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L’affaire Durigon, ovvero l’affievolimento di principi democratici

di Luciano Boccalatte |

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Con una cadenza sempre più frequente, esponenti politici, locali o nazionali, appartenenti ad una variegata destra sovranista, populista, xenofoba – sugli aggettivi si potrebbe ragionare a lungo, ma non sarebbe tempo sprecato – propongono intitolazioni o modifiche della toponomastica a favore di personaggi del regime fascista o della Repubblica sociale (Rsi), in nome di un richiamo alla “tradizione storica” di una via, di una piazza, di una città. In questi giorni è su tutte le gazzette, come si diceva un tempo, il caso del sottosegretario all’Economia in carica, Claudio Durigon, personaggio di punta (soprattutto in termini di voti) della Lega di Salvini, che ha proposto di reintitolare al fratello di Benito Mussolini, Arnaldo, un parco della città di Latina. Oppure, a ruota, l’auspicio di un ex capogruppo leghista a Colleferro, di intitolare a Adolf Hitler, potendo, il viale dei Partigiani a Roma Ostiense (dimentico, o ignaro, dell’epigramma di Trilussa a commento della visita del Führer nel 1938: “Roma de travertino / rifatta de cartone / saluta l’imbianchino / suo prossimo padrone”). Una sequenza non nuova di dichiarazioni banalizzanti del fascismo, quando non apertamente apologetiche. Alcuni anni fa fece scalpore il commento di una esponente del Movimento Cinquestelle, all’epoca ancora targato Beppe Grillo, sull’”altissimo senso dello Stato” del fascismo “prima che degenerasse”. Si potrebbe continuare nell’elencare i passi lungo una via lastricata da un affievolimento, da una vera e propria “eclissi” dell’antifascismo, a cui assistiamo ormai da almeno tre decenni. Un affievolimento in contrasto con la Costituzione della Repubblica che definisce l’impianto di una democrazia liberale, chiaramente opposta nei suoi principi alla dittatura fascista e a qualunque altra forma di totalitarismo. Una Costituzione nata dal fuoco e dalla temperie, dalla immensa tragedia degli anni della Seconda guerra mondiale, che vide la sconfitta dei fascismi da parte delle democrazie, gli eserciti alleati con le minoranze resistenti nei paesi europei – con una “complicazione”, l’alleanza con un altro regime totalitario, l’Unione Sovietica di Stalin, fortemente voluta da un campione del liberalismo, il premier dell’Impero Britannico Winston Churchill – complicazione che ancora oggi intimorisce gli storici della contemporaneità e che ha prodotto recentemente una discussa dichiarazione del Parlamento europeo sui totalitarismi, i fascismi e i comunismi del XX secolo. Ma è argomento che merita un discorso a sé. Per tornare al nostro affaire: certo, nella contingenza giocano le strizzate d’occhio alla destra estrema in vista delle tornate elettorali prossime, un miserrimo e distorto uso politico della storia. Ma questa vicenda non riguarda “loro”, riguarda tutti noi come cittadini, e come cittadini che hanno a cuore i principi su cui si fonda la Repubblica: de te in fabula narratur, di te si parla in questa racconto. Il caso, come altre volte, ha provocato dichiarazioni e proclami, più o meno retorici, iniziative parlamentari nel complesso gioco politico del momento, richieste di dimissioni e altro, ma a noi resta una riflessione sulla quale credo meriti soffermarsi. Da circa un ventennio il proliferare di politiche memoriali, dedicate alla memoria delle vittime, dalla deportazione razziale e politica alle vittime della mafia (a proposito, non è un caso che nel nostro caso la sostituzione proposta sia Arnaldo Mussolini al posto dei magistrati Falcone e Borsellino, le cui immagini, stampate sulla sua maglia, Matteo Salvini ha riproposto tempo fa durante una manifestazione contro la Mafia) si trasformano in stanche ripetizioni proposte agli studenti, in cerimonie più o meno formali definite da apposite leggi, quando non in polemiche ideologiche. Ora, di fronte al documentato e imponente aumento dei fenomeni di intolleranza, discriminazione, razzismo, antisemitismo la domanda è una sola: sono servite le politiche memoriali, così come sono state concepite e attuate? La risposta è a mio avviso una sola: no. Pur tenendo conto dei molti docenti che, nella scuola, hanno portato il loro sincero contributo, rendendo forse la situazione meno peggiore. Ce lo ricorda lucidamente Valentina Pisanty: “Come riaffermare i principi democratici in un simile contesto di competizione sregolata che avvantaggia i prevaricatori più assertivi e spregiudicati, proprio come nelle più cupe fiction distopiche che – non sarà un caso – ultimamente hanno conquistato l’immaginazione del pubblico globale? Certo, le regole del gioco possono essere cambiate; certo, i principi democratici vengono spesso piegati per assecondare gli interessi di chi li invoca; e certo, l’assenza di progetti politici alternativi scoraggia il fronte progressista, sempre più sprofondato nel suo complesso di impotenza, costretto da decenni a subire il ricatto del male minore, del compromesso la ribasso onde evitare scenari ancora più catastrofici: ma non vedo via d’uscita che non passino attraverso una vigorosa promozione del pensiero critico a ogni livello della vita pubblica. Pensiero che, per definizione, va esercitato sui propri pregiudizi prima ancora che su quelli degli avversari” (I guardiani della memoria e il ritorno delle destre xenofobe, Milano, Bompiani, 2020, pp.7-8). Promozione del pensiero critico. La massima del vecchio filosofo Baruch Spinoza è sempre di piena attualità: nec flere, nec indignari, sed intelligere (e perdonatemi una seconda citazione latina in poche righe). Non lamento, non indignazione – hanno poca durata – ma cercare di comprendere e conoscere, condizione necessaria per agire.

#ClaudioDurigon #LucianoBoccalatte

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