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In attesa della Finanziaria, quella vera

di Emanuele Davide Ruffino|


Doveva essere una finanziaria diversa, volta a sostenere la ripresa. All’opposto, rischia di diventare la solita manovra la cui unica differenza rispetto al passato è quella di avere più risorse da distribuire. La stessa fermezza di Mario Draghi rischia di trasformarsi in arroganza nel voler applicare in modo frettoloso norme condivisibili ma assorbite da un sistema farraginoso che non riesce più a perseguire gli obiettivi che si è prefissato.

L’economia avrebbe bisogno di certezze, ma per averle occorrerebbe una continuità normativa che corrisponda ad una visione generale del sistema il più possibile condivisa. Per quanto indispensabile possa risultare, in questa fase storica affidare il potere ai “tecnici”, inevitabilmente porta a trascurare la visione unitaria e prospettica che solo la politica può offrire. E così, in occasione della redazione della Legge Finanziaria, oltre al solito assalto alla diligenza, sembrano trionfare gli interessi di parte e le vendette trasversali tra gruppi di potere. A prestare orecchio alle indiscrezioni

I risultati elettorali, anziché accelerare la riflessione sullo stato del Paese, ha dato lo spunto per reintrodurre la deprecabile pratica dei veti incrociati. E con i veti si sono moltiplicate le arroganze di chi crede di poter attivare prove di forza, solo per dimostrare il possesso del potere. Il governo di “unità nazionale” si protende all’insufficienza, non tanto per l’uscita di qualche deputato dalla maggioranza, ma nell’affrontare i problemi con trasparenza, non lasciando l’esclusiva alla presunzione, insita nei tecnici, di sapere cosa serve al popolo, naturalmente senza consultarlo. Per contro, i partiti dovrebbero dimostrare maggior capacità di elaborazione ideologica e culturale, rinunciando a bandiere che portano a posizioni preconcette, utili per spiegare le singole posizioni ma non per realizzare programmi politici di ampio respiro. In questo scenario, il pericolo incipiente è quello di creare situazioni in cui prevale il voler ribadire le proprie posizioni più che la ricerca di razionalità. Il sistema va in equilibrio se si raggiunge una ponderata coerenza economico-finanziaria (quella sancito dall’art 81 della Costituzione “Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico…” ), ma questo principio è pressoché assente nel dibattito attuale, sia nelle componenti politiche, sia in quelle tecniche. La ricerca dello scontro a tutti i costi

La voglia di pugnare in molte componenti della società italiana emerge con sempre maggiore frequenza: è un po’ come se, dopo gli impedimenti imposti dal lockdown, ora che si sono allentate le maglie, ci si possa esprimere nelle loro forme più estreme, sia verbali che fisiche. L’esistenza di facinorosi è una costante della nostra società, ma chi ha responsabilità di governo, dovrebbe cercare di limitare le occasioni di scontri, partendo da una trasparenza culturale nell’affrontare i problemi. La gestione dei green pass e la sospensione dello smart work sono sembrati quasi una vendetta su chi non apprezzava queste decisioni, più che una ricerca di sfruttare questi strumenti per migliorare la situazione. Non avendo voluto rendere obbligatorio il vaccino si è ricorso al green pass quale forma di induzione, mettendo così in difficoltà un milione di famiglie che abbisognano di badanti: un conto è chiedere il green pass alle grandi aziende, un conto è imporre un ennesimo orpello burocratico alle piccole imprese e a chi ha già da gestire un malato in casa. Il far coincidere il rientro dallo smart work, il giorno stesso dell’applicazione del green pass è sembrato più un atto di perfidia, che una scelta oculata (sfasare le applicazioni di una o due settimane non avrebbe compromesso le finalità ultime dei provvedimenti). Il balletto dei numeri sulla riforma pensionistica

Lo stesso scenario sembra ripetersi sulla scelte relative alla riforma pensionistica dove anziché cercare una soluzione che garantisca la sostenibilità del sistema (come quella avanzata dal presidente dell’Inps e gradita ai sindacati, dove uno può andare in pensione in base ai contributi versati, come accade nei Paesi dove il sistema pensionistico è in equilibrio) si gioca a sostenere un numero o una quota diversa da quella proposta dall’avversario politico. Ne consegue, che il dibattito, anziché concentrarsi su quelle che sono le metriche per valutare un sistema pensionistico (“adequacy”, “sustainability” e “integrity”) rimane concentrato sull’anno in cui poter andare in pensione, anziché sulla garanzia di un flusso maggiore di contributi che può essere dato solo riducendo la disoccupazione (una persona over 55 che perde il lavoro non ha quasi nessuna possibilità di essere riassunto, ingigantendo le file dei bisognosi). Sull’argomento è scivolato anche il Presidente del Consiglio nel momento in cui ha parlato di ritorno alla normalità, dimenticando che la legge Fornero-Monti (28 giugno 2012) era stata adottata in una situazione di assoluta emergenza, dando l’impressione che nell’ampliare i fondi per il reddito di cittadinanza e, di fatto, annullandoli per le pensioni, abbia valuto operare una scrematura sul peso politico dei partner che sostengono il governo, più che attuare una riforma sostenibile.

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