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L’Idra dell’Isis è rinata in Afghanistan

di Maurizio Jacopo Lami|

“Da Allah veniamo, a Allah torniamo”: questo sobrio motto era su un vessillo preso dai Navy SEAL, i corpi speciali della marina americana, dentro un rifugio del gruppo Isis-K, il gruppo di integralisti islamici che ha rivendicato la mattanza all’aeroporto di Kabul. Il Pentagono stamane ha rivendicato l’uccisione di due militanti del gruppo, uno dei quali ritenuto la mente dell’attentato. Ma prima di farsi eccessive illusioni in proposito, occorre specificare che già in passato tra il 2016 e il 2018 ben quattro leader del Isis-K, compreso il fondatore pachistano Hafiz Sayef Khan, sono stati uccisi con droni o con azioni dei corpi speciali americani. Successivamente a Hafiz Sayef Khan è toccato a Abdul Hasib, eliminato nell’aprile 2017, poi ad Abu Sayed ucciso l’11 luglio 2017 e, infine. a Abu Saad Orazai ucciso il 25 agosto 2018. Ogni volta grazie a un prezioso lavoro dell’intelligence, sembrava che fosse il colpo definitivo. Eppure… “Da Allah veniamo, ad Allah torniamo”: come un’entità malefica creata apposta per confondere la speranza dei buoni (sì, i buoni e i cattivi esistono: se rinunciamo a dirlo, tanto vale cadere nell’ignavia totale), il gruppo è sempre riuscito a risorgere. La vitalità del gruppo è dovuta a vari fattori. Il primo, deriva dall’estrema ferocia diventata una sorta di marchio di fabbrica impresso fin dall’esordio nel 2015. Isis-K ha colpito perfino asili infantili – “sono figli di eretici e i figli di eretici non meritano pietà ma solo il castigo divino” -; ha distrutto interi collegi femminili – “Che Allah confonda e disperda i malvagi disegni dei nemici: le donne devono seguire la strada della modestia, non le vie di Satana” -; ha messo bombe nei mercati della minoranza sciita – “gli hazari sono come insetti dannosi da cancellare” -; una crudeltà che non alienato simpatie. All’opposto ha catalizzato il reclutamento. Ma i nuovi adepti, la vera forza del gruppo, chi sono? Per usare le parole di Domenico Quirico sono “il male purificato da ogni esitazione, il male che cerca la distruzione” che attinge dai più crudeli tra i jihadisti, tra i talebani afghani espulsi perché troppo feroci, tra estremisti afghani di cui perfino il servizio segreto pachistano, l’Inter-Service Intelligence (ISI)ha perso il controllo, estremisti indiani che hanno rotto i ponti con i propri gruppi. Tutti questi elementi hanno una caratteristica in comune che è il secondo elemento di forza: secondo un rapporto della CIA del febbraio 2020, dedicato proprio ai gruppi più pericolosi, l’Isis-K mantiene “un ritmo operativo costante” garantito da “elementi che hanno accettato di tagliare i rapporti con tutti e sognano un immenso jihad mondiale, un Maelstrom di sangue”. La capacità di accettare la propria morte come cosa da nulla e con altrettanta indifferenza dare la morte agli altri ha accentuato il numero di nemici, ma ciò non ha impedito al gruppo di costruirsi una fama pari a quella che i narcos colombiani hanno nel mondo del crimine: così terribile da paralizzare spesso gli avversari. E in prima battuta, di attirare i membri delusi dei talebani, quelli che considerano ogni minima concessione (davvero minima: anche solo parlare di tregua) come un tradimento. Lo scopo ultimo è quello di dimostrare che i talebani non sono in grado di amministrare l’Afghanistan e nello stesso tempo colpire il “Satana americano” per scatenare una terza guerra afghana dopo quella sovietica e quella voluta da Bush: continuare il conflitto che infuria dalla fine degli anni Settanta. I terroristi dell’Isis-K sanno di poter ottenere uno spazio di potere solo attaccando tutti: la pace per loro è un’inconcepibile sconfitta. Sperano di costringere il presidente americano Joe Biden a rimangiarsi gli accordi di Doha e ricominciare la guerra. Purtroppo non è solo un sogno sanguinario: con l’attentato suicida all’Abbey Gate di Kabul costato la vita ad almeno 170 persone, fra cui 13 soldati americani, hanno già ottenuto una vittoria immensa: hanno stampigliato il bollino della sconfitta sull’immagine già penosa della ritirata, dell’abbandono dell’Afghanistan. Gli americani che non ne potevano più di dare sangue e vite umane senza vedere la fine della guerra in un territorio ostico e complicato, si erano illusi di potersene andare senza colpo ferire, senza pensare all’infinita vergogna della fuga. L’aeroporto di Bagram, immenso, dotato di infiniti magazzini e risorse, splendido capolavoro di logistica militare che permetteva agli americani di avere un ruolo fondamentale in Asia Centrale, né è il simbolo negativo. Lo scalo è stato abbandonato, tralasciando persino di avvertire gli alleati del governo di Kabul. E non solo. A giugno, in una riunione NATO, gli alleati europei avevano chiesto agli americani di posticipare la data del rientro in patria, ma la risposta era stata disarmante: “restate voi”, quasi fossero ininfluenti i numeri dell’esercito Usa all’interno della coalizione. E ininfluente, a sua volta, potesse essere l’impatto sull’esercito del governo afghano, che si è letteralmente disintegrato in pochi giorni ad agosto. Ora la terribile ed insieme efficace risposta dell’Isis-K all’Occidente è chiara: “noi siamo qui, vogliamo colpirvi ancora e lo faremo, perché nulla ci importa del tempo che passa; noi combattiamo una sfida epocale e siamo pronti a combattere per sempre; si illude chi pensa che sia un gioco da cui ci si può ritirare se stanchi; il prezzo del potere è sangue e dolore”. Dunque, la guerra continua.

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