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PUNTURE DI SPILLO. A Davos il Bitcoin si traveste da borghese

a cura di Pietro Terna


Il Bitcoin[1] è una valuta artificiale, non emessa da una Stato, inventata da un gruppo di informatici un po’ anarchici che hanno pubblicato un articolo tecnico-scientifico[2] nel 2008, con lo pseudonimo Satoshi Nakamoto. Avrebbe dovuto servire da sistema di pagamento svincolato dal potere degli Stati e invece è servito soprattutto per speculare sul suo valore, in dollari o in euro, cresciuto vertiginosamente, crollato e risalito. “Piatto ricco mi ci ficco”: sono nate centinaia di valute analoghe, denominate collettivamente criptovalute, o crittovalute, perché nelle transazioni usano dei codici segreti (crittografici) per riportare tutti i movimenti in registri pubblici, generando le cosiddette catene di blocchi (blockchain). Quando hanno iniziato a moltiplicarsi, si è capito che l’uso pratico per i pagamenti stava evaporando

Un ETF,[3] exchange-traded fund (in italiano fondo scambiato in borsa), è un tipo di fondo cosiddetto a gestione passiva avendo l’obiettivo limitato di produrre un andamento del proprio valore il più vicino possibile a quello di una qualche categoria di titoli o di un qualche indice di borsa. Perché mai dovrei impiegare i miei risparmi in un meccanismo del genere invece di comperare i titoli di borsa delle società cui l’ETF fa riferimento? La risposta è che acquistandolo posso impiegare il risparmio con un meccanismo di entrata e uscita più semplice dell’acquisto diretto di un paniere composta da più titoli.

Nulla sembrerebbe più lontano dal Bitcoin di un ETF e invece… con l’11 gennaio la SEC (Security Exchange Commission) ha dato il via libera a undici richieste per la quotazione di ETF sul prezzo di mercato dei bitcoin. Uso il minuscolo, perché qui indico la moneta, non la tecnologia. L’anarchico si è imborghesito!

Intanto, intorno all’annuncio della quotazione a Wall Street di quei nuovi fondi c’è stata una manovra speculativa, con l’anticipazione di una falsa notizia pubblicata su X (ex Twitter),  poi smentita, provocando una forte oscillazione del prezzo del bitcoin (vedere il grafico). Qualcuno si è portato a casa una bella sommetta e qualcun altro l’ha persa…

Sarebbe interessante poter intervistare i misteriosi autori che si sono celati dietro al nome Satoshi Nakamoto per avere la loro opinione sul Bitcoin e gli ETF a braccetto. Non si può e allora ho chiesto[4] a ChatGPT: «Fai finta di essere Satoshi Nakamoto, un po' anarchico: sei contento del fatto che ora esistono degli ETF sui bitcoin?»

Risposta (estratto): «In qualità di Satoshi Nakamoto con un'anima anarchica, potrei avere sentimenti contrastanti sugli ETF sui Bitcoin. Da un lato, potrei essere preoccupato che essi rappresentino un passo verso la reintroduzione di intermediari e controllo centralizzato nel sistema di Bitcoin. Dall'altro, potrei riconoscere che gli ETF possono aiutare a promuovere l'adozione di Bitcoin e a farlo conoscere a un pubblico più ampio, il che potrebbe alla fine rafforzare l'ecosistema di Bitcoin e la sua resistenza alla censura e al controllo centralizzato. In conclusione, come Satoshi Nakamoto, potrei vedere gli ETF sui Bitcoin come un doppio taglio: da una parte, un mezzo per aumentare l'adozione e la legittimità di Bitcoin, dall'altra, una potenziale minaccia alla sua natura decentralizzata e al suo scopo originale».

Brava l’intelligenza artificiale, che parola dopo parola, pratica l’arte del compromesso! Io la penso come si vede nella figura che ho fatto produrre all’intelligenza artificiale DALL•E3, con l’ETF che schiaccia i bitcoin. Notare la leggiadra ghirlanda di grafici a candela sui grattacieli, non proposta da me.

Con gli ETF dei bitcoin ora esistono oggetti quotati in borsa che corrispondono al nulla, a una moneta immaginaria, fantastico!

Ora confesso… quanto sono ingenuo! Mi son chiesto: chissà se ora che ha anche gli ETF, il bitcoin è a Davos[5] in compagnia degli straricchi, degli stra-statisti e degli stra-questuanti che animano il Global Economic Forum 2024? Sciocco: ho scoperto che sono anni che va lì a pavoneggiarsi, [6] anche se in questa edizione l’IA lo mette un po’ in ombra,[7] poverello.

Il nostro piccolo baccelliere in musica candidamente confessa che approfitta di questo spillo per parlare di Kurt Cobain, un eroe tragico del grunge, il genere che ebbe una grande influenza sulla musica e sul costume dei ragazzi di inizio anni ‘90. Cobain era una personalità complessa, una rockstar timida e riluttante. Qui ci interessa soprattutto per le strade secondarie che il processo creativo può prendere. Kurt aveva una ragazza. Questa ragazza usava un profumo che si chiamava Teen Spirit, abbastanza comune fra le giovani americane in quel periodo.

Erano spesso uno vicino all’altra e un po’ del profumo della ragazza finiva per trasmettersi a Kurt. Qualcuno disse “Kurt Smells like Teen Spirit”. Ora “teen spirit” significa “spirito dell’adolescenza”. Dire che una persona profuma di spirito dell’adolescenza ha qualcosa di trascendente. È poetico di una poesia involontaria. Kurt Cobain ne prese spunto per una canzone, che è il brano di apertura di Nevermind, il disco con il bambino in copertina di cui si è parlato molto ultimamente. Questo esempio di creatività involontaria ha qualcosa in comune con quello che è accaduto ai bitcoin. Nati per fare la guerra al sistema, sono diventati essi stessi parte del sistema. Cobain invece non resse la pressione e, giunto ai maledetti 27, si suicidò. Vent’anni dopo un jazzista quasi suo coetaneo, il pianista Brad Mehldau, incise una versione in solo di Smells like Teen Spirit, che proponiamo[8] nel suo lirismo angolare.


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