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La coerenza di Cesare Prandelli e la viltà dell’anonimato

di Menandro|

Il 23 marzo scorso Cesare Prandelli si è dimesso da allenatore della Fiorentina. Lo ha annunciato in una lettera da cui emergeva il suo disagio, il sentirsi estraneo nel mondo del calcio. Un male oscuro, ma non estemporaneo, per l’ex allenatore della Nazionale, ex giocatore della Juventus negli anni Ottanta. Ognuno di noi sa quanto difficile, controverso, addirittura penoso possa diventare il quotidiano in un ambiente professionale che non riconosciamo più come nostro. Il poeta direbbe che se c’è qualcosa di nuovo è antico. Eppure il gesto di Prandelli ha scatenato le dietrologie più insane sui social. In pochi giorni analisi artefatte, fantasiose, se non calunniose, si sono inanellate, sovrapposte, rincorse nel web. Lo “scavo investigativo” è penetrato negli spogliatoi, nel rapporto con la squadra, favorendo le solite liste dei “buoni” e dei “cattivi” che seguono il percorso professionale di ogni allenatore. Così nel rutilante mondo del web, in cui le parole si liberano nell’aria spinte da un anarcoide senso di libertà, l’assedio mediatico ha preso vigore giorno dopo giorno, fino a costringere Prandelli ad innalzare un argine, un frangiflutti per non essere travolto dagli “odiatori della tastiera”, “da nefandezze, da ricostruzioni inventate, fatti mai esistiti”, come ha scritto in una lettera pubblica che si conclude con un appello “alla responsabilità di tutti” e al non correre “dietro a fenomeni senza moralità ed etica del vivere civile”. L’amarezza di Prandelli, consapevoli di affermare un’ovvietà, non può che essere condivisa. Ma a quell’amarezza sarebbe bene aggiungere anche un pizzico di genuina rabbia per la superficialità con cui sono trattate le persone, rabbia da usare per mettere all’angolo quei fenomeni di sciacallaggio che proliferano impuniti. Nel caso di Prandelli, poi, a parlare è la sua storia, le sue riserve critiche, sempre pacate, sul mondo del calcio e dintorni, la sua coerenza nel porgere agli interlocutori le sue riserve sullo sport nazionale percorso dal degrado al pari della nostra società nel suo insieme. Dubbi che non sono nati né ieri, né ieri l’altro. E qui si ritorna all’antico, all’assenza di memoria, alla consumazione ossessiva e narcisistica del presente. In un’intervista del 27 febbraio del 2008 (un anno dalla prematura morte della moglie Manuela) scritta da Dario Cresto Dina, pubblicata su Repubblica, Prandelli si esprimeva così su ciò che non gli piaceva del mondo del calcio: “L’esasperazione, le polemiche, i processi, l’arroganza, la stupidità”. Non è cambiato nulla, se non che il peggio è cresciuto in maniera esponenziale.

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