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Per una Pasqua di pace

Questa non è una Pasqua come le altre. È una Pasqua di guerra, in Ucraina, come in decine di altri posti della Terra, dove le armi hanno seppellito il diritto alla convivenza civile e la Via Crucis non è soltanto quella del Venerdì della passione, ma quotidiana. Si spara e uccide nel Vicino Oriente, in Africa, in Centro Asia, e tanti piccoli focolai di tensione si accendono e si spengono a ripetizione, trascinando a fondo la vita di centinaia di migliaia di innocenti. Dal 24 febbraio, dal giorno dell’aggressione dell’Armata russa all’Ucraina, l’Occidente non ha avuto esitazioni e si è schierato contro il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin. E dalle sanzioni economiche si è passati ad accogliere le richieste di armi del presidente ucraino Zelensky: “armi, armi, armi”, per fiaccare l’offensiva di Putin che come un “bullo di quartiere” immaginava di risolvere il contrasto in pochi giorni sul modello del 2008 (la famosa guerra dei “cinque giorni” in Ossezia). Una pretesa che accompagna da sempre i dittatori.Capostipite Benito Mussolini: entrò nella Seconda guerra mondiale e non esitò a pugnalare una Francia morente, perché gli servivano poche migliaia di morti per sedersi sul tavolo della pace da vincitore. Una frase criminale. I morti, oggi come ieri, invece, sono quasi sempre molti di più e la pace richiede ancora più guerra, da una parte e dall’altra, con il rischio però di suscitare un incendio su vasta scala. Ma si fa la guerra per cercare la pace, è il mantra dei nostri giorni. Si trascura però quel particolare non marginale che si tratta pur sempre di un avanzamento della violenza e dell’aggressività dell’uomo. E che ha, tra le tante conseguenze nefaste, quella di indirizzare una luce di sospetto e di diffidenza verso chi reclama la pace. Quasi che il pacifismo sia una nuova variante della Covid-19 da combattere con ogni mezzo e da soffocare al primo vagito. Un controsenso, se non una vera follia collettiva. La peggiore che si nutre di accostamenti impropri con la storia e con personaggi del passato, con citazioni famose da adattare al presente per dare un senso al bellicismo e annichilire qualunque ragionamento contrario. Lentamente, ma inesorabilmente, siamo così scivolati dall’assuefazione alle immagini del dolore, di ospedali distrutti, di bambini morti, di fosse comuni, di soldati umiliati, all’accettazione della guerra, a inneggiare alla sua bellezza, come nelle “radiose giornate di maggio” quando l’Italia si apprestava ad entrare nella Grande guerra nel 1915. O peggio, quando dal balcone di piazza Venezia una folla delirante applaudiva “alla dichiarazione di guerra consegnata nelle mani degli ambasciatori di Francia e Gran Bretagna”. Era il 10 giugno del 1940. Ciò che sta accadendo, tra minacce e contro minacce dell’una e dell’altra parte in guerra, è un cortocircuito che ci porta nell’irreale, che fa indossare elmetto e tuta mimetica anche a chi, in tutta la sua vita, ha maneggiato come unica pistola quella ad acqua. Ma soggiogati dall’eccitazione di “dare una lezione a Putin” siamo pronti a ignorare l’avvelenamento sociale e mentale che provoca la guerra e ad un tempo dimenticare il valore della pace in cui viviamo da 77 anni, come festeggeremo il 25 Aprile, giorno della Liberazione. Forse, con un senso di superiorità davvero tossico dei nostri valori, c’è chi crede che la nostra società sia sazia anche di pace. Ma non è così. A noi tutti è richiesto il dovere di salvare più vite umane possibili. Buona Pasqua.

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