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Lo Russo e i cattolici, cronaca di un incontro

di Michele Ruggiero|

Ieri sera, 8 febbraio, nella Chiesa Nostra Signora della Salute in Borgo Vittoria, almeno quattrocento persone hanno partecipato al dibattito del sindaco di Torino, Stefano Lo Russo con i parroci e le comunità cattoliche della periferia nord della città. Un dialogo propiziato da “La Voce e il Tempo”, il settimanale della Curia metropolitana, e dal suo direttore Alberto Riccadonna, che ha scandito i modi e i tempi degli interventi e delle domande sul futuro delle periferie, sull’emergenza sociale, sulla sicurezza, sull’incognita lavoro percorsa dal fenomeno della disoccupazione, soprattutto giovanile, che grava sulla capitale industriale indiscussa del Paese per decenni dal Secondo dopoguerra. Un rebus che si è incancrenito ulteriormente nell’ultimo quinquennio, ma non per esclusiva responsabilità di chi ha preceduto la giunta di centro sinistra. L’inconcludenza, però, del governo della sindaca Chiara Appendino ha reso la crisi più evidente e la pandemia le ha dato la spinta per entrare nel tunnel della drammaticità. Paradossalmente, il precipitare della situazione, oggi si traduce in un vantaggio politico sul piano dialettico per Lo Russo, accompagnato ieri sera dagli assessori Giovanna Pentenero, Carlotta Salerno e Francesco Tresso. Ieri sera, lo si è percepito in tutta la sua interezza. Le parole d’ordine politico che sono risuonate nella navata dalla particolare forma architettonica della chiesa di Via Vibò, infatti, si sono sempre rivelate in perfetta sintonia con le aspettative dei presenti. E non poteva essere altrimenti e lo sarà anche con un pubblico diverso. Proviamo a spiegarci. A differenza del passato, in cui la giunta Appendino suonava la grancassa del bilancio in rosso per demonizzare i suoi predecessori, Lo Russo non ha neppure questa necessità: negli ultimi cinque anni, la città è precipitata nel buio di una crisi anche esistenziale. Da qui gli deriva una “solida” posizione di rendita che non gli verrà mai meno se avrà l’accortezza di dare voce a progetti concreti e credibili. Ed è ciò che ha fatto con una perfetta costruzione del proprio sé, della sua immagine attraverso la cura nella scelta del linguaggio, delle pause, del non verbale, il linguaggio del corpo. Se voleva dare un’impronta nitida della sua personalità, vi è riuscito. Soltanto il tempo e i fatti ci potranno confermare se quell’impronta nitida è altrettanto sincera e leale. Di certo, il primo cittadino di Torino non ha puntato sulla finta spontaneità e confidenza che surroga il cinismo con cui numerosi politici cercano di sedurre gli interlocutori. Con intelligenza ha messo a disposizione le carte giuste per assecondare una risposta meno approssimativa possibile alla domanda che qualunque cittadino matura dentro di sé all’indomani delle elezioni: che uomo è il sindaco? La risposta è arrivata, filtrata e favorita anche da domande (per la cronaca sono state 72 quelle scritte poste al sindaco) di una platea selezionata e matura: parroci e cattolici impegnati, volontari esperti, militanti dell’associazionismo, il popolo di Dio che conosce quotidianamente il significato del dolore, della sofferenza, del sacrificio, e anche dell’impotenza, insieme al senso della carità nel vivere a Torino a contatto con le fragilità, la solitudine, l’emarginazione, la diffidenza verso il diverso, i problemi reali che provoca la criminalità di strada e quella organizzata. Un campionario del disagio sociale inimmaginabile soltanto alle soglie del Terzo Millennio, quando la città riteneva di avere un capitale di welfare da redistribuire tra i bisogni collettivi. Ai tanti interrogativi, incalzato anche da don Angelo Zucchi, parroco di San Giuseppe Cafasso, che gli ha ricordato l’affermazione di Papa Paolo VI, secondo cui “la più alta forma di carità è la politica”, Lo Russo ha contrapposto una parola “salvagente” nel lessico della politica: “coesione”, sorta di mozzo della sua strategia. Sulla coesione, che nelle sue intenzioni deve diventare identità sociale, Lo Russo ha poi impiantato numerosi raggi (brevi, medi, lunghi), cioè quei progetti (raddoppio della metropolitana, trasporti, rigenerazione urbana ed altri) che dovrebbero dare corpo al lavoro dell’amministrazione pubblica, impegnata a ciò che ha definito “un rammendo del tessuto sociale”. La città si salva, ha detto, “se ritorniamo a essere compatti e coesi, se si esce da una fase di spaccatura della politica e dell’essere contro come sistema di propaganda politica. Lo strumento con cui realizzare il progetto, nell’idea avanzata dal sindaco, è un nuovo patto sociale, il patto del fare e non del riempire soltanto moduli, di cui uno degli assi prioritari non poteva non toccare le sensibilità della platea: la rete del volontariato. Quella su cui si è retta, al di là delle istituzioni, statali e locali, ha sostenuto Lo Russo, la città nei due anni di pandemia. Anni vissuti alla ricerca di un equilibrio, soprattutto nelle periferie, sul filo teso tra due punti: solidarietà e povertà. Nel mezzo c’è la piccola enciclopedia popolare del disagio in tutte le sue varianti, non meno letali di un virus: migranti, giovani, anziani, disoccupati, famiglie sulla soglia della povertà, caduta di valori anche tra le classi meno esposte alla crisi. E tra le prime iniziative da prendere, secondo Lo Russo, è quella di una rapida regolarizzazione dei migranti, perché “se riusciremo a mettere le persone nella condizione migliore di esprimersi, si offrirà a tutti noi un futuro migliore”. E ancora: l’inserimento di psicologi di strada per offrire una soluzione anche psichica al disagio e uno sguardo diverso che catturi, si perdoni il nostro gioco di parole, l’universo carcerario, affinché si realizzi forme rieducative e di reinserimento sociale, con cui irrobustire una delle gambe (forti) su cui si dovrebbe (ri)costruire la sicurezza sociale. La somma dei discorsi del sindaco ci porta a considerare il concetto di ideale, non vissuto astrattamente, ma nella ricerca di una soluzione pratica, nel senso hegeliano del termine. Perché, riproponendo l’intervento di un parroco, “non basta tirare a campare, occorre avere dentro qualcosa per costruire”. Vedremo se quel qualcosa l’uomo Lo Russo lo ha davvero come sindaco.

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