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Le carenze che portano alle violenze nella sanità

di Chiara Laura Riccardo e Emanuele Davide Ruffino|


In pieno lockdown i professionisti sanitari erano considerati alla stregua degli eroi, poi, con la ripresa delle violenze, il lavoro nei reparti non sembra più così ambito. E così nei Pronto soccorso di mezza Italia non si trovano più medici ed infermieri disponibili. Ragioni economiche, riconoscimenti sociali, rischio di cause legali e facilità di accumulare stress, spingono i professionisti sanitari lontano dalla prima linea.

Mentre il sistema si arrovella su un’infinità di questioni non sempre fondamentali, in alcuni settori la carenza di professionisti disposti ad impegnarsi comincia ad assumere livelli preoccupanti. L’acme sembra essere stato raggiunto all’Ospedale “Caldarelli” di Napoli, dove si ha difficoltà a reclutare personale (i concorsi per il Pronto soccorso sono andati deserti), ma situazioni simili si stanno replicando un po’ ovunque. Meglio non impegnarsi, tanto non rende…

In effetti, la domanda dominante è sempre la stessa: perché gettarsi in situazioni complesse ad alto rischio di errore, ben sapendo che vi è un retroterra pronto a denunciare qualsivoglia episodio, o peggio, farsi “presunta” giustizia in modo sommario? In altri termini: meglio essere chi segnala, che essere segnalati… Meglio controllare la qualità che non provare a gestirla… Non si tratta più di un problema economico, ma di un atteggiamento sociale che non riesce più a gerarchizzare le attenzioni. Sotto il profilo mediatico, fa più rumore un albero che cade, che non una foresta che cresce. Così in molti cercano l’attimo di notorietà, anche con comportamenti autolesionisti, piuttosto che impegnarsi nel far crescere il sistema. In sanità, le situazioni a rischio sono connaturate nella sua stessa natura: il dolore snatura i comportamenti degli individui. La donna che partorisce o l’anziano affetto da demenza senile possono assumere comportamenti violenti, così come può avvenire nella gestione di pazienti affetti da patologia psichiatrica, ma, fino ad oggi, erano in molti ad assumersi i rischi connessi. La situazione sta però raggiungendo limiti insostenibili. Ognuno cerca di costruirsi un angolo dove poter osservare il mondo e poterlo criticare senza essere coinvolto. Ma così facendo la società si disintegra in un’infinità di microcosmi non più organici ad un fine comune. Chi ci ha preceduto, sulle macerie della Seconda guerra mondiale, ha mostrato molto più entusiasmo di chi oggi vive nel pieno benessere. Si crea dunque un processo di selezione distorta e al rovescio, per cui i “migliori” si ingegnano su come evitare i compiti e le mansioni che possano comprometterne la carriera (o semplicemente il quieto vivere) e così si inventano le soluzioni più arzigogolate. Il contratto di lavoro viene sostituito con accordi con cooperative che forniscono forza lavoro a prezzi quasi doppi (laddove si è in carenza di personale con una specifica qualifica) mentre in altri, dove c’è abbondanza, si dimezza. E così, negli stessi luoghi, persone che svolgono lavori sovrapponibili, a volte identici, sono remunerate in modo profondamente diverso. Magra consolazione sapere che il fenomeno è presente anche in altri settori, ma in sanità il problema si presenta in forme drammatiche, non solo perché inficia il principio costituzionale che assicura il diritto alla salute a tutti gli individui, ma perché snatura ogni possibilità di programmazione e lascia spazio alle speculazioni. Crescono le aggressioni agli operatori sanitari

