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L'attacco di Israele a Parolin è uno schiaffo alla politica di pace

di Beppe Reburdo


Il 7 ottobre del 2023 l'attacco terroristico di Hamas ad Israele ha provocato circa mille e cinquecento vittime, tra assassinati e prigionieri. La reazione di Israele, con i bombardamenti su Gaza dell'IDF, dove vivono in una stretta striscia di terra 1,5 milioni di palestinesi, hanno spento la luce di 30 mila persone, di cui almeno il 30 per cento bambini. Ogni tentativo di trattare la restituzione degli ostaggi e la fine delle ostilità di fatto, salvo una breve parentesi e poche liberazioni, è al momento in fase di stallo, con i palestinesi spinti dai bombardamenti a continue, impossibili e drammatiche migrazioni. Unica certezza sono l’aumento esponenziale dei morti palestinesi, i rapiti israeliani sempre più in pericolo, la crescita dell’odio e dello scontro tra i due popoli. Si può accettare simile situazione? Si può non constatare che in modo esplicito e in parte pericolosamente subdolo il conflitto si sta allargando all’intera area medio orientale, ormai esposta sempre più al coinvolgimento per ragioni geo-politiche, ma anche di interessi economici strategici come i trasporti via mare, l’energia, le materie prime strategiche per l’innovazione in atto?

Papa Francesco, il segretario generale dell’ONU Guterres e chi ha il senso umanitario di pace e collaborazione costruttiva tra i popoli chiedono insistentemente la fine dei bombardamenti, la liberazione degli ostaggi, l’avvio di trattative per garantire ai palestinesi uno Stato attraverso il quale passa in modo decisivo la stessa giusta sicurezza di Israele nel nome di due popoli, due stati. Se poco si muove verso la fine della guerra, mentre esplodono il numero dei morti, feriti, distruzione sino al limite di un genocidio del popolo palestinese e cresce l’insicurezza di Israele e un immenso odio tra i popoli, il Vaticano e le forze sane contro le guerre non possono farsi mettere il “sasso in bocca". E martedì scorso, 13 febbraio, nell’annuale incontro sulla ricorrenza della firma dei Patti Lateranensi, a domande puntuali dei giornalisti il card. Parolin, segretario di Stato Vaticano, ha espresso condanna netta e senza riserve di ogni tipo di antisemitismo e al tempo stesso ha ripetuto inevitabilmente la “richiesta perché il diritto alla difesa di Israele, che è stato invocato per giustificare l’operazione della invasione e bombardamenti della Striscia di Gaza, sia proporzionato, ma certamente con 30 mila morti palestinesi non lo è. Parolin ha anche aggiunto: ”Credo che tutti siamo sdegnati di questa carneficina e per quanto sta avvenendo, ma dobbiamo avere il coraggio di andare avanti e di non perdere la speranza”.

Per la Santa Sede la scelta di campo è sempre quella di stare dalla parte di tutte le vittime e di battersi contro la guerra e gli armamenti chiedendo sempre trattative per la soluzione dei conflitti e per prevenirli. Va anche aggiunto che su queste posizioni si sono espressi Guterres, ampie forze pacifiste e dei diritti umani e proprio in queste ore, finalmente, sia in Italia che in ambito UE, e in parte negli USA, qualche sia pure troppo prudentemente qualche timido passo si sta facendo nel chiedere a Israele di fermare subito i bombardamenti e trattare. E la Casa Bianca oggi è stata nuovamente esplicita nel dichiarare la propria fiducia "a credere che esista lo spazio per una de-escalation".

Per contrasto, le parole di Israele sono state di fuoco contro Parolin, espressione di una posizione inaccettabilmente autoritaria, cieca, provocatoria. Di fatto, l’attacco esplicito al Vaticano colpisce direttamente Papa Francesco, proprio per la sua chiara, trasparente, oggettiva spinta determinata e continua verso il rifiuto delle armi e della forza. Il diritto alla difesa, mentre l'esercito di Tel Aviv si prepara all'assalto a Rafah, e il conflitto rischia di estendersi anche in Libano nello scontro tra Hezbollah e Idf, non giustifica 30 mila morti, né tanto meno il rifiuto di andare verso una tregua che permetta di liberare gli ostaggi, garantire aiuti umanitari e sanitari ai palestinesi e avviare colloqui per proporre soluzione alla domanda di uno Stato ai palestinesi e quella sicurezza che Israele giustamente cerca, ma che non può avere se non accettando il pieno ruolo statuale di chi, come i palestinesi , ne hanno avuto da sempre diritto.

Il percorso è sicuramente complesso ma la responsabilità di esso e degli obiettivi da raggiungere è responsabilità anche di ONU, Unione Europea, l’insieme degli stati coinvolti nell’area in questione. In fondo, poi Israele non può sempre “giustificarsi” con la drammaticità della storia del suo popolo. Anzi. Quella storia dovrebbe essergli di insegnamento che le esclusioni e la forza non garantiscono pace e sicurezza, ma che la strada del dialogo costruttivo, anche duro ma non impositivo, è l’unica scelta possibile e giusta.

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