefazione a un modello in cui l'eccellenza scientifica e industriale di Torino finisca al servizio incondizionato della guerra.

 

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