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Personaggi: Gianni Alasia, l’uomo che amava i tassi

di Marco Travaglini|

Cinque anni fa, dopo una lunga malattia, moriva all’età di 88 anni Gianni Alasia. Partigiano, sindacalista, amministratore pubblico, deputato e saggista, Alasia è stato uno dei protagonisti dell’antifascismo e del sindacalismo torinese e piemontese nel dopoguerra, dirigente politico, consigliere e assessore in Regione. Nato a Torino il 7 febbraio del 1927 ha attraversato tutte le concitate fasi della storia del secolo scorso. Durante la Resistenza partecipò giovanissimo, col nome di battaglia di “Astro”, alla lotta partigiana nella III° Brigata della Divisione “Bruno Buozzi” inquadrata nelle Brigate Matteotti. Dopo aver partecipato agli scontri per la liberazione di Torino, Alasia decise di aderire al PSI, militando nella minoranza di quel partito. Nel 1950 sposò la compagna della sua vita, Pierina Baima. Licenziato dalla Savigliano nel 1951, si dedicò a tempo pieno alla politica, entrando nella Federazione del Psi e, quindi, nel comitato centrale. I primi incarichi istituzionali lo videro eletto nel 1956 consigliere provinciale e nel 1960 consigliere comunale a Torino. Un ruolo che, nel maggio del 2015, gli valse l’assegnazione da parte della Città di Torino del Sigillo civico, la più alta onorificenza dell’amministrazione, “per il lungo e fattivo impegno politico e democratico svolto dai consiglieri comunali che hanno partecipato alla Resistenza contro il nazifascismo”. Nel 1959 Gianni Alasia venne eletto segretario della Camera del Lavoro Cgil di Torino, carica che ricoprì per quindici anni, fino al 1974. Come ricorda Sergio Dalmasso nell’importante lavoro dedicato alla figura di Alasia (Quaderno n.53 del CIPEC) erano gli anni del “sindacato di Sergio Garavini, Emilio Pugno, Angelo Dina, Ivan Oddone, Bruno Fernex”, gli anni duri dei licenziamenti politici e dei reparti confino alla FIAT, della sconfitta nel 1955 e della successiva riscossa, “della contrattazione articolata, del riproporsi della strategia consiliare, della autonomia sindacale, delle assemblee operaie e del rapporto con il movimento studentesco, del rifiuto di monetizzare il rischio (la salute non si vende), delle lotte contro Tambroni, di piazza Statuto, di corso Traiano, del rapporto tra offensiva in fabbrica e rivendicazioni nella società (casa, scuola, servizi sociali, trasporti..) “. Anni tanto difficili quanto fecondi dove vi fu una maturazione complessiva del mondo del lavoro. In seguito alla scissione del partito socialista Gianni Alasia fu tra i fondatori del Psiup con Lucio Libertini, Vittorio Foa e Tullio Vecchietti. Nel 1972, sciolto il partito socialista di unità proletaria, il segretario della Camera del Lavoro torinese entrò nel Pci, all’interno del quale ricoprirà numerosi incarichi istituzionali a livello piemontese (Consigliere regionale a Palazzo Lascaris dal 1975 al 1983, assessore al lavoro, industria e artigianato della Regione Piemonte in piazza Castello dal 1976 all’80) e nazionale (venne eletto nel 1983 alla Camera dei Deputati nelle liste del PCI nel corso della IX legislatura ). Gli anni del suo impegno in assessorato coincise con un periodo di fortissima difficoltà del sistema industriale piemontese che investì interi settori produttivi dalla siderurgia al cartario, dall’auto e dall’indotto alla chimica. Più di 800 stabilimenti in crisi, un numero di ore di cassa integrazione che toccò le punte più alte del dopoguerra. Solo nel 1976 i fallimenti aumentarono del 18% rispetto l’anno precedente. Gianni Alasia si rimboccò le maniche, tentò il recupero produttivo della Venchi Unica (duemila operaie senza lavoro e