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La morte di Silvio Lega, fu il torinese ai vertici della Dc

Colto, spiritoso e charmante: sono i tratti che gli amici ricordano di Silvio Lega, fino a Tangentopoli esponente di rilievo della Democrazia Cristiana, di cui era vicesegretario nazionale, secondo soltanto ad Arnaldo Forlani. Classe 1945, Lega è morto per crisi respiratoria dovuta alla Covid-19. Nato a Leinì, comune in provincia di Torino, di cui suo padre era stato sindaco per la Dc, negli anni Cinquanta la sua famiglia si era trasferita nel capoluogo, nel quartiere di Parella. Studi classici al Liceo Cavour, Lega si era messo in luce nello sport, diventando campione juniores italiano nel salto con l’asta con un record personale di 3,45. Un’abitudine a primeggiare che aveva trasferito in età adulta dallo sport alla politica. Dagli anni Sessanta, dopo la laurea in Giurisprudenza, aveva cominciato a scalare i gradini della Dc con la corrente dorotea antagonista della sinistra sociale dello scudocrociato che in Carlo Donat-Cattin aveva il suo leader storico, mentre alla destra del partito consumava una rivalità accesa con un altro astro nascente della Dc torinese, quel Vito Bonsignore, attaché di Giulio Andreotti sotto la Mole. Personalità ambiziosa, Lega coniugava però il potere con le grandi visioni. In particolare, riservava una grande attenzione all’ambiente, un rispetto profondo per la terra e per le colture dovuto alle sue ascendenze agricole. E la politica torinese ne ebbe una conferma nella seconda metà degli anni Settanta, quando scrisse insieme al professor Giuseppe Nicoletti un piano di sviluppo alternativo per la città, all’epoca ancorata alla monocultura Fiat e alla sua storica vocazione industriale, in cui si sollecitava lo sviluppo del Terziario avanzato e dei servizi complementari. Un piano che sarebbe diventato nel 1985 la piattaforma economica della Dc alle elezioni amministrative che chiusero il decennio delle giunte rosse guidate da Diego Novelli e che portò a palazzo Civico il “pentapartito” formato da Dc-Psi-Pli-Pri-Pli con Giorgio Cardetti primo cittadino. Ma è sul finire degli anni Settanta che la carriera di Lega vira verso nuovi orizzonti: nel 1979 è eletto al Parlamento europeo di Bruxelles con una valanga voti, ben 162 mila, bigliettino da visita per il partito sulle sue capacità di attrazione del consenso e sulle qualità di leadership. Una macchina di voti che gli garantì l’elezione in Parlamento per tre legislature: 1983, 1987 e infine, 1992, l’anno di Tangentopoli in cui venne coinvolto insieme ad altri esponenti della sua corrente. Un semaforo rosso che gli bruciò l’aggancio alla meta a lungo sognata: la segreteria in piazza del Gesù, sede nazionale della Dc. Un sogno infranto e con la delusione l’abbandono a fine legislatura della politica.

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