L’impegno nell’assistenza ai malati è stato per millenni considerato una missione e come tale si è guadagnata il rispetto di tutta la popolazione. Oggi il senso di abnegazione in parte è venuto a mancare e la popolazione che beneficia dei servizi utilizza il personale sanitario come dei pungiball, salvo poi interrogarsi con stupore perché i posti non così ambiti, nonostante l’immagine costruita da alcuni telefilm di successo. Con il Decreto del Ministero della Salute del 13 gennaio 2022 è stato istituito l’Osservatorio Nazionale sulla Sicurezza degli Esercenti le Professioni Sanitarie e Sociosanitarie, sostenendo il principio che il personale è cuore del nostro Servizio Sanitario Nazionale. Il cuore di qualunque organismo va però protetto. Ma non pare che sia così. L’Organizzazione Mondiale della Sanità denuncia, infatti, che gli operatori sanitari sono ad alto rischio di violenza a livello globale e, di questi, dall’8% al 38% nel corso della propria carriera subiranno violenze fisiche. Se guardiamo alla nostra Italia, ogni anno si contano oltre 2.500 atti di aggressione ai danni dei professionisti sanitari, di questi il 70% delle vittime sono donne (in https://www.inail.it/cs/internet/comunicazione/news-ed-eventi/news/news-factsheet-violenza-professioni-sanitarie-inail-2022.html). I setting all’interno dei quali avvengono le aggressioni sono estremamente eterogenei, troviamo al primo posto i Pronto soccorso, i reparti di degenza, gli ambulatori, i Servizi psichiatrici di Diagnosi e Cura, le terapie intensive, le ambulanze del 118, le case di riposo e i penitenziari. Nel 60% dei casi la tipologia di violenza, commessa per la maggioranza da pazienti e familiari durante le ore della sera e della notte, è ascrivibile all’interno della categoria “minacce”, ma il restante 40% (percentuale non da poco) si esplica in percosse, violenza a mano armata e vandalismo. Se non servono più gli incentivi e il blasone per operare nei servizi a rischio, allora occorre ricostruire il settore gettando nuove basi, fondate sulla responsabilità dei singoli e nel limitare gli eccessi delle sovrastrutture che presentano come unico scopo quello di giustificare la loro esistenza. Per chi opera in frontiera, la cura del paziente sta ormai diventando un aspetto marginale. In primis, vi è la preoccupazione di evitarsi denunce civili e/o penali che possano rovinare le prospettive future; poi, vi è quella di adempiere agli obblighi burocratici e soddisfare le necessità economiche. Il desiderio di sentirsi gratificato dal proprio altruismo non rappresenta più uno stimolo se chi dovrebbe manifestare rispetto e ammirazione, sembra ricercare ragioni per estorcere qualche prebenda per “danno ricevuto”. Sempre meno ambito il posto fisso in ospedale

Un fatto è certo: anche chi assiste e cura gli altri ha bisogno di essere curato. In questi anni di pandemia si è riscontrato un aumento esponenziale degli accessi ai servizi di assistenza psicologica, da parte del personale sanitario (si stima che un quinto di loro abbia avuto almeno un contatto con professionisti della salute mentale). Senza dimenticare chi, forse per mancanza di adeguato supporto, ha lasciato il proprio posto di lavoro, licenziandosi dalla sanità pubblica per andare a lavorare nel privato (che diventa, di giorno in giorno, sempre più attrattivo e non soltanto per ragioni economiche) oppure anticipando il pensionamento (il settore pubblico italiano è il più anziano d’Europa mentre l’abbandono degli studenti dai corsi di laurea, il più alto). Chi lo avrebbe detto, qualche anno fa, che il tanto desiderato “posto fisso” nella sanità pubblica non sarebbe più stato così tanto ambìto. Ebbene sì, perché oggi c’è chi il posto fisso nella sanità pubblica proprio non lo cerca neanche più, oppure chi ce l’ha ma lo abbandona in favore del privato. E le motivazioni di queste scelte sono le più varie: dalla necessità di orari più flessibili alla ricerca di maggiore autonomia professionale, dalla necessità di poter diversificare le proprie attività senza esclusività di rapporto alla ricerca di contesti che valorizzino davvero le competenze. Questo fenomeno della “Great Resignation” o della “Fuga dalla sanità pubblica” che dir si voglia, con la sua eco di delusione e amarezza da parte del personale sanitario, sta raggiungendo numeri allarmanti e il futuro dell’assistenza è a serio rischio. Dunque è necessario individuare la strada migliore per garantire insieme il futuro dei professionisti sanitari e quello del sistema sanitario nazionale che, senza professionisti, è destinato a perdere credibilità.

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