diciassette offerte di gruppi finanziari per acquistarla). Una vicenda difficile, complessa sulla quale scriverà un libro. Come assessore appose la firma su circa cento accordi. Così ricorda quegli anni Enrica Valfrè, segretaria generale della CGIL torinese: “Alasia convocava le parti lavorando quasi in simbiosi nella gestione quotidiana dei problemi con i sindacati (con Lattes, con Avonto), tenendo i rapporti con il governo di Roma, cercando imprenditori disponibili a rilevare le fabbriche in crisi; si “sfinì” con i pochi strumenti regionali a disposizione”. Sul piano normativo fece approvare una legge di sostegno all’artigianato e, terminata l’esperienza nella giunta piemontese, anche nel successivo impegno parlamentare non rinunciò a dare voce al mondo del lavoro. Nel 1991 il XX° congresso del Pci, dopo la “svolta della Bolognina”, segnò lo scioglimento di quel partito e Alasia fu tra i fondatori con Armando Cossutta, Sergio Garavini e Lucio Libertini del Movimento per la Rifondazione Comunista (del quale sarà proprio lui il coordinatore unico per Torino) da cui nacque nel 1992 il Prc. Nel 1995 accettò la candidatura alla Presidenza della Regione Piemonte per Rifondazione comunista, ottenendo il 9,3% dei voti. La costante che ha accompagnato tutta la sua vita, segnando il suo profilo sociale e civile, è sempre stata la battaglia per il lavoro, la sua dignità e valorizzazione, accanto alle lotte per l’ambiente e la pace. In una intervista, ricordando i tempi della sua gioventù e il clima che si respirava a quel tempo tra i lavoratori, disse: “La natura solidaristica che c’era un tempo era palpabile; vivevi sul ballatoio, nella stessa casa, sugli stessi piani, in fabbrica. Ricordo sempre la frase: noi è di più che non io”. Gianni Alasia scrisse anche molti libri. Il primo, uscì nel 1984, col titolo “Socialisti, centro sinistra, lotte operaie nei documenti torinesi inediti degli anni 50-60” e l’ultimo, nel 2008, “Nelle verdi vallate dei tassi: la libertà!”. Un libro anomalo, quest’ultimo: una favola sulla Resistenza dal sapore tragicomico che trae chiaramente ispirazione da Esopo e Fedro ma anche da La Fontaine e Orwell. Sullo sfondo dei boschi del Vergante si muovono un gruppo di animali, tassi, cani, volpi, provenienti da esperienze diverse ma tutti uniti nella lotta per la libertà, per i valori di democrazia, pace, giustizia sociale. Quegli animali per Gianni Alasia rappresentarono l’allegoria, il simbolo di una battaglia che travalicava quel preciso periodo storico, superando lo spazio temporale per collocarsi in tutte le epoche e in tutti i momenti nei quali un popolo, in qualsiasi parte del mondo, si batterà per riaffermare dignità e identità. Gianni Alasia teneva molto a quest’ultimo racconto, dedicato alla sua compagna, quasi rappresentasse una sorta di testamento, un congedo anticipato dalla vita e dagli uomini, affidandovi un messaggio da non disperdere. “Molte di quelle speranze sono state deluse”, scriveva. “Ma non c’è da perdersi d’animo. In fondo i tassi ci sono ancora. E la Resistenza non è mai finita”. Gianni Alasia nella valle dell’Erno, in quel territorio che dalle pendici del Mottarone scende fino alle rive del lago Maggiore, ci è tornato per sempre. Riposa a fianco di sua moglie, l’amata Pierina, originaria di quei luoghi, nel piccolo e silenzioso cimitero che guarda dall’alto il lago da Comnago, minuscola frazione di Lesa sulle pendici meridionali del colle della Motta Rossa. Oltre ai suoi insegnamenti di coerenza e di passione civile ha lasciato a tutti coloro che hanno avuto la fortuna di incrociare il loro cammino con il suo, questo libro originale e prezioso

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