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Israele-Hamas: liberazione ostaggi sempre più difficile

di Michele Corrado*


Molto si è e si continua ad argomentare rispetto alle difficoltà che lo Stato israeliano incontra nella individuazione e liberazione degli ostaggi all’interno della Striscia di Gaza. Militarmente, le azioni per la liberazione di personale amico catturato da un avversario sono sempre piuttosto problematiche e mai di sicura riuscita. In questo caso va ricordato il numero dei catturati, comunque elevato, e l’ambiente operativo dove vengono detenuti, una vasta area urbana in via di distruzione sistematica con un bilancio di vittime tra la popolazione civile palestinese impressionante, salito secondo Hamas a circa 27 mila persone e a oltre 65 mila feriti.

Nel caso degli israeliani, le loro Forze militari che agiscono all’interno della Striscia possono individuare gli ostaggi solo in due circostanze: o casualmente nella condotta di altri tipi di azioni, o a seguito di attività di intelligence specifica. Ora, pare che la seconda ipotesi non stia dando i risultati sperati, mentre nella prima si deve considerare i rischi che comporta la fluidità delle operazioni in ambito urbano in relazione al fuoco amico: i tre ostaggi uccisi qualche settimana addietro lo ricorda costantemente.

Vi è poi il numero degli ostaggi che, imprecisato, ma di molto superiore a cento unità, non facilita alcuna azione risolutiva. Il metodo adottato dalle truppe israeliane, che prevede la distruzione sistematica di singoli compound [1] con interventi a scacchiera per non urtare la sensibilità internazionale con azioni risolutive, ma di ampia portata, non è finalizzato al recupero degli ostaggi, ma all’ingaggio e distruzione dei miliziani di Hamas. Tale obiettivo però non si sta dando i risultati sperati, né si realizza con le tempistiche auspicate. Inoltre, come viene puntualmente osservato, l’altro limite autoimpostosi dagli israeliani, è quello della salvaguardia dell’integrità fisica dei propri combattenti. Questo atteggiamento, opposto a quello adottato dagli avversari (che hanno dichiarato di cercare il martirio), porta ad agire con procedure di sicurezza accentuate che ritardano costantemente il ritmo dell’azione; il numero dei caduti israeliani dall’inizio delle operazioni è di poco superiore alle duecento unità, un valore bassissimo considerando che sono quasi al quarto mese di operazioni e l’insidiosità dell’ambiente operativo.

A questo proposito va sottolineato che il sistema multilivello dei tunnel realizzati da Hamas costituisce un unicum nell’ambito degli ambienti operativi; per ottenere risultati in tempi brevi si dovrebbe non considerare la presenza degli ostaggi e applicare metodi oggi non consentiti.

Il combattimento nei centri abitati è quanto di più complesso e pericoloso si possa dover affrontare. Contro un avversario padrone e perfetto conoscitore del proprio terreno si ha bisogno di pazienza e determinazione. Gli israeliani sembrano possedere queste virtù, ma il fattore tempo non è dalla loro parte quando subentra anche l’ulteriore problema della liberazione di ostaggi.

Vi è poi un aspetto molto particolare di questo tipo di operazioni che pare i miliziani utilizzino: l’infiltrazione statica. Tale tattica, che si usa quando il proprio territorio viene occupato dal nemico, consiste nel lasciare piccole unità o nuclei di proprie Forze in rifugi opportunamente mascherati o nascosti (in questo caso i tunnel), per poi uscire allo scoperto all’interno della zona occupata dall’avversario ed ingaggiarlo nelle retrovie creando disordine ed insicurezza. Prende il nome di “Interdizione d’area” e qualunque sia il risultato raggiunto, impone comunque perdite di tempo ed unità dedicate per eliminare l’avversario.

In ogni caso, gli israeliani stanno scontando tutto il loro disinteresse - inequivocabile la pesante ombra sulle responsabilità politiche e dell'intelligence - per come i miliziani di Hamas hanno organizzato militarmente il terreno della Striscia di Gaza. Recuperare il tempo perduto è impossibile ed il recupero degli ostaggi totalmente incerto. Il che dovrebbe suggerire a Tel Aviv un supplemento di riflessione sulle loro opzioni militari e diplomatiche.

 

 *Col. (aus.) Esercito Italiano


Note


[1] Nella scienza militare un compound è un edificio o gruppo di edifici delimitati da una recinzione più o meno alta o ancora maggiormente difesi a fortificazione. In questo senso assume un significato simile a quello di bunker in https://it.wikipedia.org/wiki/Compound


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